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I figli delle coppie gay sono più felici?

© Dubova/SHUTTERSTOCK

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 10/07/14

Lo studio-bufala dell'Università di Melbourne rilanciato da "La Repubblica"

"Più in salute e felici". Sarebbero queste le caratteristiche dei figli di coppie gay rispetto a quelli cresciuti in famiglie "tradizionali" composte da un padre e una madre. Almeno, questa è la conclusione di uno studio dell’Università di Melbourne, pubblicato sulla rivista scientifica Bmc Public Health (La Repubblica, 8 luglio). "Si dice sempre che i bambini di genitori gay abbiano una vita più difficile perché senza un padre o una madre", ha detto il professor Simon Crouch a capo del team di ricercatori. "Ma la realtà, come dimostra il nostro studio, è diversa".

Nel dettaglio il campione esaminato per la ricerca è di 315 famiglie omogenitoriali in tutta l’Australia, per un totale di 500 bambini (l’80 per cento di essi con due "mamme", il 20 con due "papà"). I figli di famiglie omogenitoriali sarebbero, secondo i calcoli scientifici dell’Università, del 6% più in salute di quelli con una mamma e un papà e mostrerebbero una maggiore propensione alla coesione familiare. Mentre per quanto riguarda parametri come autostima, salute mentale e comportamentale non mostrerebbero alcuna differenza.

L’articolo, ben enfatizzato da La Repubblica, ha incassato un numero record di condivisioni su Facebook: ben 8mila in due giorni. Ma siamo davvero di fronte ad uno studio così rivoluzionario nell’ambito della psicologia infantile? Oppure è una ricerca mirata ad esaltare una condizione (quella della genitorialità omosessuale) che punta al clamore per incassare consensi tout court, sfruttando scorciatoie mediatiche? Aleteia ha chiesto ad una serie di autorevoli esperti della materia una valutazione nel merito e nel metodo circa la presunta "rivoluzionaria" ricerca australiana.

Emiliano Lambiase, coordinatore dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, contesta il metodo adottato nella ricerca. «Il campione è molto ridotto, soli 500 bambini, rispetto ai due campioni di controllo che sono di 5.335 e 5.025 bambini con genitori eterosessuali». Un altro grosso limite riguarda il modo in cui sono state reclutate le famiglie. «Si tratta di un campione di convenienza e non di un campione casuale e rappresentativo della popolazione. Sono famiglie che hanno partecipato volontariamente, come ammettono gli stessi autori: "The self selection of our convenience sample has the potential to introduce bias that could distort results"».

In tal senso, va detto che «le valutazioni della salute mentale dei bambini cresciuti in case con genitori omosessuali vengono fatte tramite valutazioni dei genitori appositamente per lo scopo della ricerca, mentre il campione di controllo viene da due studi nei quali la valutazione è stata fatta per altri scopi e quindi senza il rischio di poter influenzare i risultati». Inoltre, le informazioni sullo stato delle famiglie nelle quali i bambini vivono e sullo stato della famiglia al momento dell’inserimento del bambino al suo interno «sono confuse o assenti».

Altro pesante limite, è la composizione del campione stesso: le coppie gay con figlio sono solo 92 rispetto alle lesbiche che sono 344, per cui la percentuale è sproporzionata. A cui si aggiungono 69 bambini nati da precedenti relazioni eterosessuali che probabilmente saranno in contatto anche con l’altro genitore, è la tesi di Lambiase. Di questi bambini non si sa l’età, la percentuale di maschi o di femmine, da quanto tempo vivono con la nuova famiglia omosessuale e se in affidamento full-time o part-time. Al momento della ricerca 47 bambini non vivono con la famiglia omosessuale (12 con un altro genitore, 1 vive da solo e 24 “altro”). Non si sa per quanto tempo ci abbiano vissuto e quanti anni hanno.

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adozioneunioni gay
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