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La pace della settimana dopo

Omar Robert Hamilton

Giorgio Bernardelli - Vinonuovo.it - pubblicato il 16/06/14

Sette giorni fa eravamo incollati alla tv per l'incontro di preghiera in Vaticano. Oggi da tutto il Medio Oriente arrivano notizie terribili e rischiamo di rimanere indifferenti

Esattamente una settimana fa in tanti abbiamo seguito con grande emozione alla tv l’incontro di preghiera nei Giardini Vaticani, la «casa» che Papa Francesco ha messo a disposizione dei presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Abu Mazen, per un’invocazione di pace per la Terra Santa. Tutti abbiamo rilanciato sui social network le immagini degli abbracci, delle preghiere tra le siepi all’ombra della Cupola di San Pietro, dell’ulivo piantato insieme. E abbiamo usato con convinzione l’aggettivo «storico» per questo evento.

Eppure quella grave forma di consumismo che ci porta anche per gli eventi religiosi a rincorrere subito la nuova emozione del momento, in soli sette giorni ci ha portato molto in fretta a voltare pagina. E così – probabilmente – non ci siamo nemmeno accorti che la settimana seguita a quella preghiera è stata tra le più terribili che la storia recente del Medio Oriente abbia conosciuto. Da lunedì sera in Iraq si sta consumando un nuovo capitolo della lunghissima tragedia di questo Paese, con l’affermarsi di una formazione tra le più cruente della galassia fondamentalista, resa possibile dall’incapacità del mondo di fermare le forze che da tre anni si combattono sulla pelle della vicina Siria. Così oggi dall’Iraq arrivano le notizie di un milione di persone costrette a lasciare le proprie case per fuggire dalla guerra (e che presto troveremo sui barconi a Lampedusa, stracciandoci le vesti in maniera molto ipocrita). Arrivano le immagini delle esecuzioni di massa di soldati fucilati semplicemente perché sciiti e non sunniti; ma anche quelle di chiamate alle armi altrettanto settarie contro l’"invasore" sunnita. Soffiano venti che fanno pensare che questo conflitto devastante sia destinato ad allargarsi ulteriormente, con scenari terribili non solo per il piccolo gregge dei cristiani del Medio Oriente, ma anche per tanti altri milioni di persone.

Intanto anche in Israele e in Palestina – i due Paesi al centro dell’invocazione di domenica scorsa – sono spariti tre adolescenti israeliani, studenti di una yeshiva – una scuola rabbinica – che si trova negli insediamenti dei coloni in Cisgiordania. Con tutta probabilità sono stati rapiti da alcuni estremisti palestinesi. E puntuale è scattata la durissima – e prevedibile – reazione israeliana, con raid, arresti e mille ritorsioni collettive che colpiscono tutti i palestinesi. E insieme raggi e ritorsioni pure su Gaza. Il tutto condito dalle consuete bordate di carattere politico da una parte come dall’altra. Non è difficile, dunque, intuire quanto sia alto il rischio che sul Medio Oriente anziché la pace stiano per scendere ulteriori nubi di violenza.

E allora mi viene da domandare: perché facciamo tanta fatica a fare due più due? Perché non siamo qui a chiederci – con nel cuore la stessa angoscia del salmista – che fine abbia già fatto quella preghiera di appena sette giorni fa? In quante delle nostre chiese nelle Messe di ieri si è pregato ancora per la pace in Medio Oriente? Non è forse anche questo nostro passare costantemente oltre, senza prenderci a cuore realmente nulla, un volto di quella "globalizzazione dell’indifferenza" che Papa Francesco non si stanca di denunciare?

La città di Mosul – l’epicentro della tragedia irachena di questi giorni – si trova sul fiume Tigri proprio di fronte alle rovine dell’antica Ninive. Quella che Dio indica a Giona come la "grande città" dove andare a portare la sua Parola di verità che cambia la vita. Ma anche quella in cui Giona non vuole affatto mettere piede: sale su una nave diretta lontano. E a Ninive – racconta la Bibbia – ci arriverà solo dopo aver trascorso tre giorni nel ventre di un grande pesce, una volta gettato in mare nell’estremo tentativo di placare una tempesta. Anche quando la grande città l’avrà ascoltato – poi – troverà comunque il modo di recriminare con il suo Signore.

Oggi non abbiamo nemmeno bisogno della nave di Giona per tenerci lontano da Mosul. Basta semplicemente seguire l’onda. «Che cosa abbiamo a che fare con una guerra tra sciiti e sunniti? E se israeliani e palestinesi non sono capaci di mettersi d’accordo, che se la vedano un po’ loro: noi che cosa c’entriamo? Abbiamo già "i nostri problemi" a cui pensare». Forse è proprio perseverare con umiltà nella preghiera per una pace che apparentemente non ci riguarda la prova più difficile.

«Vai a Ninive, la grande la città». Oggi forse potremmo tradurlo: «Vai a Ninive, ad allargare davvero i confini del tuo cuore». Prima che sia una nuova tempesta a ricordarti che hai comunque una responsabilità di fronte a quei fratelli che soffrono.

Tags:
medio orientepace
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