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Un voto per l’Europa

© Damien MEYER / AFP

Parlamento Europeo

padre Giacomo Costa - Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 06/05/14

Una riflessione sulla UE a partire dall'appello dei vescovi europei a favore del progetto europeo

L’appello che i vescovi europei hanno lanciato in vista delle prossime elezioni è chiarissimo e incisivo: «desideriamo insistere che il progetto europeo non venga messo a rischio o abbandonato sotto le attuali costrizioni. […] Abbiamo troppo da perdere da un eventuale deragliamento del progetto europeo». Con altrettanta chiarezza identificano anche l’ostacolo su cui quel progetto rischia di incagliarsi: «I singoli cittadini, le comunità e persino gli Stati nazionali devono essere capaci di mettere da parte l’interesse particolare alla ricerca del bene comune». Con questa chiave è possibile ripercorrere i non pochi articoli che negli ultimi mesi Aggiornamenti Sociali ha pubblicato in vista delle elezioni europee del 25 maggio. 

Nel processo politico europeo i primi portatori di interessi di parte sono gli Stati nazionali e i loro Governi, almeno in questa fase in cui si evidenzia la distanza che ci separa da una democrazia sovranazionale compiuta. Questa – lo ricordava il filosofo tedesco Jürgen Habermas (nel numero di gennaio) – «rimane l’obiettivo a lungo termine», ma rimandarne il raggiungimento presenta seri rischi. Infatti ai cittadini europei il futuro politico appare determinato «da Governi stranieri che rappresentano gli interessi di altre nazioni, piuttosto che da un Governo vincolato solo dal loro voto democratico». È questa la percezione diffusa nei Paesi del Sud nei confronti della Germania, con l’impressione di essere bloccati in un sistema rispetto al quale non hanno alcuna voce in capitolo: ad esempio, la crisi greca è stata lasciata incancrenire fino a diventare drammatica per ragioni legate alla tempistica delle elezioni locali tedesche. Oppure, per fare un ulteriore esempio, le divisioni tra i Paesi europei in merito alla crisi ucraina impediscono all’Europa in quanto tale di giocare il ruolo che le spetterebbe in una questione che la riguarda molto da vicino. Uscire da questa logica, sulla base di una solidarietà fondata su una prospettiva politica condivisa, condurrebbe a esiti ben diversi. 

Altri interessi particolari sono quelli dei gestori della politica nazionale, in primis i partiti politici, che strumentalizzano l’agenda europea in funzione della costruzione del consenso all’interno del proprio Paese: «Quando la politica si riduce a questo, perde respiro e contatto con la realtà», commenta l’ex presidente del Parlamento europeo Pat Cox (nel numero di aprile). Infatti a tutti i livelli – e ancor più a livello europeo – raggiungere i risultati più importanti richiede la capacità di proiettare la propria azione nel futuro e di elaborare strategie di lungo periodo. Limitarsi a inseguire i sondaggi in vista delle continue scadenze elettorali lo rende impossibile: lo facevano notare al presidente Romano Prodi – lo racconta nell’intervista che pubblichiamo in questo numero – i responsabili politici cinesi. Ancora più grave è la strumentalizzazione dell’UE come paravento su cui scaricare la responsabilità delle scelte più difficili da presentare all’opinione pubblica: «È l’Europa che ce lo chiede/impone» è diventato un ritornello in tutte le capitali. 

Ma ci sono anche interessi di parte che invece si veicolano attraverso un linguaggio sovranazionale o globale: sono quelli del “mercato”, del “capitale”, concretamente dei gruppi che su di esso basano la propria ricchezza e il proprio potere. Questo meccanismo spiega le ragioni profonde di posizioni che non sono contro l’Europa, ma contro un certo modello di Europa. Nel numero di aprile vi ha dato voce Teresa Forcades, monaca benedettina catalana impegnata nei movimenti popolari della sua regione: «Non sarà possibile alcun cambiamento se non si mette in discussione il capitalismo, secondo cui il massimo profitto è il miglior criterio per organizzare l’economia: dobbiamo smantellare l’attuale sistema e organizzarci perché si realizzino le condizioni necessarie per un esercizio degno dell’azione politica». 

Infine ci sono i cittadini europei, spesso spinti a guardare al proprio particularedall’incertezza e dalla paura, magari sapientemente agitate di fronte ai loro occhi. Queste sono potenti fattori di chiusura, specie se combinate con l’ignoranza del fatto che la libertà, la pace, lo sviluppo dei nostri Paesi sono un grande dono dell’integrazione: ci siamo così abituati ad essi che è facile darli per scontati. Si radicano in questa dinamica le diffusissime posizioni euroscettiche, nei cui confronti è necessario passare dalla banalizzazione all’ascolto rispettoso: un processo da cui – afferma Romano Prodi – c’è molto da imparare.

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