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La canonizzazione dipende dalla persona, non dal pontificato

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Tra Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ci sono più punti di coincidenza che di distanza

di Felipe Monroy

Henry Newman ha sottolineato che una delle aree principali della teologia consiste nel trovare parole che non dividano ma uniscano, che non creino conflitto ma unità e che non biasimino ma curino. Rinasce questo desiderio nel seno della Chiesa con la canonizzazione di due dei pontefici più importanti per il cattolicesimo e il suo rapporto con l’universo moderno: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Il primo, italiano proveniente da una realtà rurale che si vedeva soggiogata da severi cambiamenti di paradigma a livello sociale e culturale, Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII, convocò il Concilio Vaticano II, un’esperienza che scosse la struttura della Chiesa nel suo stile, la sua pratica e la sua autopercezione circa la partecipazione alla missione che le è stata affidata. E il cui spirito ha alimentato le forze vive della Chiesa nell’ultimo mezzo secolo.

Il secondo, di origine polacca, testimone e vittima della trasformazione politica ed economica nella sua Nazione e nel mondo, Karol Józef Wojtyla, Giovanni Paolo II, ha concretizzato nel corso del suo pontificato modelli di governo, evangelizzazione, missione e incontro con le realtà socio-politiche. La vigilanza, disciplina, animazione e sacrificio del cammino scelto per il cristiano come segno di contraddizione nel mondo hanno entusiasmato tutto il mondo e hanno fatto della Chiesa cattolica un interlocutore indispensabile nella ricerca per la costruzione di società umane e libere.

Giovanni Paolo II arriva agli altari per la sua esperienza di fede e di pastore; era già santo per il popolo, che lo ha chiesto alla Chiesa che ha servito e al suo successore papa Benedetto XVI, che ha risposto al grido “Santo subito!” concedendo l’eccezione pontificia per avviare il suo processo di canonizzazione senza aspettare i cinque anni prescritti dalla Congregazione per le Cause dei Santi.

Anche Giovanni XXIII viene iscritto nell’albo dei santi per una concessione pontificia che papa Francesco ha richiesto per esimere dallo studio e dalla verifica di un secondo miracolo attribuito all’intercessione di papa Roncalli. Come beato è riconosciuto anche dalla Comunione anglicana.

Entrambi i giganti del XX secolo hanno configurato uno stile di Chiesa, una ricerca di servizio, e hanno aperto la possibilità di dialogare in un mondo che non aveva più bisogno di crociate ideologiche ma di presenza testimoniale, di incontro e di esperienza latente della fede in ogni cultura esistente nei cinque continenti.

Ci sono quindi più punti di contatto che di distanza tra i due pontefici. Di fronte all’imminenza della canonizzazione di Giovanni Paolo II, in genere ci si avvale dell’idea della “compensazione” che Francesco ha voluto realizzare con l’esenzione dalla regola per equilibrare con la canonizzazione di Giovanni XXIII la schiacciante personalità del papa polacco e i suoi 26 anni di ministero petrino.

La santità, come ha sottolineato il nostro amico e direttore di Vida Nueva, Juan Rubio, dipende dalla persona e non dal pontificato.

Può esserci più differenza tra un pontificato di quattro anni e mezzo e uno di oltre 26? È valido paragonare la quantità di magistero pontificio, di decisioni di governo, degli eventi vissuti in un pontificato di appena un lustro a quella di un altro di oltre un quarto di secolo?

La santità di Roncalli e Wojtyła che la Chiesa riconosce ora non è soggetta alla loro funzione né alla loro dignità pontificia, ma alla scelta che hanno fatto di Dio e del suo messaggio, alla loro ricerca instancabile del cuore degli esseri umani, alla loro risposta positiva di fronte a un orizzonte di sfide, alla speranza sperimentata in mezzo a grandi cambiamenti culturali della seconda metà del XX secolo. In una parola, alla loro fede incarnata nella realtà del loro contesto immediato.

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