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Chi è l’uomo della Sindone?

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Mirko Testa - Aleteia - pubblicato il 20/04/14

Le lesioni appaiono numericamente molto superiori a quelle prevedibili per un condannato che avrebbe dovuto subire successivamente un’esecuzione capitale. La flagellazione denota un duro accanimento, una severa punizione. Nell’ordinamento romano il numero dei colpi di flagello era limitato dal divieto di uccidere il condannato, mentre presso i giudei il numero dei colpi è fissato a quaranta, un numero sacro, come si legge in Deuteronomio 25,3. Per questo quando usavano una frusta con tre estremità, i giudei vibravano soltanto tredici frustate per non esporsi al pericolo di oltrepassare questo numero limite. Inoltre, l’immagine impressa testimonia che il corpo subì due forme di violenza non riconducibili all’uso romano: la presenza delle ferite puntiformi sul cranio e presso la nuca, oltre alla ferita da arma da punta e taglio inferta fra la quinta e la sesta costola. Un’altra anomalia è che al suppliziato non furono spezzate le ossa delle gambe, cosa che gli ebrei usavano fare per esigenze rituali: sempre il Deuteronomio proibiva di lasciare i cadaveri sulla croce oltre il tramonto, e la pratica di fratturare le gambe (crurifragium) affrettava la morte e quindi permetteva di tirarli giù prima della sera. L’impronta di sangue più vistosa fra tutte corrisponde a quella riportata sulla parte destra del torace, provocata da un’ampia ferita da punta e taglio, possibilmente una lancia. Il sangue risulta diviso nelle sue due componenti, ovvero la parte sierosa e quella corpuscolata (i globuli rossi): la divisione denominata “dissierazione” si compie solo dopo la morte, perciò la ferita che ha provocato lo squarcio sul torace è stata inferta quando l’uomo era già cadavere. L’impronta si è prodotta prima che si sciogliesse il rigor mortis, quindi prima che cominciasse il naturale processo di decomposizione dopo 36-48 ore.

3) Dal tipo di tessuto di lino e da come venne trattata la salma, possiamo dedurre che l’uomo avesse ricevuto una sepoltura senza la purificazione rituale prevista dalla legge giudaica ma comunque molto onorevole: i tessuti di quella fattura, nell’ebraismo antico, erano infatti riservati agli usi del Tempio di Gerusalemme e agli uomini consacrati a Dio.

Al contrario di quanto previsto dagli usi funerari degli ebrei menzionati nel Talmud, il cadavere staccato dalla croce è stato adagiato su un lungo lenzuolo nudo, non lavato e non rasato. Secondo quanto scrive Emanuela Marinelli in “La Sindone. Testimone di una speranza” (Edizioni San Paolo, 2010): “Quattro categorie di persone non ricevevano la purificazione rituale secondo la legge giudaica: vittime di una morte violenta; giustiziati per crimini di natura religiosa; proscritti dalla comunità giudaica; uccisi da non Giudei”. Tuttavia, l’uomo della Sindone, in accordo con la cultura ebraica venne sepolto in un candido lino e per di più di estremo valore. La Sindone è stata infatti tessuta con una tecnica detta “a spina di pesce”, utilizzata sicuramente già prima dell’era cristiana ma di cui ci rimangono rari esemplari, soprattutto in lino. Il filato presenta, invece, la complessa e molto rara torcitura a Z, nel quale le fibre vengono condizionate a torcersi nel verso contrario rispetto a quello che prenderebbero spontaneamente nel seccarsi al sole. Il sudario è stato sicuramente prodotto in ambiente ebraico poiché dalle analisi non sono emerse tracce di fibre di origine animale, in ottemperanza alla legge mosaica (Dt 22,11) che prescriveva di tenere separata la lana dal lino. Semmai sono state rilevate tracce di fibre di cotone identificate come Gossypium herbaceum, diffuso in Medio Oriente ai tempi di Cristo. Questo tipo di telo richiama un tessuto assai pregiato e ritualmente puro con cui, negli usi liturgici dell’ebraismo antico, venivano confezionati i velari del Tempio di Gerusalemme e che veniva usato dal sommo sacerdote – il presidente del Sinedrio, il consiglio supremo che reggeva la comunità ebraica – per avvolgersi dopo aver compiuto per cinque volte il bagno rituale obbligatorio nel giorno in cui celebrava il rito dell’Espiazione (lo Yom Kippur), la festa più sacra. E’ strano quindi che il corpo di un condannato a un supplizio infamante da cui erano esenti i cittadini romani e che era riservato a traditori, disertori e spesso agli schiavi, sia stato avvolto in un sudario estremamente prezioso per poi esservi rimosso poco tempo dopo, invece di essere gettato direttamente in una fossa comune o finire in pasto alle belve.

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