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Morte da RU486: la pillola abortiva è un “cocktail” pieno di rischi

© Khosro SHUTTERSTOCK

Mujer con píldora

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 11/04/14

Il caso della donna morta a Torino deve far riflettere sulle verità cliniche ed umane che troppo spesso i dati ufficiali nascondono

Ora è accaduto anche in Italia. L’autopsia dovrà ancora emettere il suo verdetto tecnico, ma il racconto dei fatti non necessita di prove. Due sere fa, una donna è deceduta all’ospedale Martini di Torino. Il suo cuore si è fermato dopo due crisi cardiache scatenatesi temporalmente – l’avverbio è d’obbligo – dopo la somministrazione di un antidolorifico, necessario a ridurre gli effetti delle prostaglandine assunte poche ore prima. Questo secondo farmaco costituisce il secondo momento di quella cura complessa che è la RU486, definita erroneamente e piuttosto superficialmente “pillola abortiva” mentre invece va considerata come un processo in più fasi. Nel momento in cui una donna decide di abortire farmacologicamente, infatti, dopo il via libera del ginecologo viene sottoposta in una struttura ospedaliera all’assunzione di mifeprostone – la RU486 vera e propria – che ha lo scopo di bloccare l’azione del progesterone, un ormone che favorisce e “protegge” la gravidanza. A quel punto la donna può lasciare l’ospedale, dove tuttavia deve tornare dopo due giorni per assumere sotto controllo medico le prostaglandine, utili ad aumentare l’efficacia della prima molecola, ed eventualmente altri farmaci che ne limitano gli effetti collaterali. La prostaglandina, infatti, che provoca le contrazioni dell’utero necessarie ad espellere la mucosa, è molto spesso causa di crampi accompagnati – i dati sono contenuti in un dossier AIFA del 2009 – da nausea (34-72%), vomito (12-41%), diarrea (3-26%) e complicanze molto severe (sotto l’1%). Il sanguinamento prodotto dall’aborto vero e proprio, in genere, continua a quantità variabili per una settimana. La donna di Torino, che aveva già un figlio di 4 anni ed era in buone condizioni di salute, dopo aver assunto il secondo farmaco e l’antidolorifico ha mostrato difficoltà respiratorie. Sottoposta d’urgenza ad un’ecografia, le è stata riscontrata una fibrillazione ventricolare, che negli istanti successivi l’ha portata ad un arresto cardiaco. Un defebrillatore in un primo momento le ha fatto ripartire il cuore; tuttavia, poco dopo, una seconda crisi cardiaca l’ha portata alla morte.

Mentre si attendono i risultati dell’autopsia disposta dall’ospedale e la relazione del medico curante, il dolore della famiglia, che non ha ancora presentato alcuna denuncia, e la costernazione dell’equipe sanitaria si mescolano alle voci subito intervenute a commentare l’accaduto. “Siamo sconvolti, e vicini alla famiglia della signora – ha dichiarato il direttore sanitario, Paolo Simone –. Anche per noi questa tragedia non ha una spiegazione. Ma possiamo garantire di aver rispettato fin dall’inizio il protocollo per l’interruzione di gravidanza col metodo farmacologico, così come possiamo garantire di aver fatto tutto ciò che era umanamente e professionalmente possibile anche nei due tentativi di soccorrere la signora, dopo le crisi respiratorie” (La Stampa). Il ginecologo Silvio Viale, colui che più di ogni altro ha spinto per l’immissione della pillola abortiva in Italia, si è affrettato a ricordare che questa è la prima morte da RU486 in Italia, dove sono 40.000 le donne che l’hanno assunta. Viale ritiene che non vi sia alcun nesso teorico di causalità con il mifepristone (RU486). Sarebbero piuttosto gli “altri farmaci utilizzati nelle interruzioni di gravidanza, sia mediche che chirurgiche, che possono avere effetti cardiaci, seppure raramente: la prostaglandina (gemeprost) in primo luogo, già individuata come responsabile di decessi e complicazioni cardiache, ma anche l'antidolorifico (Ketorolac) ampiamente utilizzato off-label in gravidanza e l'antiemorragico (metilergometrina) utilizzato in Italia di routine in quasi tutti gli aborti in ospedale e a domicilio” (La Repubblica).

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abortobioeticatrauma post aborto
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