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Il Ruanda di Immaculée

© STEVE TERRILL/ AFP

RWANDA, Kigali : Photos of victims of the 1994 Rwandan Genocide hang in the Kigali Genocide Memorial in Kigali, Rwanda on April 7, 2012. In the quickest and bloodiest massacre since the Holocaust, the 1994 Rwandan Genocide claimed approximately 800,000 mostly Tutsi lives in the span of 100 days. AFP PHOTO/STEVE TERRILL

Vinonuovo.it - pubblicato il 09/04/14

In quel momento realizzò il significato e l’importanza del perdono. Le chiedo se perdonare è stato per lei solo uno sforzo immenso oppure qualcosa di positivo anche per lei stessa. "Non posso dirti quanto è stato, ed è tuttora, meraviglioso ed appagante, mi risponde. Quando ero arrabbiata, pensavo di avere buone ragioni per esserlo. La lotta si compì nel capire, nel comprendere cosa realmente significava il perdono. Ma quando l’ho capito, è stato il più grande dono della mia vita. È stato come deporre un immenso peso dalle mie spalle, sentirmi libera. Mi sembrava di non essere più in un bagno, ma circondata di fiori. Ho cominciato a pensare al futuro: avrò una vita bella, mi affiderò a Dio, lavorerò… sono stata incomparabilmente più fiduciosa nel mio futuro di quanto fossi mai stata quando ero arrabbiata. Ho iniziato a vedere tantissime possibilità, molte più di quante me ne potessi immaginare prima. Anche se nessuno degli assassini avesse mai saputo che li perdonavo, per me stessa è stato un dono".

Ma Immaculée non si accontenta dei propositi. Non appena vengono liberati il Ruanda e lei stessa, Immaculée torna al suo villaggio, nella cui prigione si trova l’assassino di sua mamma e di suo fratello Damascène. Si avvicina a lui, e semplicemente gli dice: "Ti perdono". Come è stato possibile, Immaculée?
"È stato possibile non nel senso che l’abbia trovato facile, ma solo perché in quel bagno io ho potuto realmente avvicinarmi a Dio, e quando ho compreso la realtà del Cielo non mi ci è voluto molto per scegliere di vivere in Dio. Anche prima io credevo in Lui, ma il mondo era per me molto più forte. Poi, invece, quando incontrai l’assassino, per me semplicemente non aveva più senso avercela con lui. Lo vidi, ed ai miei occhi era qualcuno che avrebbe potuto compiere così tanto bene, ma aveva scelto la strada sbagliata, finendo in quel modo. Era certamente necessario fare verità sull’accaduto, per me stessa e per lui: io ho voluto però offrirgli una possibilità, per cercare di capire cosa aveva fatto".

In Ruanda, era la gente normale a trasformarsi in un branco di assassini spietati e crudeli. Chiedo ad Immaculée se e come la consapevolezza della concreta possibilità che ciascuno ha di compiere il male ha cambiato il suo modo di relazionarsi con il prossimo, non solo nel contesto del genocidio ruandese, ma anche negli anni seguenti. "In realtà, risponde, è assai curioso. L’esperienza che ho fatto mi ha portato a vedere negli altri tutta la loro capacità di bene, anche in quelli che compiono il male. In un certo senso, ho più fede negli altri, e nel potere della preghiera di realizzare il bene per qualcuno. Amo più di prima. Certo, le persone possono incitare gli altri a compiere il male, come i capobanda in Ruanda; ma nello stesso tempo credo più di prima nella bontà degli uomini. Per quelli che compiono il male possiamo pregare, offrir loro vicinanza, mostrando che ci fidiamo di loro".

Ciò che ha vissuto ha insegnato ad Immaculée anche molte altre cose, per esempio a non aver alcun tipo di pregiudizio verso le altre persone, ma a conoscerle semplicemente nella verità del loro rapporto con Dio e con il mondo. "In Ruanda, diventava chiaro che nulla importa se non il modo in cui ogni persona si pone davanti a Dio. Non era una questione di sesso, di professione, di fede: c’erano donne che ammazzavano e donne che proteggevano, sacerdoti, pastori, musulmani… ognuno doveva compiere la sua scelta davanti a Dio. Questo mi ha aiutata molto a vedere la gente così com’è, e non per la posizione che riveste".

Il messaggio e la missione di Immaculée per gli anni futuri sono, di conseguenza, chiarissimi: "Penso che una delle mie missioni nella vita sia di aiutare la gente a trovare questo perdono, a vedere le cose in prospettiva. Io vorrei gridare al mondo che siamo fatti per amarci a vicenda ed amare Dio. C’è qualcosa dentro di me che mi porta a voler dire a tutti: amatevi, abbiate compassione gli uni per gli altri, non siate egoisti perché l’egoismo non paga. Io cerco di portare la mia testimonianza non solo per far conoscere e ricordare ciò che è accaduto in Ruanda, ma anche per venire in aiuto alle persone che mi ascoltano, al di là della loro provenienza. Quando parlo, spesso gli ascoltatori vengono poi a ringraziarmi con le lacrime agli occhi, confessando che odiavano qualcuno, o che avevano qualcosa di irrisolto nella loro vita, e che ora riuscivano a sistemare le cose nel loro ordine, a ridimensionarle. Il Ruanda è finito nel genocidio perché la gente si è dimenticata l’amore vicendevole: io cerco di ricordarlo a tutti, e questo è ciò che più mi rende felice. Se la gente avesse saputo amarsi, catastrofi come questa non sarebbero successe. Nell’odio non ci sono vincitori. Così, io spero che la mia storia potrà servire far comprendere e vivere questo messaggio…".

Verrebbe da dire ad Immaculée che, se si può valutare l’efficacia della sua testimonianza dall’impressione che produce in chiunque l’ascolti, me compresa… ci sta riuscendo perfettamente.

Qui l’originale

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Tags:
genocidioperdonoruandarwanda
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