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I diritti delle donne e l’aborto

PD

Giuseppe Savagnone - Tuttavia - pubblicato il 13/03/14

Per il Consiglio d'Europa la vera priorità contro la discriminazione delle donne è l'accesso all'aborto. E' così?

Il Consiglio d’Europa è seriamente allarmato per la violazione dei diritti delle donne in Italia. Forse perché, a differenza che in molti altri Paesi europei, non hanno asili nido gratuiti o quasi in cui lasciare i loro figli quando vanno al lavoro? O perché non ricevono dallo Stato alcun aiuto economico per allevarli dignitosamente (in Italia il sostegno pubblico alla famiglia ammonta a meno della metà della media europea)? O perché ormai le cure mediche  necessarie per far fronte efficacemente alle loro malattie sono sempre più costose, anche per i più poveri?

No, il Consiglio d’Europa è preoccupato, preoccupatissimo, perché – come si dice in un duro documento di denunzia, pubblicato in occasione dell’8 marzo – «a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola il diritto delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 198, intendono interrompere la gravidanza».
Che strano! Non ci risulta che interventi simili siano stati fatti per denunciare a gran voce la continua violenza a cui nel nostro Paese sono soggette le donne che vogliono esercitare il diritto di avere figli, e si comincia con questo, che difende il diritto di quelle che, per non averli, sono costrette ad ucciderli! In realtà, tra questo silenzio e questa esternazione c’è un nesso inscindibile. Come ci fu, al tempo del referendum, tra l’incapacità o il rifiuto, da parte di tutte le forze politiche, tanto quelle del “Sì” quanto quelle del “No”, di varare una legislazione che sostenesse le donne nel loro difficile compito di  madri, e la vittoria finale di chi, invocando lo stato necessità, votò a favore della legalizzazione dell’aborto.

Vittoria non delle donne, come spesso si continua a ripetere, ma degli uomini che, allora come oggi, erano  i quasi unici protagonisti della politica italiana e che non trovarono nulla di meglio, per  sopperire al loro cronico disinteresse (equamente condiviso dalla Destra, dal Centro e dalla Sinistra) nei confronti della famiglia, che scaricare sulle donne la responsabilità di scegliere tra tirare avanti da sole o eliminare i loro bambini. Perché per una donna – su questo, almeno, sono tutti d’accordo – l’aborto non è un lusso, ma  un trauma che la segna per tutta la vita. Ed è stato – come ancora è – l’astuzia del maschilismo imperante quello di presentare a chi ha concepito un figlio l’alternativa perversa tra una futura vita di sacrifici, che la società si rifiuta di condividere (magari spendendo un po’ meno per gli aerei da guerra), e l’affrontare questo trauma, ancora una volta in totale solitudine. Né hanno titolo per parlare quei severi moralisti che, strenuamente contrari all’aborto, in più di quarantacinque anni in cui sono stati al governo non hanno mai fatto una legge che aiutasse le famiglie con figli.

Quanto al documento del Consiglio d’Europa, non può non stupire che, per difendere un diritto – quello delle donne ad abortire -, se ne metta implicitamente in discussione un altro, quello del medico a seguire la propria coscienza. Perché, nell’altissima percentuale di obiettori di molte regioni italiane (nel Lazio arrivano al 90%), ci saranno sicuramente dei mascalzoni che si dichiarano tali nella struttura pubblica in cui operano, per poter eseguire gli aborti a pagamento in quella privata di loro proprietà; ma questi vergognosi atti di sciacallaggio – che vanno individuati e puniti con la massima severità – non possono giustificare la violazione della libertà fondamentale su cui si è fondata la civiltà liberale, quella delle coscienze individuali.

Tanto più che la legge 194 ha avuto fin dall’inizio  – e continua ad avere – un significato etico che la rende, a differenza di tante altre, puramente tecniche, estremamente discutibile sotto questo profilo. Sono in molti – tra cui il sottoscritto – a ritenerla viziata da una palese illogicità, che subordina la vita di un essere umano all’arbitrio di un altro (sia pure sua madre). La libertà di ciascuno – in buona  dottrina liberale – finisce dove comincia quella dell’altro. Ora, nel caso dell’embrione e poi del feto, c’è chi pensa, con ragioni tratte non dalla Bibbia, ma dalla scienza, che le esigenze, per quanto legittime, della donna, debbano fare i conti con quelle, ancora più stringenti, di un “altro”.

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abortobioeticaconsiglio europadonnematernitànatura umanaobiezione di coscienza
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