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Aborto: l’uomo, un intruso tra madre e vita concepita

© Zurijeta/SHUTTERSTOCK

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 28/01/14

Cosa succede negli altri Paesi?

Vanni: Per quanto riguarda le separazioni e i divorzi, sono in costante aumento in tutto l’Occidente. Lo so bene perché sto scrivendo un libro sulla sofferenza dei bambini durante i periodi del divorzio, e ho fatto una ricerca statistica su questo. C’è un incremento esponenziale: però attenzione, l’incremento c’è dal momento in cui è stata varata la legge, è lì il punto. Naturalmente noi sappiamo che in Italia l’aborto è in diminuzione, però si tratta di cifre irrisorie, che vengono evidenziate dai fautori dell’aborto per dimostrare che l’aborto funziona. Però si tratta di diminuzioni che sono nell’ordine della migliaia, rispetto ai milioni. Quindi – ed oggi mi sembra il giorno giusto per dirlo – l’aborto ha ucciso tanto quanto la Shoah, tanto per capirci. E questo solamente in Italia. È “un olocausto” di bambini.

Cosa ha fatto del maschio l’anello più debole della famiglia?

Vanni: Innanzitutto possiamo dire che se leggiamo i testi della legge 194, e leggiamo invece le famose relazioni del Ministero della Salute – io le ho lette tutte – si può notare che alcune parole scompaiono del tutto. Scompaiono tutte e tre le parole: non esiste più padre, madre, bambino, né marito, moglie e figlio, ma compaiono dei termini tecnici, che sono “donna”, oppure “il concepito”. È lì che possiamo assistere ad una disumanizzazione. Le parole sono importanti, perché privano di quell’affettività delle relazioni. La parola “padre”, ma anche “uomo”, è scomparsa completamente: questo ci fa capire che questa figura non esiste più né come numero, tant’è che dell’uomo non si parla mai, né ci si chiede che lavoro fa, né la sua età o l’origine socio–culturale. Però il problema fondamentale è quello dell’uomo in quanto “maschio”. Io direi che la crisi della figura maschile è legata alla crisi della figura del “padre”. Noi abbiamo parlato molto della figura paterna, anche nei libri del professor Risé, e abbiamo rilevato come in Occidente si sia assistito all’eclisse del “padre”. C’è stato un momento storico in cui si è prodotta una cesura della trasmissione della paternità, e della trasmissione dell’identità maschile. E il fulcro dell’identità maschile è quello di poter creare la vita: l’uomo si è dimenticato di questo perché ad un certo punto nessuno glielo ha più insegnato. Intere generazioni di uomini hanno perso la figura del padre che, di fatto, non essendoci, non ha più potuto insegnare né come si fa il padre, né come ci si prende cura dei bambini, né – io aggiungerei anche – come si ama una donna.

Non trovi che la reazione di fronte alla decisione di un aborto è un ulteriore esempio di come l’uomo fugga alle sue responsabilità?

Vanni: Sì, è vero, anche il discorso della responsabilità e del dono di sé per il bene degli altri è un aspetto dell’identità maschile che è andato perduto, e che invece era presente in tutte le società fino ad una certa epoca. Gli uomini si prendevano cura dei figli, sia in senso naturale, che in senso simbolico. Pensa all’importanza delle figure educative. Non a caso oggi assistiamo anche alla scomparsa della figura maschile nella scuola. Quindi l’uomo, in qualche modo, ha incontrato una crisi dal punto di vista antropologico, e si è ritirato da queste dimensioni del prendersi cura, della responsabilità, la cura delle nuove generazioni perché possano essere migliori. Credo che ci sia questo alla base.

Ma trovi che questo discorso riguardi solo gli uomini?

Vanni: Questo è un altro punto importante. Noi parliamo degli uomini, però non è del tutto giusto. Dovremmo parlare di tutte le giovani generazioni, maschi e femmine, perché la questione del far passare un messaggio di irresponsabilità rispetto alla vita, circonda tutti noi. I messaggi che ci arrivano dai media, che ci arrivano da queste leggi, i messaggi anche culturali che passano attraverso forme subdole, ad esempio l’ipersessualizzazione dei media in cui viviamo, stanno facendo passare un’immagine svilita della sessualità, priva dell’affettività, in cui ciò che conta è l’edonismo e comunque la superficialità. E questo messaggio non sta passando solo agli uomini, ma a tutti; tant’è vero che poi ci sono anche le ragazze che continuamente vanno a ricorrere alla pillola del giorno dopo senza accorgersi di quello che stanno facendo. Oppure ci sono le ragazze di 18 anni che vanno ad abortire dicendosi “vabbè, posso anche andare, tanto dicono che fino al giorno x non è vita”. Dunque, sono messaggi che coinvolgono tutti, non solamente gli uomini, e questo secondo me è importante, perché ti permette di guardare con un certo occhio anche gli uomini. Come dire, questa disattenzione alla vita, non è una colpa degli uomini, ma anche un messaggio che noi facciamo passare.

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