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La sofferenza. Un bene o un male per l’uomo?

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Dimensione Speranza - pubblicato il 16/01/14

Quindi, l'amore non costituisce soltanto l'essenza dell'annuncio cristiano, ma è anche la risposta alle attese naturali della ragione e della coscienza di chiunque s'interroghi sul mistero della sofferenza. Tutti, in primo luogo i cristiani, sono chiamati anzitutto a capire essi stessi e poi ad aiutare il mondo a capire che il vero male è quello morale compiuto liberamente, e che tutte le altre forme di sofferenza sono un'occasione per sperimentare l'amore e imparare ad amare.

A questo punto si può dire che da quando Cristo è stato crocifisso la sofferenza umana si è venuta a trovare in una situazione nuova. Infatti, «nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta»; Cristo «nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L'uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato» (9). Viene da qui l'amore che i santi hanno sempre avuto per le prove e per le sofferenze.

Porta all'amore. Sul fatto che la sofferenza porti all'amore insiste molto Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris, commentando la parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 30-37). «Seguendo la parabola evangelica – scrive il Papa – si potrebbe dire che la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell'uomo l'amore, proprio quel dono disinteressato del proprio "io" in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo dell'umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell'amore umano; e quell'amore disinteressato, che si desta nel suo cuore e nelle sue opere, l'uomo lo deve in certo senso alla sofferenza. […] La parabola in sé esprime una verità profondamente cristiana, ma insieme quanto mai universalmente umana. Non senza ragione anche nel linguaggio comune viene chiamata opera "da buon samaritano" ogni attività in favore degli uomini sofferenti e bisognosi di aiuto» (10).

Quindi Papa Wojtyla riassume il messaggio della parabola in questi termini: «l'uomo deve sentirsi come chiamato in prima persona a testimoniare l'amore nella sofferenza. Le istituzioni sono molto importanti e indispensabili; tuttavia nessuna istituzione può da sola sostituire il cuore umano, la compassione umana, l'amore umano, l'iniziativa umana, quando si tratti di farsi incontro alla sofferenza dell'altro. Questo si riferisce alle sofferenze fisiche, ma vale ancora di più se si tratta delle molteplici sofferenze morali, e quando, prima di tutto, a soffrire è l'anima» (11).

Perciò, terminando, non può mancare una parola di riconoscenza e di gratitudine soprattutto per quegli istituti di vita consacrata che s'impegnano «da buon samaritano» al servizio dei sofferenti, nei quali vedono il volto di Cristo, sposo divino.

Bartolomeo Sorge S.J. *

Note

1) NATOLI S., «Dio? È un dilemma di tutti», in Jesus n. 2 (febbraio 2011) 95 s.
2) GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Salvifici doloris (1984), n. 31.
3) GIOVANNI PAOLO II, Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005, 199 s.
4) Cit. da VITALINI S., «Dio soffre con noi?», in Parola e parole, n. 5 (marzo 2008), 14.
5) GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Salvifici doloris, n. 16.
6) Ivi, 198.
7) BENEDETTO XVI, enciclica Caritas in veritate (2009), n. 34.
8) Ivi, n. 53.
9) GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Salvifici doloris, n. 20.
10) Ivi, n. 29.
11) Ibidem.

* Direttore della rivista Aggiornamenti Sociali

(in Vita consacrata in Lombardia, anno XXVI, n. 86, febbraio 2012, pp. 55-64)

Tratto da Dimensione Speranza

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