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Suor Maria Gloria Riva: “Svegliate il mondo”

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Una monaca si misura con le parole del Papa e spiega che è "l'innamoramento per Cristo" che può attrarre al Vangelo

di don Gabriele Mangiarotti

Ogni volta che questo Papa parla, ci troviamo di fronte a questa strana situazione: da un lato la commozione e l’entusiasmo per la freschezza e la limpidità, senza schemi, con cui egli ci richiama a ciò che è essenziale nella vita cristiana (quello che Solov’ëv chiamerebbe “Gesù Cristo e tutto quello che deriva da lui”), mentre dall’altro la ridda delle interpretazioni monotematiche e ripetitive che non sanno dare ragione di quanto il Papa dice, soprattutto guardando ai problemi che pone come se fossero già una risposta da ripetere. L’ultimo articolo di Civiltà Cattolica “Svegliate il mondo” non si sottrae purtroppo a questo destino.

Lasciamo pure da parte quelle interpretazioni che impediscono di leggere in profondità il messaggio pontificio; raccogliamo tutti quegli spunti che ci consentono di imparare con semplicità e gioia quanto lo Spirito ci sta comunicando attraverso papa Francesco. Per questo ho chiesto a suor Maria Gloria Riva, monaca della Adorazione Eucaristica, di misurarsi con queste parole del Papa.

Partiamo da questa osservazione: “La vita religiosa deve permettere la crescita della Chiesa per la via della attrazione”. Da tempo hai iniziato il cammino di una nuova fondazione, e dopo poco tempo siete già in 10, di cui molte giovani. Che cos’è che può affascinare un uomo o una donna d’oggi rispetto alla vita religiosa? Puoi raccontarci qualche episodio significativo?

Se fossi Ildegarda di Bingen, di cui sto leggendo con molto frutto gli scritti e la vita, santa a cui la nostra comunità – come sai – molto si riferisce, risponderei che è necessaria ai religiosi la “viriditas”. Con questo termine Ildegarda intendeva quel rigoglio, quella fecondità gioiosa eppure consapevole del dolore che deve sopportare, quella verità solida, cui si è certi di potersi appoggiare, e che soltanto un vero amore per Cristo ti può dare.

Ho notato in tutte le ragazze che ora sono con me il fascino esercitato da una vita – non tanto priva di tentazioni, ostacoli, sofferenze e persino limiti umani, quanto – innamorata. Vivere da innamorati significa vivere nella consapevolezza che Cristo ci ha scelto per compiere quel disegno buono che ha sulla storia e decidersi di votarsi a questo.

Papa Francesco, nel modo che gli è proprio, più volte ha detto questo e lo ripete in quest’ultimo messaggio già col titolo: «Svegliate il mondo!», ma anche quando chiede di vivere con radicalità, di trovare un linguaggio nuovo, un nuovo modo di dire le cose e, aggiungerei io, un nuovo modo di guardare le cose.

“I religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo”: ti senti descritta da queste parole con cui il Papa descrive la vita religiosa? Certamente per svegliare bisogna essere svegli. In che modo la proposta che vivi ridesta ogni giorno questo spirito profetico di cui il mondo di oggi ha così tanto bisogno?

Il termine profetico può essere riletto mediante la lingua latina con l’espressione «pro fites», cioè la missione di indicare agli altri qualcosa già presente, già in atto ma che nessuno vede. Fu la missione del Battista. Troppo spesso l’aggettivo profetico viene annesso soltanto a ciò appartiene al futuro, mentre – benché la vita religiosa sia testimonianza dei beni futuri, si traduce nel tempo presente come possibilità di individuare già nel tempo presente quel bene futuro cui si aspira.

“Si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia”: hai lasciato un centro importante come Monza per rinchiuderti – apparentemente – in un posto insignificante e piccolissimo. Vivi questa condizione come un limite, una inevitabile necessità o come una chance?

Oggi più che mai abbiamo bisogno di persone che si muovano alla ricerca del bene e del vero. Molto spesso verso le periferie, anche geografiche, si muovono le persone che cercano davvero qualcosa o, forse, Qualcuno. Le persone che incontriamo qui sono talora persone che non giungono fin qui per noi, ma ci trovano e, incontrandoci fanno la scoperta di una Chiesa diversa da quella a cui – forse – sono abituati a pensare. Io credo che il Papa desideri questo, che coloro che non credono o che sono sfiduciati per le difficoltà della vita, per le ricerche esistenziali, possano incontrare dei cristiani attraenti, degli amici autentici e discreti. È vero poi che passando da una città – a suo modo molto religiosa come Monza – ho conosciuto, proprio in questi paesini di periferia, una forma di anticlericalismo per me nuova. Una sfiducia totale nell’uomo di Chiesa. Ricordo che, venendo a conoscere la visibilità della mia persona, alcune buonissime signore (e anche alcuni uomini) mi dicevano : «No, lei così famosa, non starà qui! Questo è un posto dimenticato». Oggi sono fiera di abitare in un posto dimenticato perché – senza saperlo – ho obbedito al desiderio della Chiesa prima che questa lo formulasse nelle parole del Santo Padre. Ulteriore conferma che è sempre Dio che guida i nostri Pastori.

C’è bisogno di un nuovo linguaggio, di un nuovo modo di dire le cose. Oggi Dio ci chiede questo: di uscire dal nido che ci contiene per essere inviati. Chi poi vive la sua consacrazione in clausura vive questa tensione interiore nella preghiera perché il Vangelo possa crescere…”: Clausura e missione, in che modo sono una esperienza compiuta? E il nuovo linguaggio, che per te e le tue sorelle investe principalmente il mondo della bellezza, in che modo aiuta gli uomini ad incontrare Gesù e la sua Chiesa?

Senza la clausura, il nostro tipo di missione sarebbe impossibile. In questi giorni sono stata molto colpita da un passo di san Basilio che la Liturgia delle Ore ci ha offerto. Benché lo abbia letto molte volte quel brano, soltanto ora quel passo ha assunto per me tutta la pregnanza di significato che contiene e che risponde alla tua domanda. Scrive san Basilio nel suo trattato Su lo Spirito Santo: «L’adorazione nello Spirito indica un’attività del nostro animo svolta in piena luce». Noi che siamo missionarie anzitutto nell’adorazione eucaristia e nella liturgia cantata e pregata se non esprimessimo in tutto questo un’attività dell’animo, saremmo cembali squillanti, come direbbe san Paolo.

Davvero c’è anzitutto la preghiera all’origine della missione. Le opere che la Chiesa ha da compiere sono solo le opere della fede. Solo queste opere, infatti, sono trasparenza di un’attività che ha la radice nell’animo, solo queste opere danno gloria a Dio e portano salvezza all’uomo, elevano creato e creatura. In questo senso si parla d’inculturazione di un carisma, di fare “ruido”, come dice il Papa: il fare rumore nasce non dallo strepito con cui si proclama il Vangelo ma dalla novità con cui lo si annuncia. Qui a ognuno il suo: cioè a ogni carisma il compito di lasciarsi illuminare dallo Spirito per trovare, appunto, nuove vie e nuove parole. Per noi la novità intravista nel carisma che Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione ha consegnato alle sue figlie, le Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, è stata proprio in una frase liturgica da lei fatta sua: dalla bellezza delle cose visibili si giunge alla bellezza dell’Invisibile. La beata Maria Maddalena parlava di quella realtà visibile che è il Santissimo Sacramento per la quale vediamo – qui in terra – la Presenza del Bellissimo, tuttavia oggi, in un mondo che non comprende più la preghiera di adorazione, abbiamo individuato – proprio a partire da quella frase – la grande opportunità missionaria che offre la via pulchritudinis. Dall’adorazione eucaristica noi siamo educate alla bellezza di uno sguardo diverso sulle cose, sulle realtà quotidiane, sulle bellezze visibili, come l’arte, la musica, la tradizione. Agli uomini lontani, a quelle periferie esistenziali di cui parla il Papa, possiamo giungere però attraverso il percorso inverso: educando a guardare in modo diverso all’arte, alla musica, alla tradizione li si accompagna gradatamente a scoprire qual è la sorgente del nostro sguardo: Gesù realmente presente nell’ostia che adoriamo quotidianamente.

Ecco questa è missione e inculturazione, partire da ciò che l’uomo della strada apprezza per colpirlo – come direbbe Chagall – nelle sue nostalgie e riconciliarlo col Mistero di Cristo.

Qui l'articolo originale

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