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Ci può essere Dio dietro a una maledizione o al malocchio?

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Card. Gianfranco Ravasi - pubblicato il 26/12/13

Nel Deuteronomio si dice che “il Signore colpirà [Israele peccatore] di delirio, di cecità e di pazzia”. Un segno divino alla radice di certe malattie?

Una folla di persone ancora oggi crede al malocchio, oppure alle maledizioni, ed è facile ironizzare riguardo a queste ingenuità sulle quali campano legioni di imbroglioni, cartomanti, maghi, indovini e affini. Ma come la mettiamo con la sfilza di dodici maledizioni che si leggono nel capitolo 27 del Deuteronomio o quella ancora più lunga del capitolo 28, ove tra l'altro si legge che “il Signore colpirà [Israele peccatore] di delirio, di cecità e di pazzia”. C'è, dunque, un segno divino alla radice di certe malattie?

Le “maledizioni”, parallelo negativo delle “benedizioni”, costituiscono nella Bibbia – ma anche in altre culture religiose – un fenomeno letterario (hanno infatti delle formule espressive codificate), sociale (riflettono situazioni e convinzioni popolari) e teologico (hanno alla base il coinvolgimento di Dio stesso). Il principio che vi è sotteso è duplice. Da un lato, si vuole esprimere la fiducia nella “moralità” di Dio: il Signore non può restare indifferente nei confronti del male e dell'ingiustizia ma deve intervenire ristabilendo l'armonia violata dal peccatore. Si tratta, quindi, di un appello al giudizio divino, la cui sentenza è imparziale e giusta.

D'altro lato, si ha un diverso tipo di fiducia, quella nella parola, che nelle civiltà dell'antico Vicino Oriente era considerata efficace soprattutto quando veniva pronunciata in un contesto sacrale. Come accade per le parole del sacerdote alla consacrazione, capaci di rendere realmente presente Cristo sotto il segno del pane e del vino, così il fedele ebreo era certo di “costringere” Dio a intervenire col suo giudizio attraverso la maledizione rituale.

Il contenuto della maledizione era regolato da una dottrina cara all'Antico Testamento, quella della retribuzione, che potremmo riassumere nel binomio “delitto-castigo”: se hai peccato, Dio ti punirà con una malattia. Ecco il significato della maledizione di Deuteronomio 28,28, citata dal nostro interlocutore: “Il Signore ti colpirà di delirio, di cecità, di pazzia”. Contro questa dottrina reagiranno aspramente Giobbe e lo stesso Gesù, il quale, davanti al cieco nato, si ribellerà all'idea che la sua cecità sia frutto di un peccato di quello sventurato nel grembo materno o dei suoi genitori, come sostenevano le varie scuole rabbiniche di allora (Gv 9,1-3).

Noi, però, fissiamo la nostra attenzione solo sulla “punizione” della pazzia, invocata da quella maledizione. Nell'originale ebraico abbiamo timhôn lebab, “confusione del cuore”, laddove “cuore” ha il valore di “mente” e “coscienza”. Ora, è noto che l'antichità nei confronti dei disturbi mentali e psichici aveva un duplice e antitetico atteggiamento. Da un lato, li considerava come un'irruzione divina misteriosa e intangibile; d'altro lato, li riteneva opera di uno “spirito cattivo sovrumano”, come si dice a proposito della follia del primo re di Israele Saul (1 Sam 16,14; 18,10; 19,9).

Anche Gesù verrà giudicato fuori di sé dai suoi parenti; e gli scribi gerosolimitani aggiungeranno: “E' posseduto da Beelzebul…il principe dei demoni” (Mc 3,21-22). Cristo incontrerà alcuni malati di mente, considerati indemoniati secondo la dottrina sopra citata della retribuzione: è probabilmente il caso dell'“indemoniato” di Gerasa (si veda Mc 5,1-13) o del ragazzo, quasi certamente anche epilettico, guarito ai piedi del monte della Trasfigurazione (si veda Mc 9,14-29).

Siamo, dunque, in presenza di una convinzione legata a una visione religiosa che la Bibbia riflette proprio perché “incarnata” in una cultura e in una società. Essa, però, come accadeva anche per la lebbra, viene superata da Cristo che si preoccupa di sanare quelle sofferenze, considerandole un male da cui liberare chi ne è travolto. Purtroppo una lettura “letteralista” della Bibbia ha in passato avallato la teoria della retribuzione e le relative credenze popolari, immaginando che la pazzia fosse un prodotto satanico, segno di una colpa o di una maledizione, e non una malattia da curare e guarire, alla luce dell'autentico messaggio biblico.

[Tratto dal volume di Gianfranco Ravasi, “Questioni di fede. 150 risposte ai perché di chi crede e di chi non crede” (Mondadori)]

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