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Fatta l’Europa, come facciamo gli europei?

Alexander Mak

Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 03/12/13

La sfida di una cittadinanza multilivello

Ragionarne a livello europeo richiede di mettere nuovamente a fuoco il concetto di cittadinanza, anzi, come vedremo, di darne una nuova interpretazione dinamica. Radicato nella tradizione politica grecoromana, tale concetto “riappare” nell’epoca moderna con la fine dell’assolutismo e identifica i membri di quel soggetto collettivo, il popolo, a cui, in un dato territorio, appartiene la sovranità, una volta che essa è stata tolta al monarca. Nelle democrazie occidentali, dunque, il concetto di cittadinanza rinvia da un lato a quello di sovranità, con un necessario riferimento allo Stato come ambito innanzitutto territoriale in cui questa si esercita, e dall’altro a quello di popolo.

Nella progressiva elaborazione, ne emergono una dimensione giuridica, quella dei diritti e doveri propria dei cittadini; una dimensione politica, con la loro partecipazione più o meno diretta al governo dello Stato; una dimensione sociale basata sul senso di appartenenza identitaria a una comunità legata a un territorio.

Da questo punto di vista è immediatamente chiaro come parlare di cittadinanza europea costituisca un ossimoro, o meglio richieda una reinterpretazione analogica del concetto. Da un lato, infatti, manca all’UE la pienezza di una sovranità dello stesso tipo di quella che resta in capo agli Stati, dall’altro non è possibile affermare che esista un popolo europeo nello stesso senso in cui lo si afferma per i singoli Stati membri. Non a caso si parla piuttosto di “Europa dei popoli”, a sottolinearne l’irriducibile pluralismo.
Anche nei Trattati europei emerge la consapevolezza che la cittadinanza europea non può essere compresa semplicemente sulla falsariga di quella nazionale, tanto che si aggiunge a essa senza sostituirla. Afferma infatti il Trattato di Maastricht: «È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro»; il Trattato di Amsterdam, cercando di non irritare le suscettibilità nazionali, precisa che «La cittadinanza dell’Unione costituisce un complemento della cittadinanza nazionale e non sostituisce quest’ultima» (art. 9 della Versione consolidata del trattato sull’Unione europea, attualmente in vigore); né l’UE gode del potere di concedere a chicchessia la cittadinanza europea, in quanto essa richiede come condizione necessaria e sufficiente di essere già in possesso della nazionalità di uno Stato membro. Basta questo a far intuire come la cittadinanza europea rappresenti un unicum proprio nel suo fare riferimento a un quadro sovranazionale.

Nonostante questo, un primo e importante filone del suo sviluppo si è mosso sulla scia della cittadinanza in senso classico. Così il fatto di essere cittadino europeo conferisce specifici diritti: libertà di circolazione, soggiorno e lavoro all’interno del territorio dell’Unione, diritto di ricorrere alle istituzioni europee (ad esempio petizione al Parlamento europeo, ricorso alla Corte di Giustizia e Mediatore europeo). A livello simbolico risulta particolarmente significativo il diritto di ottenere tutela da parte delle rappresentanze diplomatiche di qualunque Stato UE nei Paesi dove non vi siano quelle del proprio: visto che nel diritto internazionale la tutela consolare è prerogativa degli Stati, siamo in presenza di una prassi embrionale di condivisione della sovranità. Vi sono poi i diritti sociali ed economici affermati dalla normativa comunitaria (ad esempio in materia di salute, sicurezza, tutela del consumatore, ecc.) e soprattutto il patrimonio di diritti e libertà che costituiscono la tradizione delle democrazie europee, solennemente riaffermato e aggiornato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, approvata nel 2000 dal Consiglio europeo di Nizza.

Dal punto di vista della partecipazione politica, un primo passaggio fondamentale si è avuto nel 1979, con l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale. Inoltre il Trattato di Maastricht stabilisce il diritto dei cittadini europei di votare alle elezioni amministrative ed europee nel Paese in cui risiedono (anche se diverso da quello di cui hanno la nazionalità) e, a determinate condizioni, anche quello di candidarsi alle stesse consultazioni. Questo modifica in maniera significativa il tradizionale legame tra diritto di voto (attivo e passivo) e nazionalità. Così in Italia i cittadini degli altri Paesi UE sono gli unici stranieri che possono partecipare come elettori e come candidati alle elezioni amministrative.

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cittadinanzaeuropaunione europea
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