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Evangelii Gaudium: Papa Francesco e la via del Concilio

Lorenzo Baldisseri

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Chiara Santomiero - pubblicato il 29/11/13

Mons. Baldisseri: “La riforma del papato non è una frattura. La Chiesa cammina nella storia: il cambiamento è per un annuncio sempre attuale”

Con l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium Papa Francesco ha indicato alla Chiesa il cammino da seguire nei prossimi anni sotto il segno della missionarietà e del discernimento collegiale. Aleteia ne ha parlato con mons. Lorenzo Baldisseri, Segretario generale del Sinodo dei vescovi.

Qual è la sua prima impressione generale del documento? Cosa la colpisce di più?

Baldisseri: La gioia. L’annuncio del Vangelo come un annuncio di lieta notizia che spesso, invece, non viene sottolineato. Specialmente in questi ultimi tempi, l’annuncio della buona notizia è stato un po’ appannato dai problemi, dalle cosiddette questioni “non negoziabili” che esistono naturalmente così come le questioni dottrinali. C’è nel documento un approccio nuovo che viene proprio da Papa Francesco, un uomo che si presenta con il cuore in mano e “primeggia” in questo campo.

La famosa espressione “primerear” che ci ha insegnato Papa Francesco…

Baldisseri: Primerear, appunto, che è un neologismo porteño più che argentino in senso stretto. E’ interessante notare come il Papa in questo momento, è proprio il primo, “primereia” in tutti i campi, anche nell’ambito sociale e politico. C’è un grande interesse per questo uomo il quale, in fondo, cosa dice? Il Vangelo. Credo che il Papa abbia individuato bene il titolo dell’esortazione e la necessità di esprimere la gioia della fede. Non per niente la parola gioia viene citata 59 volte. L’altro aspetto che emerge da una prima lettura del documento è che il suo autore viene da un altro continente che non è quello europeo. Sebbene la formazione personale ed anche ecclesiale di Bergoglio si basi sulla cultura occidentale che ha veicolato la fede nel mondo per circa venti secoli, però si sente l’influsso delle altre culture oltre a quella europea che pure hanno segnato l’immigrazione in Argentina e in America latina in generale. La differenza culturale è evidente in molte parti dell’esortazione, per esempio quando parla, auspica la conversione pastorale a tutti i livelli.

Cosa bisogna intendere per conversione pastorale?

Baldisseri: I comandamenti di Dio che sono scritti nel cuore degli uomini sono fondamentali e richiedono una conversione personale perché valgano nella vita di ognuno di noi. Lo stesso va fatto anche nell’ambito delle strutture sociali, nell’economia, nella cultura. Questo è l’invito che troviamo nella Evangelii Gaudium che è un documento programmatico e insieme esortativo. La necessità di conversione a tutti i livelli. Conversione vuol dire fare una virata, senza praticare rotture, operare la metanoia all’interno e all’esterno di noi. La revisione deve riguardare tutti gli aspetti, comprese le strutture della Chiesa.

L’attenzione dei giornalisti si è appuntata sulla conversione del papato…

Baldisseri: Il Papa dice “io chiedo la conversione, ma devo dare il buon esempio”. Se tutte le strutture devono operare la conversione pastorale partendo da parrocchie, comunità di base, associazioni, diocesi, coinvolgendo il vescovo il quale è chiamato ad essere il pastore che sta davanti al gregge, sta nel mezzo e anche in coda e quindi ad essere un pastore presente, allora, conclude Papa Francesco, anche il papato deve avere la sua riforma.

Questo è un tema che un po’ allarma alcuni ambienti ecclesiali…Cosa intende Papa Francesco per riforma del papato?

Baldisseri: Di certo non il concetto del primato di Pietro perché questo fa parte della dottrina della Chiesa. Si tratta piuttosto di ciò che nel passato si identificava come riforma della Curia. Al numero 32 dell’esortazione apostolica il Papa sottolinea la volontà di una maggiore partecipazione dell’episcopato mondiale, cioè dare concretezza al concetto di collegialità. In questa prospettiva ha indicato la traccia segnata dall’enciclica dedicata al tema dell’ecumenismo,
Ut unum sint, che apre a un esercizio del primato del Papa di tipo collegiale. Non si tratta quindi di una novità ma di una sottolineatura che lui intende mettere in evidenza.

Negli ultimi tempi si discute molto circa la continuità o la discontinuità tra Francesco e Benedetto XVI e gli altri papi prima di lui: la riforma del papato è frattura o sottolineatura?

Baldisseri: Siamo di certo nella continuità. Il filo d’oro che sta al di sotto di tutto ciò che è stato espresso nella Evangelii Gaudium è la solidità della dottrina che viene offerta in maniera nuova. In questo senso rispecchia anche l’annuncio del Vangelo che è una “nuova”, la buona nuova. La novità deve essere letta proprio in questo senso: non è l’annuncio fatto una volta che noi stiamo ripetendo quasi automaticamente. Si rinnova ogni volta. La Chiesa offre Cristo, che si è incarnato una volta nel tempo e continua poi nella storia attraverso la Chiesa attraverso un annuncio che deve essere sempre attuale perché le generazioni degli uomini si susseguono. Altrimenti Cristo sarebbe solo uno dei grandi personaggi della storia e noi faremmo di lui memoria storica. La Chiesa cammina attraverso la storia: quando avvengono dei cambiamenti non vuol dire che ci sono rotture, discontinuità. C’è una maniera nuova di presentare il Vangelo perché la realtà è nuova, la società è cambiata e allora cambia l’approccio. Si parla molto dello stile diverso e nuovo di questo pontefice che è anche l’aspetto di lui che affascina immediatamente perché si rende contemporaneo, prossimo. Ci si può fare vicini alla gente solo muovendosi, non restando fermi.

Questo fa venire in mente lo stile conciliare, quello di adeguare l’annuncio della Chiesa ai tempi che cambiano: è così?

Baldisseri. Certo. Papa Francesco non ha partecipato al Concilio, anzi è diventato sacerdote assai dopo la chiusura del Vaticano II però è un uomo che ha seguito sia la sua celebrazione che il dopo Concilio e tutta l’applicazione di questi 50 anni. Egli ha molta ammirazione per quel periodo, per lo spirito conciliare e credo che l’istituto del Sinodo – che è stato creato durante il Concilio Vaticano II per dare proprio una risposta all’esigenza della collegialità – abbia oggi una importanza fondamentale nella sua prospettiva di Chiesa. Le dichiarazioni che ha fatto sull’esercizio del primato si rifanno proprio alla bella esperienza del Concilio. E’ come il Vaticano II.

Nelle citazioni c’è la riflessione della Chiesa di questi 50 anni: da Paolo VI al documento di Aparecida …

Baldisseri: E’ vero e non so se ne è stata capita l’ importanza. Il papa ha citato anche il magistero ordinario dei vescovi, cosa che spesso nel passato non avveniva, essendo il magistero ufficiale limitato a quello della Santa Sede.

Quanto c’è di Aparecida e del magistero dell’America latina nell’Esortazione?

Baldisseri: C’è molto. Tutto quello che si riferisce all’aspetto sociale viene dall’impostazione di Aparecida perché è un tema comune e profondo per tutta l’America latina e da lì poi ha percorso il mondo.

La dimensione sociale dell’evangelizzazione è dimensione teologica: cosa vuol dire?

Baldisseri: E’ parte del messaggio. Quando il Papa parla dei poveri afferma che sono “carne di Cristo”. Dunque la fede non può essere slegata dalla carità, che non è filantropia, ma molto di più. Tocca l’essenza della fede e quindi è categoria teologica. Il Papa parla di teologia dei poveri, non di teologia della liberazione. Anche se parla di ansia di liberazione o usa l’aggettivo “liberatrice” lo fa in un contesto ben preciso. Dice di liberarsi dall’economia, dallo sfruttamento, ma quando parla di teologia e di fede non usa mai questa espressione. Non usa nemmeno “strutture di peccato” perché il peccato è sempre individuale, mentre la struttura può essere causa di ingiustizia e quindi causa di peccato.

Il Papa è molto concreto: non si limita a dire genericamente che bisogna essere solidali o distribuire meglio le ricchezze, ma si rivolge a chi sfrutta e a chi mette da parte chi lavora.

Baldisseri: La Chiesa latinoamericana e caraibica, vive nel popolo che in generale è un popolo povero. Oggi lo sviluppo in America latina aumenta il gap tra ricchi e poveri. In passato la Chiesa anche per dimostrare la sua vicinanza ai poveri ha lasciato i palazzi, strutture presenti solo nelle grandi città in quanto l’evangelizzazione coloniale si è limitata ai grandi centri. Sull’immensità del territorio fuori dalle grandi città, l’evoluzione anche organizzativa della Chiesa attraverso diocesi e parrocchie è avvenuta solo nel secolo scorso. Il vescovo e il sacerdote era quasi naturalmente missionario e tutto era territorio di frontiera. E’ stata una sorta di contatto corpo a corpo con la gente che ha fatto apprezzare la Chiesa, che ha dato speranza ai poveri. Il Papa viene da quella Chiesa lì, viene da un Chiesa missionaria.

Una Chiesa vicina alla gente ma che è stata anche pesantemente compromessa a volte con i regimi militari: come si conciliano questi due aspetti?

Baldisseri: Già al tempo della conquista coloniale si può parlare di una unione forte con le autorità civili. Si parlava di patronado, l’autorità civile che gestiva la chiesa attraverso le nomine vescovili. I regimi militari hanno sfruttato questa situazione che ha prodotto una reazione della Chiesa a favore del popolo. In questo contesto è nata la teologia della liberazione che, purtroppo, ha mescolato il religioso con il politico. La purificazione della teologia della liberazione è avvenuta dentro la Chiesa, lentamente sia con interventi della Santa Sede (all’epoca c’era il cardinale Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede) sia con chiarificazioni dei teologi stessi e oggi parliamo più propriamente di una teologia dei poveri. Papa Bergoglio questa distinzione l’ha avuta chiara già negli anni ’70 e per questo lui ha difeso il popolo e non ha legato con i militari come ha fatto una parte della Chiesa argentina. Dalle accuse che gli sono state rivolte è stato difeso dal premio Nobel Esquivel che ha chiarito la sua posizione.

Si rischia secondo lei che come per il Concilio, anche l’esortazione Evangelii Gaudium venga derubricata a “pastorale” e quindi considerata di valore minore a livello dottrinale?

Baldisseri: Non credo ci sia questo pericolo, anche se alcuni gruppi – pochi – potranno strumentalizzare questo aspetto o altri aspetti, sostenendo che il Papa non è stato esaustivo. La maggioranza vede che è un documento solidamente dottrinale, radicato sulla Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa e allo stesso tempo ha una apertura meravigliosa. Dice cose molto profonde, c’è anche un aspetto contemplativo, specie nella parte in cui parla dell’omelia e dello Spirito Santo. Tratta l’incontro personale con Gesù che ci salva, il piacere spirituale di essere la forza misteriosa di Cristo risorto. E’ un testo che va letto con attenzione. Il Papa spiega qual è la sua vita spirituale e di unione con Dio. Si sente che nella parole del Papa parla il Vangelo: non è poesia, è verità, è fede.

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