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Il lavoro che viene meno e il territorio che cambia

Caritas Bergamo su crisi e lavoro

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Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 18/11/13

Visconti (Caritas Bergamo): “abbiamo imparato a conoscere un fenomeno che non c'era mai stato: la disoccupazione”

Cinque anni consecutivi di crisi economica e una ripresa ancora lontana hanno prostrato anche le zone più sviluppate del Paese sul piano industriale e d’impresa. La perdita di migliaia di posti di lavoro incide pesantemente sul vissuto delle famiglie mentre l’incertezza del futuro rischia di compromettere l’intero tessuto sociale dei territori. Per questo è ancora più necessario piantare “semi” di speranza come racconta ad Aleteia, don Claudio Visconti, direttore della Caritas diocesana di Bergamo e delegato per la carità della Lombardia.

Come vanno le cose a Bergamo?

Visconti: Abbiamo imparato a conoscere un fenomeno che da noi non c’era mai stato: la disoccupazione. In cinque anni sono venuti meno migliaia di posti di lavoro. La conseguenza è che coloro che erano già fragili sono precipitati, mentre tante famiglie sono entrate in difficoltà. Per un po’ gli ammortizzatori sociali sono riusciti a tamponare la situazione ma adesso stanno finendo. La questione più drammatica, come viene spesso testimoniata dai nostri 70 centri di ascolto animati da 1500 volontari, è chi esce dal mondo del lavoro non ci rientra, soprattutto se ha una bassa professionalità.

Quali strumenti anti-crisi ha messo in campo la diocesi?

Visconti: E’ stato costituito il Fondo famiglia lavoro che dal 2009 è riuscito ad aiutare 3500 famiglie. All’inizio si era pensato di tenerlo in funzione per un paio di anni ma ci siamo accorti che era necessario continuare per molto più tempo. Molta parte dei fondi erogati – mai in contanti – riguardano l’assistenza pura e semplice come buoni per beni essenziali nei negozi convenzionati e bollette: la Caritas paga attualmente circa 7 mila euro di bollette a settimana. L’azione più importante, però, l’abbiamo svolta nella ricerca di nuovi posti di lavoro, presso le casse edili o i piccoli artigiani offrendoci di pagare gli oneri fiscali per nuovi assunti – circa 8 mila euro a persona – in cambio dell’assunzione di particolari categorie di lavoratori: quelli più prossimi alla pensione o con più figli a carico. In questo modo siamo riusciti ad ottenere 100 nuovi posti di lavoro, alcuni dei quali con nostra grande gioia si sono trasformati in assunzione a tempo indeterminato. Soprattutto abbiamo posto un segno e inviato un messaggio: se ci si dà una mano, insieme si possono raggiungere degli obiettivi anche in una situazione grave come quella attuale.

Ci sono anche altre iniziative?

Visconti: La terza “gamba” di questa azione è il microcredito per piccoli progetti: tramite il “Fondo speranza” della Cei abbiamo finanziato 150 famiglie e altre 150 con i fondi diocesani. Dal 2013 si è posto anche il problema dei mutui di molte case non più sostenibili da parte delle famiglie. A quelle che hanno un minimo di disponibilità, raccomandiamo di non andare in mora e, attraverso una convenzione con una banca, la Caritas paga il resto della rata per tre mesi. Un altro segno, inoltre, è il progetto “Super cent”, con il quale si possono versare anche pochi euro in maniera costante tramite un bonifico sulla propria banca senza spese di commissione. Tre mila persone hanno assunto con fedeltà, in maniera continuativa, questo impegno che rappresenta il classico “granello” con il quale tutti possono contribuire a fare cose grandi.

Quali effetti ha prodotto la crisi sull’atteggiamento delle persone?

Visconti: Il nostro è un territorio che ha sempre dato con molta generosità per ogni emergenza che si è presentata nel tempo. Tutto si basava però dalla sicurezza del posto di lavoro. Oggi che questa sicurezza è stata posta in discussione, il meccanismo sembra inceppato. C’è una grande generosità nell’immediatezza – come dimostra la raccolta per la catastrofe di questi giorni nelle Filippine – ma nell’ordinario è diventato più difficile. Perché anche le famiglie che non hanno perso il lavoro, hanno paura che possa accadere e sono più caute. Le famiglie sono in apprensione: prima era impensabile perdere il lavoro, il territorio di Bergamo è stato sempre un catalizzatore di occupazione: infatti è la terza città d’Italia per numero d’immigrati, almeno 150 mila. Con la realtà della disoccupazione viene meno un luogo di identità forte dei bergamaschi perché il lavoro non è solo capacità economica ma elemento di coesione sociale.

Quale tipo di riflessione pone questo cambiamento?

Visconti: Una riflessione di tipo anche culturale. Non per niente la diocesi ha celebrato il convegno: “Il lavoro cambia e ci cambia”, coinvolgendo tutti gli attori sociali del territorio. Cambia anche la formazione degli operatori dei Centri di ascolto essendo mutata la tipologia dell’utente: non più il tossico o l’immigrato ma il papà o la mamma che “potrei essere io”. Per questo abbiamo attivato anche un protocollo di intesa con i consultori per dare sostegno psicologico agli operatori e anche a chi ha perso il lavoro che può accedere a otto sedute gratuite che lo aiutano a riorientarsi in questa nuova fase di vita. Dobbiamo tutti imparare a riorientarci: sicuramente i nostri genitori nel dopoguerra stavano peggio di noi, ma loro avevano davanti una prospettiva, la sensazione che i sacrifici li avrebbero portati a star meglio e che i loro figli sarebbero stati meglio, con un’istruzione più elevata. Adesso abbiamo di più di allora ma c’è la consapevolezza che si va verso il “meno”: meno stipendio, meno soldi, meno sicurezza per i figli. Bisogna imparare a rinunciare a cose che non ci saranno più.

Quali prospettive per il futuro?

Visconti: Oggi la grande questione è mettere il lavoro al centro. Trovare posti di lavoro non è il compito della Chiesa che è invece chiamata a seminare speranza. I gesti che poniamo in essere a livello diocesano vogliono proprio far questo aiutando le famiglie a non cadere nella disperazione. E’ importante che nessuno sia lasciato solo. Mettendoci tutti insieme si può fare.

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