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Vita digitale: quei luoghi comuni su Facebook

@DR
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Il re dei social network compirà presto 10 anni. Una ricerca italiana smonta la vulgata che lo presenta come la musa di tutti i vizi

Facebook diventa grande, anzi, vecchio. A febbraio compirà ben 10 anni – quasi un evo se si parla di web – e per molti “nativi digitali” è come se ci fosse sempre stato. Non c’è un prima. E non c’è ancora un dopo.

Come sta dunque il “nonnetto”? In borsa al Nasdaq, dove è sbarcato il 18 maggio 2012, dopo un esordio complicato e deludente, oggi “il suo titolo è ai valori massimi a circa 45 dollari, finalmente sopra la quotazione di collocamento” che era a 38 dollari. “Ha conquistato fiducia migliorando la gestione operativa, sempre sotto il fondatore e chief executive Mark Zuckerberg”. Oggi insomma Facebook vale oltre 100 miliardi, come promesso al momento del suo arrivo sul mercato azionario (Il Sole 24 Ore, 14 settembre).

Dal punto di vista dello sviluppo, che si traduce in sostanza in quelle frequenti novità funzionali che alcuni utenti non amano affatto, Facebook sta affinando il suo potente motore di ricerca interno, Graph Search. È stato appena annunciato “un aggiornamento che consentirà agli utenti di cercare argomenti di conversazione all’interno di aggiornamenti di stato, commenti e post”. Una possibilità già presente nella vecchia versione ma che si presume potenziata per favorire le conversazioni in tempo reale, principalmente per competere con Twitter” (Wired, 1 ottobre).

Nel frattempo la pubblicistica che periodicamente si occupa del leader dei social network, dai blog tecnologici alle pagine di cronaca nera, oscilla da valutazioni quasi apologetiche a terrorizzati allarmi sui gravi rischi della “vita virtuale” in ambienti come faccia-libro. In questo momento i riflettori sembrano rivolti più verso altre piattaforme social, come Ask.fm, o app mobile come Snapchat, cugine e nipoti di Facebook, e più frequentate dai giovanissimi.

Ma lui, Facebook, resta un paradigma, nel bene e nel male, della nuova dimensione digitale che tante vite stanno consolidando. “Gliel’ho detto su Facebook” spiegava con naturalezza una ragazzina sul treno qualche giorno fa, raccontando a un’amica di una discussione con una rivale in amore.

Di recente una ricerca – “Relazioni sociali ed identità in Rete: vissuti e narrazioni degli italiani nei siti di social network” – promossa da un pool di 5 atenei italiani e finanziata dal Miur, ha presentato però risultati che sembrano smontare alcuni stereotipi sul rapporto tra gli italiani e i social network.

Come spiega Barbara Sgarzi, “altro che prede inconsapevoli di Zuckerberg, dimentichi della privacy, addicted senza speranza”. Quel che emerge dalla ricerca, basata su “120 interviste a un campione per quote degli italiani su Facebook, uomini e donne tra i 13 e i 54 anni”, è che su Facebook “gli italiani appaiono riflessivi e consapevoli e sfatano manciate di luoghi comuni”; come quello per cui si tratta di “un mondo virtuale, sganciato dalla vita quotidiana. In realtà, viene percepito come uno spazio per enfatizzare alcuni aspetti della propria identità” (Vanity Fair, 25 settembre).

Ma Facebook ci ha cambiati? Non più di quanto gli utenti hanno negli anni indotto Zuckerberg e compagni ad adattarsi alle esigenze e ai comportamenti degli oltre 1,26 miliardi di iscritti, oggi tutti potenzialmente visualizzabili grazie al progetto “The Faces of Facebook” (provate a cercarvi qui).

Lo pensa anche Vincenzo Cosenza, seguito analista di web e social, intervistato da La Stampa (30 settembre), il quotidiano italiano guarda caso più social. Cosenza ci aiuta ad entrare nei dati: “il nostro è tra i Paesi in cui il tasso di penetrazione del social network è più alto: gli utenti registrati su Facebook sono 24 milioni su circa 27 milioni di navigatori abituali e più della metà di loro vi accede ogni giorno”; e, luoghi comuni a parte, “il 65% degli utenti di Facebook ha più di 35 anni”.

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