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Come ho conosciuto e amato Don Giussani

© Archivio CL / F.B
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Piero Gheddo ripercorre la vita e la personalità del fondatore di Cl

di padre Piero Gheddo

Quando il 26 agosto scorso Alberto Savorana, amico da una vita, che è stato vicino a don Luigi Giussani dal 1985 alla sua morte, mi ha mandato la biografia del fondatore di Cl appena uscita (“Vita di Don Giussani – A cura di Alberto Savorana”, Rizzoli 2013, pagg. 1.350), mi sono messo a leggerla con interesse e curiosità. L’ho quasi finita e andrò avanti fino alla fine, è troppo interessante! È la ricostruzione della vita di don Gius, minuziosa e ben documentata, con molti testi inediti, un volumone che al vederlo può sembrare indigesto. Invece, se incominci a leggerlo, è affascinante perché l’Autore prende per mano il lettore e lo conduce – raccontando molti fatti, aneddoti, anche contrasti, fallimenti e successi – ad esplorare la sua storia personale, partendo dalle radici e poi, passo passo, il percorso graduale verso la meta, già fissata da Dio dall’inizio dei tempi. Così risulta chiara e provvidenziale la formazione e la personalità del fondatore di Cl e, cosa più importante, la sua costante attenzione a Gesù che bussa alla porta per entrare.

Nel 1958, ero giovane prete del Pime (dal 1953), don Giussani assistente diocesano dell’Azione cattolica a Milano e veniva al Pime per incontrare mons. Aristide Pirovano, fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia, e il dott. Marcello Candia che aveva visitato quella nascente diocesi e poi c’è andato come volontario laico nel 1964. Io ero già nella stampa del Pime e collaboratore del quotidiano cattolico “L’Italia” (dal 1968 “Avvenire”). Giussani mi invita alle sue catechesi su Gesù Cristo, nella sede della Giac  in Via Statuto 2. Ci vado con padre Giacomo Girardi (1931-1998), allora animatore dei Gruppi missionari giovanili che lui stesso aveva iniziato in oratori, scuole  e collegi cattolici. Don Gius mi ha messo in crisi. Presentava Gesù non come un personaggio storico da studiare, analizzare, approfondire. No, parlava di Gesù come presente oggi tra noi, l’unico Salvatore, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per salvarci. Ricordo bene che ripeteva con voce commossa, a volte  roca a volte tonante: «Dobbiamo amare Gesù! Dobbiamo innamorarci di Gesù, che è sempre presente qui e in noi!».

E raccontava in modo semplice e personalizzato come la “vita nuova” del Vangelo è di avere Gesù Cristo come primo punto di riferimento in ogni evento della nostra vita. Se la fede non mi cambia la vita, il modo di pensare e di agire, è una fiammella vacillante che si spegne ad ogni soffio di vento; se invece diventa amore e imitazione di Cristo, allora è il sole che mi illumina, mi riscalda, mi conforta. Il sole che c’è anche, oltre le nubi, quando il cielo è nuvoloso. Un discorso sviluppato in varie catechesi che ci affascinava. Colpiva la forza della sua fede e delle sue convinzioni, il suo insistere su Gesù Cristo al centro di tutto e sul valore di una cultura ispirata al Vangelo, per diffondere il messaggio evangelico. Non la fede staccata dalla vita, come momento intimistico, ma che influisce su tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

Ben prima del Concilio Vaticano II, Giussani insisteva sul concetto che se la fede non cambia e non umanizza la vita dell’uomo, della società, non conta nulla; se la fede in Cristo non crea, oltre che un “uomo nuovo” in noi, una "cultura nuova" e un “mondo nuovo”, non conta nulla. Giussani metteva con forza, noi ragazzi e giovani preti, di fronte alla bellezza e alla forza della fede, ma anche alla responsabilità di aver ricevuto da Dio questo dono di cui tutti hanno bisogno. Era un modo originale, appassionante, di intendere l’essere cristiano.

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