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Attentato di Boston: “gli anticorpi del terrorismo sono culturali”

JOHN MOTTERN

Silvia Costantini - pubblicato il 19/04/13

Lo psichiatra Alessandro Meluzzi analizza gli effetti causati dalle bombe durante la maratona

Il recente attentato alla maratona di Boston ha avuto come bilancio la drammatica morte di 3 persone e 176 feriti, ma anche un’ondata di paura che non solo ha attanagliato il popolo americano, memore degli attentati del 11 settembre, ma anche il resto dell’umanità.

Per capire quali sono le conseguenze psicologiche che questo tipo di eventi provoca nelle persone e come proteggerci dell’irrazionalità del “terrore”, abbiamo intervistato lo psichiatra Alessandro Meluzzi.

La prima reazione che sperimentiamo di fronte ad atti di terrorismo è di grande paura, che poi si può trasformare in panico. Come difenderci da questa reazione che diventa irrazionale?

Meluzzi: Il terrorismo si chiama in tal modo perché evoca delle reazioni irrazionali, è fatto per provocare reazioni estreme, e questo è studiato da una branca della psicologia che si chiama, psicologia delle catastrofi. La cosa migliore è quella di fare appello alle risorse della natura che sono quelle di allertare immediatamente delle reazioni di tipo emozionale estremo, che però sono di solito anche funzionali alla sopravvivenza. Dopo di che il problema  più complicato è la metabolizzazione delle conseguenze, che avviene col tempo e che è veicolata da eventi successivi, che molto spesso dopo hanno bisogno di sostegno a livello psicologico. Ma, nell'immediato non c'è bisogno di nulla.

Obiettivo del terrorista è disseminare il terrore. Qual è la risposta per destabilizzare il terrorista?

Meluzzi: Il terrorista non può che evocare terrore. La metabolizzazione del terrore avviene con il tempo. Il problema del non provare terrore è nella risposta complessiva che è collettiva, che è sociale, corale, antropologica e che prescinde anche dalla reazione emotiva dei singoli. Direi quindi che la metabolizzazione del terrore è collettiva.

Quando i media diventano complici del terrorismo? Come si devono porre i media nel diffondere le notizie scioccanti?

Meluzzi: I media non diventano complici del terrorismo. I media devono descrivere i fatti, senza amplificare le aspettative degli eventi. Gli anticorpi del terrorismo sono culturali, non informativi, sono sociali non individuali, sono antropologici e non sono di censura.

Comunque, la cosa migliore per fronteggiare il terrorismo è non parlarne troppo, lasciare che le informazioni vengano date ma non fare diventare il terrorismo una star. Come diceva lo scrittore Karl von Clausewitz: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”.

Credo che il terrorismo faccia parte delle crude dinamiche del mondo contemporaneo.

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