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La nostra felicità sarà sempre inquieta?

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La felicità è la stessa per chiunque o è piuttosto uno stato d'animo o una preferenza di tipo soggettivo?

Nella prima parte della nostra indagine sulla natura della felicità cercavamo qualcosa che non fosse un mero mezzo per qualcos'altro, qualcosa di tipicamente umano e che in qualche modo ha origine in noi. Abbiamo trovato un elemento simile nell'attività virtuosa, l'esercizio eccellente della nostra capacità razionale. L'azione virtuosa, però, è di vari tipi: ci sono attività relative a quelle che chiamiamo le virtù morali, come il coraggio, la temperanza e la giustizia, e attività relative a quelle che chiamiamo virtù intellettuali, come la saggezza pratica e le abitudini associate alle varie arti e scienze. Tutte queste attività virtuose possono essere descritte come modi di amare la verità. Alla fin fine, il nostro amore per la verità è diretto a colui che è insieme Verità e Amore. Il vertice dell'attività virtuosa è l'esercizio della virtù intellettuale della saggezza nella contemplazione amorevole di Dio – una contemplazione deplorevolmente imperfetta in questa vita, ma realizzata in Cielo nell'esercizio di quella che la Chiesa definisce “la visione beata”.

Troppo spesso cadiamo nell'errore di pensare che la felicità sia sostanzialmente da qualche parte “là fuori”: in una nuova persona che potrebbe arrivare nella nostra vita, in un nuovo lavoro, in più denaro, in una salute migliore, nel riconoscimento pubblico dei nostri sforzi, in condizioni sociali più giuste e così via. Non è del tutto sbagliato pensarla in questo modo; dopo tutto, gli elementi che abbiamo elencato sono tutte cose positive. Mettere a fuoco l'azione virtuosa come centro della vita felice distoglie tuttavia il nostro sguardo dalle cose “al di fuori” di noi e lo dirige verso quello che sappiamo fare “dentro” – ovvero che siamo capaci di iniziare usando la nostra capacità di animali razionali per conoscere la verità e agire amorevolmente di conseguenza. “Proattività” è diventato un termine comune nelle discussioni sull'efficacia sul posto di lavoro, ma la felicità è la “proattività” preminente. La felicità non è un po' di fortuna che si spera tocchi a noi, né un prodotto o una conquista di successo. Nella sua essenza, la felicità è un atto interiore mediante il quale amiamo la verità.

La ragione umana è colei che governa questi atti interiori di virtù, perché è mediante la ragione che siamo capaci di cogliere la verità che dovrebbe essere l'ispirazione e lo scopo di tutte le nostre azioni. La verità si afferra in più di un modo. Arriviamo a conoscere la verità, ad esempio, mediante la ricerca scientifica, ma anche attraverso la riflessione morale e l'esperienza estetica, per non parlare della rivelazione diretta da parte di Dio.

In quanto colei che governa le nostre azioni, la ragione cerca di mettere ordine nella volontà o in uno o più passioni o sentimenti. Le varie virtù morali si distinguono in base al fatto che appartengano all'ordinamento dei sentimenti da parte della ragione (come nel caso del coraggio, della temperanza, della generosità e della mitezza) o dell'ordinamento della volontà da parte della ragione (la virtù della giustizia). In tutti questi atti virtuosi si sviluppa il nostro amore per la verità. E ancora una volta, ciò che è più importante non è quello che raggiungiamo con uno qualsiasi di questi atti, ma la nostra disposizione interiore nel compierli.

Ciò non vuol dire che cercare di compiere il vero bene nel mondo non conti nulla; lungi da ciò – la ragione ci dirige sempre verso il servizio nei confronti degli esseri umani, al servizio di quello che nella tradizione cattolica viene chiamato “il bene comune”. Come vediamo però nella parabola della povera vedova che getta solo due monetine nel tesoro (Lc 21,1-4), ciò che conta più di tutto è l'amore con cui facciamo le cose, non i risultati (indipendentemente da quanto siano nobili) che raggiungiamo.

Ciò che è interessante circa la vita virtuosa è che le cose che spesso confondiamo con la felicità non sono dimenticate, ma perseguite in modi più ricchi e soddisfacenti. La vita virtuosa valorizza la ricchezza, ma non a costo di cose più importanti. La vita virtuosa non disdegna il sesso, ma lo inserisce nel bel contesto del matrimonio e della vita familiare. La vita virtuosa dà un valore importante all'amicizia, ma soprattutto valorizza tutte le amicizie basate sul perseguimento condiviso della vita virtuosa.

Nelle Beatitudini (Mt, capitolo 5), il Signore espone i principi della vita felice in senso cristiano. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli… Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Sono affermazioni piuttosto sorprendenti sulla vita felice; chi pensa che la felicità abbia a che fare con l'essere poveri, con l'afflizione, con l'essere vituperati? Anche collegare la felicità al mostrare misericordia e all'essere un operatore di pace non è ciò che siamo inclini a fare. La comprensione di Cristo della felicità ci sfida a perseguire una realizzazione che va al di là della portata della ragione priva di sostegno. La comprensione cristiana della felicità ha alcune basi nell'amore della verità della virtù naturale, ma prende quell'amore e lo approfondisce in modi inaspettati – arrivando anche alla persecuzione se ci permette di unirci in amore con il nostro Dio, che mediante la sua Passione ha unito la sua vita alla nostra.

Ci sono quindi varie dimensioni della vita felice: c'è la vita di quella che ho definito virtù naturale e c'è la vita felice della virtù cristiana, resa possibile dai doni di quelle che San Tommaso d'Aquino chiama le “virtù teologali” – fede, speranza e carità (Summa theologiæ I-II, questione 62, articolo 1).  Ma anche la virtù cristiana in questa vita terrena, anche se vissuta da un santo, lascia insoddisfatto il nostro amore per la verità. Il nostro cuore non avrà riposo finché non troverà un Amore Vero che sia perfettamente amabile e perfettamente vero (Summa theologiæ, I-II, questione 2, articolo 8). La nostra felicità, per parafrasare Sant'Agostino, sarà sempre inquieta finché non riposeremo nella visione amorevole di Dio “com'è” di cui i beati godono in cielo (Gv 3,2-3).

Queste parole della omelia del papa emerito Benedetto XVI nella solennità di Maria, madre di Dio (1° gennaio 2013), sono un modo idoneo per concludere questa riflessione sulla felicità.

Per le Sacre Scritture, contemplare il volto di Dio è la felicità più grande: “lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto” (Salmo 21:7). Dalla contemplazione del volto di Dio nascono gioia, sicurezza e pace, ma cosa significa concretamente contemplare il volto del Signore, per come viene inteso nel Nuovo Testamento? Significa conoscerlo direttamente, per quanto è possibile in questa vita, attraverso Gesù Cristo in cui Egli si è rivelato.

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