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Se non c’è accoglienza degli immigrati non c’è integrazione

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In Italia gli immigrati regolari sono più di 5 milioni

L'obiettivo è l'integrazione, ma questa implica l'accoglienza di queste persone, che cercano solo un futuro più dignitoso per sé e per la propria famiglia.

Sono ormai più di 5 milioni gli immigrati regolarmente presenti in Italia, 1,3 milioni dei quali appartenenti all'Unione Europea. Lo stima, con dati aggiornati alla fine del 2011, il 22° Dossier Caritas-Migrantes (http://www.dossierimmigrazione.it/), presentato il 30 ottobre. La maggior parte degli immigrati (63,4%) risiede al Nord, il 23,8% al Centro e il 12,8% al Sud. Arrivano soprattutto dall'Europa (50,8%); seguono Africa (22,1%), Asia (18,8%) e America (8,3%). I più numerosi sono i rumeni (quasi un milione), seguiti da marocchini, albanesi e ucraini. Il 54% è cristiano (Avvenire, 30 ottobre).

La crisi economica colpisce anche gli immigrati – tra gli stranieri il tasso di disoccupazione è del 12%, contro l’8% di chi è nato in Italia –, ma a fronte di più di un milione di posti di lavoro persi per la recessione ci sono state 750.000 assunzioni. Per monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, numerosi settori “necessitano ancora, e sempre di più, di manodopera straniera”, ad esempio il mondo agricolo e del turismo e quello dei servizi sociali – badanti e assistenti sociali (Radio Vaticana, 30 ottobre). 

La preziosa risorsa rappresentata dagli immigrati è stata ben sottolineata da papa Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 99ma Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio 2013), sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”.

Il pontefice ha ricordato che nei confronti di migranti e rifugiati, la Chiesa e le varie realtà ispirate ad essa devono “evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione”. Quanto agli Stati, ognuno di essi ha “il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”. Se il diritto della persona a emigrare è tra “i diritti umani fondamentali”, ha aggiunto, “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.

Allo stesso modo, ha esortato ad affrontare il problema dell'immigrazione irregolare, “tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini”. Questa piaga è stata sottolineata durante la presentazione del messaggio papale dal segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, monsignor Joseph Kalathiparambil, per il quale l'inasprimento delle limitazioni all'immigrazione in alcuni Paesi dell'Unione Europea ha “incentivato le attività dei contrabbandieri”  (Radio Vaticana, 29 ottobre).

Il presidente del dicastero vaticano, il cardinale Antonio Maria Vegliò, ha ricordato dal canto suo che “nessuno Stato al mondo ha il diritto di cacciare i migranti, ma nessuno Stato al mondo deve essere così 'naïf' che tutti quelli che vogliono entrare nel suo Stato possano farlo”. Al giorno d'oggi, ha aggiunto, i migranti internazionali sono 214 milioni e gli sfollati interni 740 milioni: circa un miliardo di esseri umani, un settimo della popolazione globale, sperimenta quindi “la sorte migratoria” (Agenzia Sir, 29 ottobre). Perché i migranti possano davvero integrarsi nelle società in cui giungono è fondamentale che vengano accolti. Per don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa, l'integrazione comporta un percorso “molto lungo e spesso faticoso”, per il quale servono “una riflessione maggiore e forse una generosità del cuore ancora più grande” (Radio Vaticana, 30 ottobre).

Anche se spesso il primo impatto dell'incontro con l'immigrato è quello di “una forma di timore mista ad un po’ di preoccupazione”, il confronto con l’altro, con la storia e il suo dolore, “aiuta a rivedere anche la nostra storia, il nostro dolore e la nostra sofferenza”, ha osservato. Chiave di tutto è l'umanità, che deve animare l'azione della Chiesa, perché le gioie e i dolori dell’altro “sono le gioie e i dolori della Chiesa tutta”. 

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