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10 chiavi per trovare la pace del cuore e viverla ogni giorno

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Edifa - pubblicato il 07/11/20

Come si fa a superare un periodo di turbamento e di paura, pur rimanendo nella fiducia e nell’abbandono? Una guida preziosa per mantenere la pace del cuore.

di Loïc Joncheray e Luc Adrian

In un mondo angosciato e violento, dove trovare la pace? Sulla spiaggia di sabbia di un’isola deserta, in un salotto confortevole davanti a un bel film, nel fondo di un monastero appartato, o in meditazione nella posizione del loto? La ricerca dell’uomo contemporaneo è disperata: non può fare a meno di desiderare la pace con tutta l’anima, ma non ci crede più. Gli sembra impossibile sia di placare le sue intime passioni e il fuoco dei suoi desideri, sia come spegnere i ricorrenti conflitti che sconvolgono il pianeta. Ma cos’è la pace? Il grande Blaise Pascal sembrava scettico: “Qui non c’è pace”, scriveva. Sant’Agostino non era certo più ottimista: “Qua giù siamo lacerati tra la concupiscenza che ci tira verso il basso e Dio che ci attira verso l’alto; corpo e anima saranno pienamente riconciliati solo in Cielo. Allora, niente pace sulla terra?”. San Tommaso d’Aquino consiglia di cominciare a mettere ordine in noi stessi e nei nostri rapporti con gli altri attraverso l’esercizio delle virtù: forza, temperanza, giustizia, prudenza. Ma che combattimento! Eppure, la pace non è diventata oggi un imperativo vitale? Non solo per il nostro benessere personale, ma per questo mondo. Dopo aver trascorso mille giorni e mille notti in preghiera su una roccia, San Serafino di Sarov assicura: “Acquisisci la pace interiore, e migliaia intorno a te troveranno la salvezza”. La pace comincia da sé stessi.

Per il cristiano, la pace non si nasconde nel lungo e tranquillo fiume di una vita ordinata e senza storie: “Lasciatemi in pace!”. Non può essere confusa con la soddisfazione di un bambino viziato, un benessere psicologico immediato, né può essere ridotta a un ordine sociale che garantisca un’efficace sicurezza. Non può essere conquistata con il relax o con il bastone. “C’è una falsa pace che è una menzogna, un autoinganno, più o meno cosciente, un assestamento in un chiuso e comodo egoismo, una fuga”, avverte un certosino in Fra Alois, priore di Taizé. “È una pace nel cuore delle prove e delle lotte”. La pace imperturbabile è, secondo San Serafino di Sarov, il segno specifico della presenza dello Spirito Santo.
“Con tutte le nostre forze, applichiamoci a salvaguardare la pace dell’anima e non indigniamoci quando gli altri ci offendono”, incoraggia. “Asteniamoci da ogni collera e preserviamo l’intelligenza e il cuore da ogni moto sconsiderato”.

È nella realtà concreta e a volte dolorosa della vita quotidiana, con i suoi imprevisti e le sue sorprese, che possiamo cercare di mantenere “la nostra anima in pace davanti a Nostro Signore”, secondo le parole di Padre Francis Libermann (1802-1852), ebreo convertito, fondatore dei Padri dello Spirito Santo. Semplificando la nostra vita attorno ad un unico desiderio: cercare la volontà di Dio in tutte le cose, e fidarci completamente di Lui. Poi, irradiando questa pace intorno a noi, perché, sotto questo aspetto, è, come la violenza: contamina, irradia, si nutre di ciò che infiamma. Ecco le dieci chiavi per raggiungere questa pace del cuore.

1. Non disperare di sé stessi

“Se ci si guarda con un minimo di lucidità, non si può non constatare le nostre carenze, i nostri attaccamenti, le nostre ambiguità”, osserva il francescano Éloi Leclerc, autore di Sagezza di un povero. Per trovare la pace, dobbiamo guardare a Dio e guardare noi stessi solo in Dio. Sosteneva anche Padre François Libermann: “La nostra estrema miseria ci mette nell’assoluta necessità di ricorrere sempre a Dio”.
Rivolgersi a questo Dio ricco di misericordia, cioè, etimologicamente, il cui Cuore pieno di tenerezza si china sulla nostra miseria, e sotto il “cumulo delle nostre povertà” scoprire il tesoro nascosto del nostro essere interiore, modellato a immagine di Dio. Dobbiamo imparare ad amarci con lo sguardo di Dio, cioè ad amarci infinitamente meglio. Non preoccuparci delle nostre cadute, non turbarci delle nostre miserie o della nostra apparente tiepidezza. “La vista della nostra incapacità e della nostra nullità deve essere per noi un grande soggetto di pace”, assicura padre Libermann. Per questo Dio ha mandato Suo Figlio Gesù, non per giudicarci, ma per salvarci e ridarci la vita. Purificando il nostro cuore, Dio ci rende capaci di fare opere molto più grandi ancora, intrise d’amore, perché il Suo Spirito, che ci rende liberi, può finalmente operare in noi. Quindi non disperiamo! È il lavoro di tutta una vita.

2. Chiedere la grazia della fiducia

“Le ragioni per cui perdiamo la pace sono sempre cattive ragioni”, spiega Padre Jacques Philippe, autore di Ricerca la pace e inseguila. “L’anima troverebbe la sua forza, la sua ricchezza e tutta la sua perfezione nello Spirito di Nostro Signore, se solo si abbandonasse alla Sua guida”, scriveva padre Libermann. “Ma poiché lo lascia, e vuole agire da sola e dentro di sé, trova in sé solo il turbamento, la miseria e l’incapacità più profondi”.

Secondo Padre Jacques Philippe, la mancanza di pace deriva da una mancanza di fiducia in Dio. La Sua condizione è la “buona volontà” o la “purezza di cuore”: quella disposizione stabile e costante dell’uomo deciso ad amare Dio più di ogni altra cosa e a fidarsi di Lui anche nelle piccole cose. Padre Libermann insisteva: “Non dobbiamo temerLo, perché Gli facciamo una grande ingiuria; Lui è così buono, così dolce, così amabile e pieno di tenerezza e di Misericordia per noi”. Uno dei nemici della pace è questo pessimismo ambientale, tinto di cinismo, che respiriamo ogni giorno. Infatti, “il pessimismo agisce in profondità, distrugge il desiderio di agire per gli altri, spegne anche l’inquietudine dell’intelligenza, genera scoraggiamento”, nota Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

3. Dare priorità alle priorità

Nella cultura dello zapping e dell’istantaneo, l’evento più vicino (passato o futuro) tende ad invadere il nostro campo di coscienza. Non tendiamo forse a privilegiare nella nostra vita “l’urgente” a scapito dell'”importante”? Abbiamo tutti un’agenda fitta di impegni, ma ci chiediamo: piena di cosa? Non ci mancano le priorità: personali, familiari, professionali, amicali, sociali o associative. Un errore comune è quello di favorirne solo uno, per passione o per urgenza, a scapito degli altri, per esempio, si dà tempo al proprio figlio solo quando è in difficoltà a scuola. Dobbiamo tornare periodicamente alle nostre priorità e rimettere ordine, come facciamo con il nostro armadio. Pensiamo al consiglio che Gesù dà a Marta, che si agita, si impegna e “brontola” perché Maria, sua sorella, ascolta la Parola del Figlio di Dio: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma solo una è necessaria” (Lc 10, 41-42).

4. Praticare “l’opzione preferenziale per i poveri”

Non è perché abbiamo la coscienza tranquilla e il sentimento di essere in pace che siamo uomini e donne di pace, una certa soddisfazione egoistica può darci l’illusione. In una delle sue conferenze quaresimali, San Tommaso d’Aquino dimostra che solo la carità porta la pace perfetta. Infatti, dice, è “sperimentato che il desiderio delle cose temporali non è soddisfatto dal loro possesso. Una volta ottenuta una cosa, ne vogliamo un’altra. Il cuore degli empi è come un mare agitato che non può essere calmato”.

Come possiamo rimanere in pace oggi, quando sempre più uomini e donne sono costretti alla miseria di cui siamo spesso, per la nostra mancanza di condivisione, gli attori inconsapevoli? Non si possono ignorare queste realtà, sarebbe troppo facile, come afferma il profeta Geremia: “Curano con leggerezza la ferita del mio popolo, dicendo: “Pace! La pace!” mentre non c’è pace” (Ger 6, 14). “Se cerchi la pace, vai incontro ai poveri”, consigliava San Giovanni Paolo II, convinto che l’estrema miseria delle masse umane genera le situazioni esplosive del nostro tempo. Non è tanto una questione di senso di colpa, quanto di lasciarsi interpellare. E se il grido dei poveri fosse quello di Cristo? Quando si è ricchi, non si ama parlare di povertà. E tanto vale ammetterlo subito, la maggior parte di noi è “ricca”. C’è una grande tentazione di ritirarsi nei propri “piccoli paradisi” soprattutto quando ci si sente sopraffatti e senza difese. Il Vangelo ci stimola sempre a trovare nuove vie, l’immagine dei poveri è solo lo specchio della povertà del nostro cuore; l’unica risposta alla povertà è un sovraccarico d’amore.

5. Non perdere di vista lo scopo della nostra vita

“Chi ha un “perché” che gli fa da scopo, da finalità, può convivere con qualsiasi “come””, diceva Nietzsche. Lo psichiatra viennese Victor Frankl ha fatto la stessa constatazione nell’inferno dei campi di concentramento: chi ce l’ha fatta aveva almeno un motivo per sperare. Il benessere profondo si basa innanzitutto sul bisogno primordiale di dare un senso alla propria vita. E più alto è l’obiettivo, più la nostra vita ha senso e più il nostro essere si realizza nel dono e fiorisce.
Madre Teresa, quando si prendeva cura dei poveri, si prendeva cura di Cristo Stesso. Fare il proprio dovere di stato è bene; farlo per amore è meglio. Infinitamente meglio! Soprattutto quando cerchiamo di pesare ogni decisione alla luce della Volontà di Dio e di vivere secondo l’”opzione preferenziale per Dio”.

6. Perdonare coloro che ci hanno offeso

Le dispute, i conflitti, le crisi, ci fanno soffrire tutti. A volte possono portare alla rottura, più o meno grave… A volte possiamo esserne così dolorosamente colpiti fino al punto di conservare, in un angolo del nostro cuore, un rancore duraturo e un tenace sentimento di amarezza. Il risentimento e l’odio sono veleni terribili, il perdono è l’unico antidoto efficace per ritrovare la via della serenità e spesso è un atto eroico, frutto di un lungo processo. Infatti, a seconda della gravità, degli effetti, degli autori e delle circostanze dell’offesa, il percorso che porta al perdono può richiedere tempo. Questo è normale, perché il perdono è l’amore per il nemico (si può tra l’altro essere il proprio nemico), è come una linea d’orizzonte da raggiungere. “Perciò, quando andate all’altare per presentare la vostra offerta, se vi ricordate che vostro fratello ha qualcosa contro di voi, lasciate lì la vostra offerta davanti all’altare, prima andate e riconciliatevi con vostro fratello, e poi venite a presentare la vostra offerta” (Mt 5, 23-24).

7. Non lasciatevi assoggettare dalla paura

Per Andrea Riccardi la paura è una malattia del nostro tempo, “che mascheriamo con pensieri nobili”. Abbiamo paura di mancare, abbiamo paura di perdere o di non acquisire. Paura del futuro, della morte, della sofferenza, paura di non essere all’altezza, dello sguardo degli altri: le nostre paure toccano tutti i settori della nostra vita e spesso ci paralizzano. Inoltre, la paura porta al peccato (rileggiamo il libro della Genesi per esserne convinti). Dove abbiamo ragione di avere paura è che non saremo mai sicuri di nulla. Vivere in pace significa fermare il motore della nostra immaginazione che tira i carri delle nostre preoccupazioni ad alta velocità. “Non abbiate paura!” Questa ingiunzione, dicono, si trova 365 volte nella Bibbia, il che significa una volta per ogni giorno. È stata la prima parola pronunciata da San Giovanni Paolo II nei nostri tempi angosciati: “Chi di voi, preoccupandosi, può allungare di un solo giorno la propria vita? “(Mt 6, 27).
Come si può conservare la pace interiore? Affidando il nostro passato alla Misericordia di Dio (attraverso il perdono) e il nostro futuro alla Provvidenza (attraverso l’abbandono) e vivendo solo per oggi. “Non preoccupatevi del domani: il domani si preoccuperà di sé stesso, perché a ogni giorno basta la sua pena” (Mt 6, 34).

8. Arrendersi a Dio incondizionatamente

Difficoltà, crisi e prove sono inevitabili, la realtà non sempre si piega ai nostri “santi” desideri. La fiducia in Dio ci aiuta ad accettare umilmente gli eventi, ad affrontarli alla meglio, a vederli come percorsi di santità e di pace. Padre Jacques Philippe, riprendendo le parole di San Paolo, descrive la vita cristiana come un combattimento spirituale (Efesini 6, 10-17): dobbiamo indossare l’armatura di Dio, la fede, la Parola di Dio, la preghiera, i Sacramenti. “Tutto posso in Colui che mi dà la forza”, assicura l’Apostolo che ci trasmette questa promessa divina: “Ti basta la Mia grazia!” Perché la Mia potenza si manifesta nella debolezza”.

L’importante, dice San Francesco di Sales, non è “tenere i nostri cuori in pace ma lavorarci su”. È un cammino da ripetere ogni giorno: non scoraggiarsi, cominciare con piccoli passi e cercare di mantenerli, perseverare nella preghiera per rimettersi sempre sotto lo sguardo di Gesù. “Non preoccupatevi di nulla, ma in ogni circostanza pregate e supplicate, ringraziando, per far conoscere a Dio le vostre richieste. E la pace di Dio, che supera tutte le cose concepibili, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 6-7).

9. Lasciare lo spirito di rivalità e di competizione

La competizione è uno dei peggiori veleni contro la pace del cuore. Diventare il più bello, il più forte, il più potente è sempre a spese degli altri. La cultura del “piccolo capo” è subdola e perniciosa, lo spirito di rivalità suscita sentimenti “bellicosi”: invidia, gelosia, orgoglio che generano tristezza. Lo spirito critico proviene anche dalla stessa convinzione che “siamo noi i campioni”: giudichiamo gli altri in riferimento a ciò che siamo noi, a ciò che possediamo, a ciò che viviamo. Contrariamente a quanto si crede, non è necessario essere in rivalità per sviluppare le proprie doti e qualità. Amare è volere il bene dell’altro, senza necessariamente svolgere il ruolo della vittima o, peggio ancora, quello dell’ “anima caritatevole”. Non c’è una strada a senso unico in amore! Si deve anche accettare di ricevere, e chi vuole essere un “campione”, sappia capire colui che perde!

10. Imparare a vivere il momento, qui e ora

“Non è il luogo che deve essere cambiato, ma l’anima”, diceva il saggio Seneca. La pace non si nasconde su un’isola deserta o nel fondo di un monastero. Una semplice chiave per acquisire quella serenità che ci predispone alla pace è accogliere la vita in ogni momento che passa come un dono di Dio: i colori fulvi dell’autunno, la neve, i primi germogli di primavera che spuntano, un bambino che gioca al nostro fianco, un buon pasto con gli amici, una visita in una regione sconosciuta, ecc. Accoglierla e meravigliarsene. Una semplice gioia a volte si nasconde nella degustazione consapevole delle “piccole” felicità della vita quotidiana, come le ha così bene descritte lo scrittore Philippe Delherm. Non c’è da stupirsi che il dottor Vittoz (un grande terapeuta svizzero che ha dato il suo nome a un famoso metodo di rieducazione) insista tanto sull’importanza, nell’equilibrio psichico delle persone, dell’accoglienza del mondo esterno da parte dei nostri sensi, e della consapevolezza del momento presente. La meraviglia porta alla lode e all’adorazione, perché chi si meraviglia, alla fine vede la firma del Creatore nella Sua creazione, e diventa come un bambino, pieno di fiducia in questo Dio di tenerezza.

“Siate docili e malleabili nelle mani di Dio”, raccomanda Padre Libermann. Sapete cosa dovete fare per questo: stare in pace e nel totale riposo, non preoccuparsi mai e non turbarsi di nulla, dimenticare il passato, vivere come se non ci fosse futuro, vivere per Gesù nel momento che si sta vivendo, o meglio vivere come se non avessimo vita in noi, ma lasciare Gesù vivere a Suo agio”.

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