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L'arte di avere sempre ragione

DISPUTE

© Fancy Studio - shutterstock

Edifa - pubblicato il 22/07/20

Se c'è una frase ironica che a volte viene a concludere una discussione, è questa affermazione: «Hai sempre ragione tu!». E se invece ciascuno avesse la saggezza di rimettersi un po’ in discussione? Sia colui che crede di essere il detentore della verità, che colui che pronuncia questa frase con ironia?

di Denis Sonet

Colui che afferma «hai sempre ragione tu!», perché si esprime così? Desidera forse sminuire ciò che l’altro dice? Penso che l’altro è un testardo e che qualunque cosa dirò, dovrò scontrarmi con un muro? O forse riteniamo questa discussione inutile, oppure temiamo che degeneri. «Non serve a nulla discutere con te!». Forse invece abbiamo la sensazione dolorosa di essere inesistenti per l’altro, di essere sottovalutati e crediamo che ciò che diciamo non viene mai preso in considerazione e che ci viene negato il diritto di pensare ciò che pensiamo e di sentire ciò che sentiamo?

È importante che si rimetta in discussione anche colui che riceve un tale rimprovero. Forse c’è un po’ di verità in ciò che mi dice l’altra persona? Non siamo inclini a pensare troppo in fretta che l’altro esagera sempre? Abbiamo forse un complesso di superiorità (che faremmo bene a riconoscere!) o un reale dubbio sulla capacità di giudizio dell’altro e quindi una mancanza di stima nei suoi confronti? O forse siamo semplicemente convinti, in buona fede, di avere ragione, e crediamo che ammettere il contrario sarebbe semplicemente negare noi stessi o negare l’evidenza?

Capire meglio i requisiti per una buona comunicazione

Il primo requisito per una buona comunicazione è capire che non importa chi ha ragione e chi ha torto. In effetti, questo non fa che peggiorare la discussione. Ciò che è importante è comprendere come funziona l’altro: «Hai notato che non accetto ciò che mi dici quando usi un tono che non mi piace?» È necessario infatti identificare, con umorismo, i circoli viziosi che si sono installati nella relazione. «Meno mi ascolti, più ti aggredisco… e più ti aggredisco, meno mi ascolti!». E non c’è bisogno di cercare «chi ha iniziato», comportandosi come dei bambini che bisticciano.

Il secondo requisito per una buona comunicazione è avere un certo decentramento (mettere il proprio ego da parte per un momento) per cercare di comprendere il problema dell’altro. È sano comunque partire dal presupposto che l’altro, che è comunque qualcuno di sensato, abbia forse percepito un aspetto delle cose che ci è sfuggito e che faremmo bene a conoscere. Dire che abbiamo ragione è affermare un po’ troppo in fretta che possediamo la verità e riflettendoci bene, sappiamo che nessuno la possiede totalmente. La realtà infatti è così complessa che possiamo coglierla solo in parte.

Nessuno può pretendere di possedere la verità

Abbiamo tutti sul naso gli occhiali della nostra soggettività, che sono colorati in modo diverso a seconda della nostra educazione, della nostra storia, della nostra personalità. Siamo tutti più o meno daltonici psicologicamente! Se abbiamo delle divergenze di giudizio, la causa non è da tanto da ricercarsi in un errore evidente, quanto nel fatto che non siamo tutti posti nello stesso modo, che non partiamo tutti dallo stesso punto di osservazione, lo «stesso punto di vista»!

Invece di opporsi alla visione dell’altro, è quindi saggio cercare di comprenderlo e di guardare ai problemi e al mondo con gli occhi dell’altro. In questo modo, la differenza cesserà di essere un’occasione di conflitto, ma diventerà arricchimento e affinamento del nostro giudizio. Questo è vero nel rapporto coniugale, ma è vero anche nel rapporto con i genitori, con gli amici, o al lavoro.

Nessuno può affermare di possedere la verità. Solo Uno ha avuto l’audacia di dire non solo che aveva la Verità, ma che era la Verità! Tuttavia, noi non siamo Gesù Cristo, e certamente non abbiamo il diritto di dire, né di pensare, che abbiamo il “carisma” di vedere le cose proprio come le vede Lui!

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