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È ancora possibile guadagnarsi da vivere senza perdere l'anima?

MAN STRESS

Tero Vesalainen I Shutterstock

Edifa - pubblicato il 01/03/20

Che noi siamo manager o dipendenti di un'azienda, non è facile vivere da cristiani nell’ambiente di lavoro: strategia, efficienza, conflitti, gelosie, pressioni... Alcuni cristiani a volte sentono che il lavoro li allontana dalle loro convinzioni. È ancora possibile mettere insieme vita cristiana e lavorativa ?

di Stephanie Combe

Conciliare la fede cristiana e la responsabilità di fronte alle problematiche e alle sfide del mondo del lavoro è possibile, ma solo a certe condizioni. Il coach cristiano Alain Setton rivela come avere successo nel mondo del lavoro grazie ai valori cristiani.

I valori evangelici possono essere d’ostacolo nel mondo del lavoro?

Al contrario, sono garanzia di successo e del valore futuro dell’azienda. La fede permette di vivere meglio, dà senso alla vita, alle prove e ai conflitti che diventano punti di forza per trasformarci e crescere spiritualmente. I valori della Bibbia aiutano a gestire meglio le proprie relazioni e la propria vita lavorativa.

Quando il denaro, e non l’uomo, diventa il fine dell’impresa, diamo il potere a Mammona. Non sono un sostenitore delle imprese in perdita, ma il denaro non deve farci perdere di vista l’essenziale che è la persona, quindi dobbiamo raggiungere un giusto equilibrio. Incontro capi di piccole e medie imprese che si impegnano a parlare con i loro dipendenti e a condividere i loro profitti. Le dimensioni dell’azienda sono importanti, più cresce, più ciò è difficile, la vita professionale ci guadagna se è impregnata di saggezza, e cosa c’è di più fondato della saggezza divina?

Tuttavia, l’azienda ha i suoi imperativi: strategia, successo, efficienza. Come conciliarli con il proprio ideale cristiano?

“Rendete a Cesare quel che è di Cesare…” Sta a noi occuparci del mondo visibile, e mostrarci capaci di questo. Gesù può aver rimproverato ai “figli della luce” di essere meno scaltri dei “figli di questo secolo” ma riconoscere l’esistenza di Cesare non vuol dire trascurare la nostra dimensione spirituale. Tutto sta nel discernere ciò che è giusto, confrontando le diverse componenti del nostro essere: il nostro ego e la nostra profonda aspirazione di figli di Dio. Il cristiano ha un vantaggio : vuole ascoltare la sua dimensione spirituale e questo riferimento gli permette di discernere. Quando questa luce viene ignorata, e molti ne soffrono oggi, l’anima appassisce e soprattutto i giovani, tagliati fuori dall’essenziale, assomigliano a pesci che cercano di sopravvivere in acque inquinate.

Con il pretesto della carità, non è che i cattolici non dicono la loro per paura del conflitto?

Dare un nome ai nostri mali ci libera e per dire le cose senza offendere l’altro sono necessarie due condizioni: trovare il momento giusto e basarsi sui fatti. Anche l’argomento più delicato può essere esternato con spirito costruttivo, “win-win ” (io vinco-tu vinci). Un rapporto professionale si mantiene come si cura una pianta fragile: conoscete il “dovere di sedersi” delle coppie delle Équipes Notre-Dame? Vale anche nel mondo aziendale! Gli incontri annuali sono l’occasione di esprimere ciò che va, ciò che non va e ciò che può essere migliorato, in modo reciproco, col manager come con il proprio collaboratore.

Un dipendente ha il diritto di esprimere la sua frustrazione: il non detto è un veleno per le relazioni. Ad esempio, un dipendente può dire con calma: “Mi avete chiesto di rifare questo lavoro tre volte, ho l’impressione che la mia opinione non venga presa in considerazione: possiamo parlarne?” e così l’altro può prendere coscienza del suo comportamento e correggersi. Aiutiamoci a vicenda a trasformarci, a crescere, a diventare più efficaci e a tal fine, il dialogo mantiene la qualità di un rapporto, disinnesca le crisi e finché esiste, c’è speranza.

Eppure le critiche non sono sempre costruttive e spesso sono a senso unico. Come dire la verità senza mancare di rispetto o abbattere la persona?

Normalmente i giochi psicologici finiscono sempre con uno o anche due perdenti. E’ molto dannoso, con il pretesto delle critiche, evidenziare solo il negativo, senza notare il 95% di positivo di una determinata situazione. Immaginiamo un team che lavora per tre mesi su un progetto, il giorno della presentazione la direzione nota solo i difetti. La squadra si scoraggia per un lungo tempo ed è una situazione “lose –lose”(io perdo-tu perdi) e si sviluppano sentimenti negativi su se stessi e sugli altri che portano allo stress, all’esaurimento e all’inefficienza.

Le aziende trarrebbero beneficio da un rapporto alla pari tra due adulti, un dialogo egualitario e non da quello gerarchico “genitore-figlio”. Si impara a parlarsi con semplicità, in modo diretto e con benevolenza, e questo rapporto di fiducia è più responsabile (win–win), più cristiano insomma.

Puntare a una posizione migliore, a uno stipendio più alto, a un lavoro più interessante…segnali di motivazione o di gelosia?

Il desiderio di progredire è una motivazione giustissima: dobbiamo sviluppare i nostri talenti, sarebbe grave seppellirli! “Il fico sterile verrà tagliato e gettato nel fuoco…” Il mondo dell’impresa dovrebbe essere il luogo per eccellenza dove crescono le competenze, la padronanza tecnica e i talenti interpersonali. Un criterio per distinguere tra desiderio di progresso e gelosia è che il primo spinge ad andare avanti, l’altro fa girare a vuoto; sta a noi trasformare uno sterile desiderio in ammirazione e miglioramento.

Che ruolo ha l’umiltà nel contesto della vita lavorativa in cui è privilegiato chi si vanta e si mette in mostra?

Avrete sentito il motto: “Più la scimmia sale in alto, più mostra il suo didietro!”. Queste persone, che non sono necessariamente più interessanti o più ascoltati, rischiano di manifestare un eccesso di ego che presto rivelerà i suoi limiti. Umiltà non significa svalutare se stessi, i propri successi o la mancanza di fiducia nelle proprie competenze, ma è la capacità di interrogare se stessi, di rimettersi in gioco, di ascoltare gli altri, di osservare e analizzare senza essere ingombrati dal proprio ego, e ciò è un bene sia nella vita che nell’azienda. Alcune teorie manageriali consigliano ai dirigenti di ‘mettersi da parte’, permettendo così ad altri di prendere più spazio e di sviluppare i propri talenti. D’altronde, ogni azione inizia con una fase di osservazione e riflessione e l’umiltà incoraggia questo farsi da parte, che aiuta a prendere le decisioni al momento giusto.

Se l’azienda incoraggia la perfezione e la mancanza totale di errori, possiamo commettere un errore e rimanere credibili?

Negare le proprie imperfezioni significa negare l’evidenza ! Tutti commettiamo errori ed ognuno ha le sue qualità e i suoi limiti, nascondere le proprie colpe o dare la colpa a terzi è dannoso per la persona e per la sua autorità. Condanna la persona al ruolo di persecutore e dà all’altro la sensazione di essere vittima, alimentando così il desiderio di vendetta.

Al contrario, fa onore riconoscere le proprie mancanze o il danno commesso, perché dimostra la capacità di rimettersi in discussione. Questa grandezza d’animo rafforza l’autorità della persona, perché tale comportamento, anche se non esternato, colpisce l’altro e lo invita ad una forma di riconoscimento dei propri errori.

“Ho un buon posto nella mia ditta, ma dei giovani squali spiano i miei passi falsi”. Come reagire?

L‘introspezione permette di prendere coscienza della sfida, le voci dell’ego insorgono, la nostra “immagine” sociale ci invita a protestare: “Perderò il mio status!” le nostre pulsioni ci spingono ad arrabbiarci: “Mostrerò a quei giovani di che pasta sono fatto!” E poi una piccola voce spirituale dentro di noi sussurra: “Io devo diminuire e loro crescere…”. Guardando le cose da una prospettiva più grande del proprio ego, si arriva a scegliere la generosità: dare, aiutare gli altri a trovare la propria strada. Peter Drucker, teorico del management americano affermava: “Il potere è come l’amore: aumenta quando lo condividi”.

Una certa cultura d’impresa esercita pressioni esplicite e negative, creando competizione, per esempio con straordinari fino tarda notte. Come si può conciliare lavoro e vita familiare senza essere considerati degli scansafatiche?

Tutta la difficoltà consiste nel non diventare prigionieri del messaggio “Conformati”. Conformarsi alla nostra famiglia, al nostro ambiente sociale, alla nostra cultura aziendale, ecc., bisogna rivendicare la propria libertà. Gesù rimane il modello più alto di comportamento sociale: non ha mai seguito un modello a cui conformarsi, ma ha affermato la sua identità con forza e semplicità.

La nostra responsabilità è quella di discernere l’essenziale: conformarsi al nostro posto di lavoro, o ritornare a casa dal coniuge, vedere i figli crescere e non rinunciare a se stessi. Fare come fanno i colleghi stacanovisti e rimanere al lavoro fino alle 21:00 può avere delle conseguenze non prevedibili.

Il Vangelo ci invita ad annunciare il Regno. Come possiamo testimoniare la nostra fede sul posto di lavoro?

Una domanda esplicita richiede una risposta progressiva ed una nota di delicatezza, ma il più delle volte il proselitismo prende una brutta piega e induce al rifiuto. La testimonianza passa poi attraverso la qualità dell’essere, la coerenza con i propri valori, il senso del servizio, il rispetto, l’apprezzamento del prossimo e la benevolenza. In una parola, per la propria capacità di amare, che si approfondisce ogni giorno. Se ci leghiamo a Gesù, Egli può aiutarci a fare miracoli: possiamo essere il lievito ovunque ci troviamo, ma ad una condizione: che abbiamo fede.

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