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Istruzioni d’uso per un buon litigio di coppia

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Edifa - pubblicato il 20/02/20

Attenzione, non è perché una coppia litiga che è in pericolo! Nella vita di coppia, il conflitto è inevitabile, l’importante è “saper litigare”.

di Florence Brière-Loth

Il litigio fa parte della vita matrimoniale, a causa delle differenze di personalità, educazione, ritmi e gusti, ma è possibile gestire le piccole tensioni della vita quotidiana, senza violenza fisica e con un minimo (di violenza) verbale. Contrariamente a quanto molti pensano, ‘conflitto’ non significa ‘fallimento’: ci si può amare e litigare, è un modo per liberarsi dai risentimenti del passato, dalle parole non dette e accumulate, oppure è un segnale che la coppia ha bisogno di un cambiamento nel modo di funzionare. Gli psicoterapeuti Serge e Carolle Vidal-Graf ci svelano i segreti perché una lite di coppia diventi utile.

Perché la rabbia è una parte inevitabile del litigio? Non si potrebbe solamente discutere

Un litigio non può essere distaccato, perché contiene una componente emotiva : la rabbia. Significa che qualcosa non va, l’io insoddisfatto si riappropria del suo ruolo. Essere arrabbiati è parlare con emozione di un disaccordo e la reazione emotiva non è necessariamente urlare o essere violenti.

A cosa serve la rabbia?

La rabbia ha una cattiva reputazione, eppure è una meravigliosa energia vitale che aiuta a ristabilire l’equilibrio nelle tensioni: le persone che non litigano ne hanno troppe! E’ come se aprissimo il coperchio di una pentola a pressione : dopo un anno, la pressione accumulata farebbe esplodere la pentola: è meglio esprimere di volta in volta le proprie difficoltà, evitando così l’esplosione, anche in maniera decisa e con forza, ma senza violenza. Un litigio non espresso è come una ferita che non viene pulita e si infetta. La rabbia permette di far chiarezza nella relazione ed aprire una trattativa che soddisfi entrambe le parti, è un dono per la coppia che ci dice che la relazione conta e che non siamo indifferenti ad essa.

Perché la rabbia fa così paura?

Perché la confondiamo con la violenza. Tutti noi abbiamo avuto esperienze di rabbia violente da parte di un parente o di un datore di lavoro un po’ troppo energico che ci hanno umiliati verbalmente o fisicamente. Di conseguenza, pensiamo: “Se questa è rabbia, no grazie! Non voglio esprimerla o riceverla”. Nella nostra infanzia, forse i nostri genitori ci mandavano in camera per calmarci, dicendoci: “Non mi piaci per niente quando urli, se potessi vedere la tua faccia!” Per mantenere l’amore dei nostri genitori, abbiamo dovuto tener tutta la rabbia dentro di noi ed è così che siamo arrivati a credere che l’amore e la rabbia siano incompatibili.

Come esprimere correttamente la propria rabbia?

Nella tecnica della comunicazione non violenta, impariamo l’importanza dell’io. È fondamentale parlare di se stessi, di come ci si sente in determinate situazioni, piuttosto che dire “sei tu” e dare la colpa all’altra persona: questo è tanto più importante perché la rabbia spesso mira ad affermare se stessi di fronte all’altra persona. Passare da “tu” a “io” richiede un certo tempo ed è difficile rinunciare del tutto alla violenza verbale. Un altro obiettivo è quello di rimanere sull’argomento e di non entrare nei fallimenti altrui e in rimproveri generalizzati alle persone che ci sono care. Dato che conoscete bene il vostro coniuge, sapete esattamente dove sbaglia, quindi è meglio fermarsi prima. Questo implica il non vendicarsi quando l’altro ci ha ferito, ed è una vera lezione di umanità quella di imparare a litigare.

Dopo la rabbia, si consiglia l’ascolto silenzioso come un modo per chiarire le difficoltà. Che cos’è in realtà?

L’ascolto silenzioso è uno strumento molto utile se la rabbia non è stata sufficiente a risolvere la controversia, ma prima di tutto bisogna aspettare che ciascuno si calmi. Ciò che è difficile è tornare dall’altro dopo la disputa mettendo da parte l’orgoglio; ognuno parla a turno, per tutto il tempo che vuole, senza essere interrotto. Ci si può fermare, segnare dei silenzi che permettono di aprirsi davvero e una volta che sentite di aver finito, ditelo al coniuge. Potrà parlare a sua volta, non tanto per rispondere, ma per confidare i suoi sentimenti.

È un esercizio difficile, ma ha il merito di evitare il dibattito sterile di accuse e smentite e ci permette di parlare in profondità, con calma, di andare oltre il rimprovero, fino all’emozione. Il rimprovero mette il coniuge sulla difensiva, l’espressione della sensibilità lo tocca ed è necessario ascoltare ogni persona al proprio ritmo, non solo dopo i conflitti.

E la negoziazione?

È un metodo sorprendente che può essere utilizzato, dimostra che in un conflitto si può evitare di avere un vincitore e un perdente. Si pratica anche a mente fredda: uno ritorna all’altro, alcune ore dopo il litigio, per suggerirgli un accordo in cui ognuno dovrà cedere su un punto affinché entrambe le parti possano trovare il proprio beneficio. Il vantaggio di questa trattativa è che ciascuno esprime la propria esigenza, ed è stato riconosciuto e ascoltato. Questo è un modo eccellente per imparare ad esprimersi come persona e a costruire il rapporto, a patto che determinate concessioni non siano unilaterali.

Le liti ripetute rivelano un problema di fondo?

Anche se riguarda aspetti poco importanti o altri più seri, non è tanto il tipo di liti che ci deve allarmare, quanto la loro frequenza quando avviene quasi ogni giorno. Esse rivelano un clima di tensione e un problema di fondo, come una sofferenza infantile irrisolta, e sono un segnale d’allarme: forse è necessario prendere una decisione, rinegoziare più profondamente una scelta come ad esempio avere un nuovo figlio o un cambio di professione, o altrettante situazioni lasciate in sospeso che avvelenano il rapporto.

Se un coniuge è più collerico dell’altro, come possono evolversi le liti nella coppia?

Siamo convinti che non esistano persone che non si arrabbiano, la rabbia è un’emozione di base, non può essere evitata. Chi non si arrabbia rifiuta la rabbia, spesso perché la confonde con la violenza e senza esserne consapevole, trasforma la sua rabbia in senso di colpa: “Non avrei dovuto…”, o tristezza: “Come puoi essere così duro con me?” La persona non collerica non sa come esprimere la propria rabbia e farà quindi ogni sorta di omissioni per spingere il suo coniuge collerico a litigare e quindi ad usare la rabbia dell’altro per lamentarsi e svuotare il suo sacco di risentimenti. Per una persona che non si arrabbia, è uno sforzo enorme riuscire ad esprimere questa emozione, da qui l’interesse per lei di un ascolto silenzioso che lo costringerà a dire ciò che sente.

Che importanza date al perdono?

È molto importante essere convinti che un rapporto possa essere guarito. Quando si ha ferito l’altro, si può già cominciare con lo scusarsi, perché anche se la ferita è stata involontaria, ha fatto male. Quando le parole non bastano, a seconda dell’offesa, bisogna fare ammenda con azioni concrete, per esempio invitare l’altra persona al ristorante, offrirgli dei fiori o trovare un modo per renderla felice.

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