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Edifa - pubblicato il 10/12/19

Tutta la nostra vita è posta sotto lo sguardo di Dio e nessuna delle nostre azioni fa eccezione. Esserne consapevoli significa trovare un'occasione unica per offrire il nostro lavoro a Dio e camminare verso una vita di preghiera e di dono.

di Yannik Bonnet

Dobbiamo lottare costantemente contro il rischio di una vita frammentata: un tempo per la vita familiare, un tempo per quella professionale, sociale, spirituale, ecc. Ciò che può unificarci veramente è la vita spirituale, poiché siamo fatti a immagine di Dio. Il tempo che trascorriamo al lavoro sarà ben vissuto se ci mettiamo il cuore, nel senso biblico della parola, cioè quella parte intima di noi stessi dove la vita trinitaria dell’Amore fiorisce per la nostra gioia più grande.

Prendiamo l’esempio della Sacra Famiglia

La madre ammirevole che Dio ha scelto per incarnarsi nel mondo stava lavorando quando l’Angelo venne ad annunciarle la grande notizia. Il giusto e dolce Giuseppe, erede di razza reale e umile falegname, la prese a casa sua, su richiesta del Signore e assicurò con il suo lavoro la sussistenza del Bambino-Dio e di Sua Madre.

Gesù stesso ha lavorato a tempo parziale durante l’infanzia, poi a tempo pieno, prima imparando e poi lavorando come falegname. Sappiamo che Gesù non faceva nulla senza pregare il Padre Suo e non c’è dubbio che la Sacra Famiglia ha sempre integrato pienamente il lavoro nella propria vita relazionale con il Padre.

“Ora et labora”

Quando i monaci prendono come regola di vita “Ora et labora”, esprimono anche loro questa necessità di fare del lavoro un’occasione di preghiera. San Giovanni Paolo II diceva che il lavoro deve essere “al servizio dell’uomo” e non viceversa. Poiché Dio è il Fine ultimo della persona umana significa che il lavoro al servizio dell’uomo contribuirà ad avvicinarlo a Dio.

Il lavoro, punizione o santificazione?

Allo stesso tempo, sappiamo leggendo la Genesi, che il peccato originale ha fatto della missione affidata all’uomo di dominare la Creazione, un lavoro che gli permette sicuramente di sopravvivere, ma nel dolore e la fatica. Dovremmo forse dedurne che ci sono due parti nel lavoro, una nobile, dove l’uomo può legittimamente sentirsi come un continuatore dell’opera divina, e un’altra che dobbiamo subire, come una punizione? Eppure è proprio nel nostro mondo segnato da questo peccato originale che Dio è venuto a vivere e dove ha lavorato manualmente fino a trent’anni e ha evangelizzato per tre anni. Il primo lavoro è stato umile con le sue gioie e le sue croci discrete, il secondo più nobile con la Sua croce e la Sua gloria eclatanti.

Il nostro cammino da allora è tracciato. Tutto il nostro lavoro è per la gloria di Dio, che sia creativo, gratificante, appassionante o ripetitivo, accademico, domestico, tecnico, artistico o intellettuale, retribuito o volontario. È vero che a volte gridiamo “Eloì, Eloì, lama sabactàni” invece di cantare il “Magnificat”, ma ogni lavoro può essere fatto per amore di Dio e del prossimo.

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