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Sopravvissuto alla tragedia delle Ande: “Sulla Cordigliera abbiamo conosciuto un Dio pieno di bontà”

URUGUAY

Cortesía

Pablo Cesio - pubblicato il 14/10/22

A 50 anni dal “Miracolo delle Ande”, parla ad Aleteia Gustavo Zerbino, uno dei 16 sopravvissuti all'“inferno ghiacciato” durato più di 70 giorni. Dov'era Dio sulla montagna?

Gustavo Zerbino è felice e sorridente. Il 7 e 8 settembre è tornato a celebrare la vita con Antonio y León, due nipoti nati a 10 ore di differenza, uno in Uruguay e l’altro in Argentina.

La vita per Gustavo è continuata dopo quanto accaduto il 13 ottobre 1972 su un aereo Fairchild che trasportava 45 Uruguayani, per la maggior parte membri dell’Old Christians Rugby Club, squadra che doveva giocare un’amichevole con gli All Boys in Cile.

Zerbino è uno dei 16 sopravvissuti alla famosa tragedia in cui l’aereo uruguayano colpì la cordigliera. L’impatto provocò la rottura delle ali e di una parte della coda del velivolo. Col passare dei giorni, alla fine più di 70, per molti quel fatto, e quello che è riuscito a fare il gruppo ridotto di passeggeri uscito vivo da quell’“inferno ghiacciato”, ha le caratteristiche di un’odissea.

Tra ottobre e dicembre 2022 si compiono 50 anni di quello che a livello internazionale è diventato noto come “Miracolo delle Ande”. Gustavo vive ore intense, con chiamate da vari luoghi, perché quell’evento non ha lasciato indifferente nessuno al mondo. Tra i tanti impegni, tra cui la partecipazione a un programma televisivo, ha trovato il tempo per aprire le porte della sua casa ad Aleteia.

All’ingresso dell’abitazione, nel quartiere residenziale di Carrasco, a Montevideo, c’è un’immagine della Madonna di Guadalupe che ha preso nella basilica Guadalupana dopo l’uscita a Città del Messico, negli anni Novanta, del film ¡Viven! (1993), diretto da Frank Marshall.

“Mia figlia più piccola” (Gustavo ha sei figli), “che ha 16 anni, si chiama Guadalupe”, ha ricordato.

URUGUAY

“Strumenti” per la montagna

Al di là di questo aneddoto, che in qualche modo rivela che Gustavo Zerbino è un uomo che non ha nascosto la sua fede nel corso della vita, è tempo di guardare indietro e arrivare all’origine di tutto.

È lì che appare quel gruppo di ragazzi, la cui età al momento dell’incidente oscillava tra i 19 e i 22 anni e che aveva una storia in comune: la maggior parte di loro si conosceva da più di dieci anni, perché giocava a rugby sotto la direzione degli Irish Christian Brothers del Colegio Stella Maris.

È stato con questo gruppo di religiosi irlandesi, arrivato in Uruguay negli anni Cinquanta raccomandato dal fondatore del Movimento Familiare Cristiano in America Latina, il sacerdote cattolico argentino di origine irlandese Pedro Richards, che ha iniziato a nascere in qualche modo, come riconosce Gustavo, il “seme di resilienza” che avrebbe dato ai ragazzi uruguayani strumenti fisici e spirituali al momento di affrontare l’aspetto più crudele della montagna.

“Ci hanno insegnato soprattutto valori. Lealtà, amicizia, solidarietà. Erano fratelli, non sacerdoti. La parte più formativa la impartivano nella parrocchia Stella Maris di Carrasco e nella chiesa San Giuseppe della Montagna”, ha spiegato Gustavo ricordando l’impronta che hanno lasciato nella sua vita i Fratelli Cristiani, noti anche come i promotori del rugby in Uruguay.

“Un gruppo di noi è andato sulle montagne, e avevamo un unico obiettivo: sopravvivere. Abbiamo costruito una società solidale, con i beni che appartenevano alla comunità. Abbiamo lavorato fianco a fianco come ci avevano insegnato i fratelli”.

“Tutto ciò che avevamo vissuto prima è stato molto importante. Se fosse stato un aereo di linea sarebbe stato molto difficile. Un gruppo eterogeneo, sconosciuto, culture diverse, religioni diverse.

Noi vivevamo nello stesso quartiere, andavamo alla stessa scuola, avevamo gli stessi valori, la stessa religione e giocavamo allo stesso sport. Eravamo un gruppo omogeneo”, ha sottolineato Zerbino, che oltre al legame con il Colegio Stella Maris ha ricevuto anche una formazione da parte dei Gesuiti al Colegio Seminario ed è stato catechista nella scuola di Montevideo Monsignor Ricardo Isasa, attualmente noto come Sant’Ignazio.

Il 13 ottobre di quest’anno è il 50° anniversario dell’episodio che il mondo ha considerato una tragedia, ma anche il “Miracolo delle Ande”. Da dove comincia quando deve raccontare alle nuove generazioni ciò che è accaduto a quel gruppo di Uruguayani?

Sono uscito da quella montagna 50 anni fa e non so esattamente cosa sia accaduto. Conosco il risultato, ma è un tema molto complesso, perché non è lineare. Per molti è una tragedia. È vero, perché è una tragedia per tutte le famiglie che hanno perso dei familiari. Per altri è un miracolo per quelli che si sono salvati dopo 72 giorni.

Per me, però, è una storia d’amore, di solidarietà, amicizia e vocazione al servizio in cui l’energia più grande esiste, a mio avviso, è l’amore. E Dio è amore. Nella cordigliera, Dio era presente nella persona che ti massaggiava i piedi perché non morissi congelato. Lì abbiamo creato quella società solidale che si chiama “società della neve”, in cui ogni sera pregavamo la Madonna. Le chiedevamo forza o la ringraziavamo, perché quel giorno eravamo sopravvissuti anche se all’improvviso c’era stata una valanga ed erano morte 8 persone. Ringraziamo allo stesso modo nonostante le cose negative.

Il secondo motivo era perché nel buio della notte speravamo che nessun pensiero negativo si impadronisse della nostra mente.  Vivevamo in un posto che era un inferno. C’erano abbandono, solitudine, freddo. Il mondo ci aveva dati per morti, e abbiamo dovuto renderci conto che vivere o morire dipendeva solo da noi. Sapevamo che da soli non potevamo farcela. Abbiamo dovuto lavorare sull’umiltà, chiedere aiuto. E metterci al servizio di quelli che avevano bisogno di qualcosa da noi.

Ci sono molti libri, documentari e testimonianze su ciò che è accaduto il 13 ottobre 1972, ad esempio un libro scritto da un altro dei sopravvissuti, Fernando («Nando») Parrado intitolato Milagro en los Andes (2006, Planeta), in cui lei viene menzionato varie volte. C’è un passo incredibile che si riferisce al primo impatto dell’aereo con la montagna. Si indica quello che ha sentito e ciò che ha detto: “Gesù, Gesù, voglio vivere!” Cosa ricorda di quell’impatto?

Quando dovevamo partire c’era una grande incertezza, perché era un venerdì 13. Quella storia del “non ci si sposa e non si parte” (Gustavo abbozza un sorriso, n.d.e.). Cantavano. Mi sentivo a disagio, e allora sono andato nella cabina di pilotaggio. Stavano bevendo mate. Quando ho guardato davanti, le montagne che stavamo sorvolando, dovevamo essere a 2.000 metri. All’improvviso ci siamo trovati di fronte una montagna che era circa 3.500, 4.000 metri. Il pilota si è reso conto che qualcosa non andava. Mi ha fatto tornare indietro. Ci ha fatto mettere la cintura e ha preso un vuoto d’aria.

Nell’istante prima che l’aereo colpisse la cordigliera mi sono tolto la cintura e mi sono aggrappato alla cappelliera. E lì, aspettando l’ultimo colpo, ho detto: “Gesù, Gesù, non voglio morire”. Ho chiuso gli occhi. Quando tutto sembrava essersi fermato – ho pensato di essere morto, perché con un aereo che si schianta a 600 chilometri all’ora nessuno può rimanere vivo –, ho sentito uno stato di coscienza, che c’era vita dopo la vita. E all’improvviso un liquido mi è schizzato in faccia, ho aperto gli occhi e mi sono reso conto che ero vivo.

Nei momenti difficili, Gesù è sempre stato un amico per me. Era sempre pronto, ma a volte ero io a non esserlo. Molte volte ci ricordiamo di Dio nei momenti difficili o per ringraziare, ma spesso, a volte per superbia, ci dimentichiamo che Dio esiste. Spesso in montagna Lo pregavo, Gli parlavo, mi arrabbiavo. Lo prendevo anche in giro, perché moriva gente incredibile. Ci siamo salvati dall’aereo, poi alla radio abbiamo sentito che le ricerche erano state sospese. E poi una valanga ci ha seppelliti, uccidendo altri 8 di noi. Lo sceneggiatore di questo film è terribile, ma è la realtà.

ANDES

Ricordo che l’ultima volta che mi sono arrabbiato è stata quando hanno sospeso le ricerche. Stavo scalando la montagna alle 6 del mattino con calze di nylon, pantaloni di stoffa, una camicia, senza guanti, senza occhiali, congelato. Mi arrampicavo come sulle Torri Gemelle, era molto difficile. E a un certo punto ho sentito che quello che stava camminando era Dio perché era molto complicato. (…) Il Dio a cui pensavo da bambino era uno che puniva. C’era la paura di Dio, di bruciare per sempre nel fuoco dell’inferno. Lì, però, non mi sembrava che fosse così.

Sulla montagna abbiamo conosciuto un Dio pieno di bontà. Nonostante tutto quello che succedeva era con te, ti accettava, ti accompagnava. Il nostro Dio era l’amore, la solidarietà, la vocazione al servizio. Ho inviato una lettera al Papa (Francesco ha risposto e il suo messaggio sarà letto il 13 ottobre durante una Messa a Montevideo in occasione dei 50 anni della tragedia, n.d.e.), gli ho raccontato quello che avevamo fatto e come oggi i giovani non credano nelle istituzioni. Le persone a cui si crede meno sono i politici e i sacerdoti. Dobbiamo cercare di invertire questa tendenza.Dio è dentro ciascuno e nelle azioni.

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Lei, insieme a Roberto Canessa (un altro dei sopravvissuti), è stato tra i primi a cominciare a curare i feriti che non erano morti durante l’impatto, a lavare le ferite. Ha mai riflettuto sull’importanza di quel gesto?

Ho sempre avuto una grande vocazione al servizio, e sulle montagne eravamo una squadra di rugby. Nel rugby quello grosso, quello alto, quello lento, quello rapido, tutti hanno una funzione. Avevo studiato medicina per tre mesi, psicologia medica, biologia cellulare e statistica. Ho dovuto svolgere compiti medici con Roberto, che aveva studiato anche anatomia per sei mesi. Carlitos Páez dirigeva il rosario. Gli Strauch coordinavano i compiti pianificati dal capitano. Ognuno aveva un ruolo. Sapere che nella società devi svolgere un ruolo ed essere la versione migliore di te stesso al servizio degli altri… è questo che abbiamo fatto sulla montagna.

Io ho dovuto fare il medico, scalare la montagna, ho dovuto ricoprire molti ruoli come tutti. Ma non mi chiedo mai perché faccio qualcosa. Non perdo tempo a razionalizzare. Credo che la vita sia molto più semplice e che ci si debba collegare all’amore, a quello che si prova. Quando si sbaglia, si deve mettere da parte l’orgoglio, chiedere perdono. Quando da solo non ce la fai, devi chiedere aiuto. E una delle cose più importanti, e anche una delle azioni più rare, è la gratitudine.

Noi siamo tornati dalla montagna in stato di grazia. Nonostante quello che accadeva, eravamo grati ogni giorno. E vivevamo in uno stato che si chiama accettazione. Nella mente quando lotti con la realtà soffri. Abbiamo imparato che, per quanto piangessimo e sbraitassimo, avremmo continuato ad avere freddo e fame. Saremmo rimasti abbandonati e non sarebbe cambiato niente. Lì abbiamo capito che nasciamo per imparare e acquisire consapevolezza. Per distinguere l’essenziale del secondario. Che ognuno nella vita ha un ruolo diverso, come i colori dell’arcobaleno. Siamo persone uniche, irripetibili e insostituibili. Ho imparato che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, e che la vita è un miracolo e la morte è un mistero. Ma il diploma della vita è la morte.

La seconda volta che ho sentito che stavo per morire è stato quando sono stato investito dalla valanga. Non riuscivo a muovermi. Mi sono reso conto che quelli che mi erano accanto erano morti, ma sono morti in pochi secondi. Io ero ancora vivo, respiravo piano, scorreva un po’ di ossigeno. Volevo muovermi, ma non ci riuscivo. Il cuore ha iniziato a battere fortissimo, i polmoni sembravano esplodere. In quel momento sentii come una voce dentro di me che diceva “Tranquillo”. Era la mia voce interiore, che ascoltavo sempre da ragazzo. Mi diceva “Se credi in Dio e Lui dona la vita, è come quando ti invitano a cena. Quando viene il dolce non ti avvelenano”. Il dolce della vita è la morte. E se dobbiamo morire non deve essere qualcosa di spiacevole.

Un patto d’amore

Il patto di mangiare la carne delle persone decedute è un altro degli eventi che hanno colpito il mondo quando si è saputo che quella era stata la decisione del gruppo per non morire di fame. Lei è una delle persone che sono state d’accordo fin dall’inizio? Era anche per lei un simbolo di comunione?

Una cosa è la realtà, un’altra la percezione della realtà e un’altra ancora come la raccontano. Quello che abbiamo vissuto, lo abbiamo vissuto in modo profondo e reale.  Eravamo a 4.000 metri di altezza e non c’era cibo, ci avevano abbandonato, nessuno ci cercava. (…) Ci siamo resi conto che per vivere dovevamo camminare, scalare la montagna e avere energia.

Gustavo Nicolich scrisse una lettera alla madre, alla sorella e alla fidanzata dicendo: “Dal profondo del nostro essere abbiamo chiesto a Dio che questo giorno non arrivasse, ma è arrivato. Dobbiamo accettarlo con coraggio e fede, perché se i corpi sono lì è perché ce li ha messi Dio”. E aggiungeva: “Se domani arriverà il giorno in cui io potrò aiutare i miei amici con il mio corpo, lo farò con molta gioia”. Aveva 19 anni.

Abbiamo fatto un patto d’amore, di donare il corpo come racconta Nicolich. Lui ha donato il suo corpo e il giorno dopo era morto. Il sentimento è molto forte, abbiamo dovuto vincere un tabù psicologico, fisiologico, religioso e culturale.

Una cosa è decidere, ma poi è molto difficile farlo. Fisicamente non avevamo niente, neanche un coltello. (…) Il giorno dopo è stato il fatto più normale.

Quando ne siamo usciti, l’Aeronautica, i medici dell’ospedale e la Chiesa ci hanno voluti proteggere, contenere, e ci hanno detto che non c’era bisogno di raccontare niente, ma non capivamo perché non potevamo dire qualcosa di cui non ci vergognavamo. Eravamo orgogliosi di quella decisione.

Ho portato la lettera di Gustavo Nicolich alla madre, alla sorella e alla fidanzata. Mi ha chiesto lui di farlo. Sulla cordigliera non ci importava di quello che avrebbero pensato gli altri. Fondamentalmente ci hanno accettato molto bene. Per un mese ho portato giorno per giorno, casa per casa, l’orologio, il rosario, la medaglietta, macchine fotografiche, un pantalone, una camicia, il sacco con lo stemma, per raccontare a ogni madre com’era morto il figlio. Mi ero impegnato personalmente a farlo, e l’ho fatto con grande orgoglio per tener fede alla parola data. È stato molto provante dover ripetere tutto ogni giorno alle persone che chiedevano.

Sono vivo grazie ai miei amici che sono morti. Avrebbe potuto essere il contrario. Quando noi siamo tornati, sono tornati tutti loro, perché per quelle madri l’incertezza è finita. Erano certe che il figlio era morto e quando, e hanno potuto vivere il luitto. Uno dei miei figli di 6 anni, quando gli hanno chiesto come eravamo sopravvissuti, ha detto “Erano così deboli, così deboli che per scalare la montagna hanno chiesto in prestito i muscoli agli amici morti”.

È stato sottolineato un altro elemento che si è venuto a sapere, il fatto di scoprire che le ricerche erano state sospese, che eravate voi a dover cercare in qualche modo una via d’uscita. Questo atteggiamento, quello di mettersi in cammino, non privo di fallimenti, ha molti aspetti evangelici, e anche Papa Francesco usa spesso l’espressione che fa riferimento ad andare avanti…

La cosa importante nella vita non è quello che ti accade, ma quello che fai con le cose che ti accadono. Il fatto di trasformare i problemi in opportunità. Noi sulla cordigliera abbiamo imparato che l’unica cosa che produce risultati nella vita sono le azioni. La nostra è una storia di fallimenti, di errori, ma abbiamo imparato che il fallimento e l’errore non esistono. Esiste l’apprendimento. Per questo il Papa dice di non avere paura, di avere il coraggio di vivere, di sbagliare e, con tentativi ed errori, di correggersi. La cosa peggiore per me è il peccato di omissione, non fare nulla per paura. Se non avessimo fatto nulla per paura sarei morto.

Diversi resoconti dicono che ci furono varie spedizioni prima di quella definitiva e del salvataggio. In una di esse anche lei è protagonista, ma senza successo. Quella di dicembre, ormai vicina a Natale, durata circa 10 giorni, è nota dal punto di vista di chi si è messo in cammino (tra cui Parrado e Canessa). Com’è stata l’attesa?

Personalmente non mi sono mai aspettato nulla. Vivo la vita preparato al peggio e sperando sempre nel meglio. Mi fidavo di Parrado e Canessa, che si erano preparati, portavano zaini, sacchi per dormire, guanti, occhiali, bastoni. Sapevo – non l’abbiamo detto a nessuno quando siamo scesi (dalla montagna) alla prima spedizione – tutti i chilometri che dovevano percorrere, ma speravamo che avrebbero fatto tutto il possibile. Parallelamente, durante i 10 giorni in cui loro non c’erano io ho iniziato ad allenarmi. Facevo addominali, usando i sedili dell’aereo e le cinture. Camminavo per avere buoni quadricipiti per scalare la montagna. Grazie a Dio Parrado e Canessa sono arrivati.

Non pensavo. Ogni giorno dovevo alzarmi, lavorare, curare le persone. Dovevamo cercare un corpo per dare da mangiare alla gente. Se c’era il sole, bisognava iniziare a fare occhiali, guanti.

Il 22 dicembre 1972 è stato il grande giorno, il salvataggio. Era poco prima di Natale. Immagino che da allora viva il Natale in modo speciale…

Quando siamo apparsi, Canessa ha detto: “Speravamo di trascorrere il Natale tutti insieme fuori”. La differenza tra un sogno e un progetto è che il progetto ha giorno e ora. Abbiamo pianificato di lasciare la montagna e poi siamo andati avanti passo dopo passo. (…) Quando si perde la speranza si muore. C’è un detto che dice che finché c’è vita c’è speranza. Non è così. Finché c’è speranza c’è vita. Molte persone che sono vive ma senza speranza. Sono morti viventi. Bisogna essere vivi, ma con l’atteggiamento della speranza. È una delle cose che dice il Papa, di essere comunicatori della speranza. E di accorciare le distanze di modo che tutti possiamo vivere in comunità e in armonia.

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Sergio Catalán, il mandriano cileno, è un altro dei protagonisti di questa storia. È lui che è andato a cercare i soccorritori una volta che è riuscito a scambiare un messaggio con Parrado attraverso un fiume. È morto l’11 febbraio 2020, giorno della Madonna di Lourdes. Lo avete visto in diverse occasioni, siete andati a trovarlo dopo l’incidente. Una delle prime cose che ha detto è stata di non ringraziare lui, ma Dio. Che posto occupa quell’uomo nel suo cuore?

Il mandriamo per me è un padre. Per molti anni, quando abbiamo giocato la Coppa dell’Amicizia, veniva in Uruguay. Quando andavamo in Cile, lui, sua moglie e i suoi figli partecipavano alla Coppa dell’Amicizia. Quando ha compiuto 90 anni sono andato da lui a cavallo, ho attraversato le Ande viaggiando per 10 giorni per salutarlo, e quando è morto ho preso un aereo e sono andato a salutarlo. Sono andato a salutare la sua famiglia. Rappresenta la solidarietà e la vocazione al servizio.

Se il mandriano Sergio Catalán, a 40 anni, non avesse ascoltato quella voce interiore che gli fece abbandonare tutta la sua ricchezza, il bestiame che aveva portato scendendo per due giorni e mezzo per quasi 100 chilometri… Fece 160 chilometri a cavallo per avvertire di aver trovato due persone che non aveva mai visto. Lasciò la sua ricchezza e tre figli. Quando lesse la lettera di Parrado, che riusciva a malapena leggere, vide che diceva “aereo” e “uruguayani”, e andò ad avvisare. Senza di lui saremmo morti. La vita è un miracolo e la morte è un mistero. Bisogna fare il 99% di ciò che è alla propria portata, e per quell’1% che non puoi fare Dio aiuterà.

Ti manda qualcuno, ma quella persona dev’essere disposta a far parte della soluzione. Se il mandriano fosse rimasto indifferente non sarebbe successo quello che è accaduto. Il chiavistello dal lato interno della porta del cuore. Bisogna aprire il cuore, e quando lo si apre si è in armonia, si vive la compassione, ridendo con chi ride, piangendo con chi piange.

Bisogna accorciare la distanza tra la mente e il cuore. Per questo Gesù ti dà il cuore in mano. La mente dev’essere al servizio di Dio, al tuo servizio. Per questo credo che Dio sia amore e che il mandriano abbia messo in pratica quella voce interiore di solidarietà, di vocazione di servizio.  E questa è la catena di favori in cui c’è molta gente che deve percorrere quel millimetro. Poi ci si allinea e finalmente si ottiene il risultato. Per me il miracolo è questo.

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La vita è andata avanti e si sono presentate nuove “montagne”. Una delle più recenti è la pandemia di coronavirus. Il mondo sembra oggi uscire da questa crisi, ma allo stesso tempo è ancora immerso in altre follie, come la guerra. Che messaggio ha per l’uomo di oggi, 50 anni dopo quello che è successo in Cile, essendo uno dei protagonisti di una delle storie più epiche e umane del secolo scorso?

Noi esseri umani possiamo scegliere due cose: essere parte del problema o parte della soluzione. Se si vuole essere parte del problema si cerca tutto ciò che è negativo, giudicare, criticare. Credo che il mondo abbia raggiunto una tale efficienza di autodistruzione che se si preme il pulsante non rimane nessuno. E allora bisogna ripensarci. Madre Teresa di Calcutta diceva: “Non combattere perché ti indebolisci, difendi perché ti rafforzi”. Non è l’escalation di chi è più forte, di chi ha ragione. È il contrario.

Bisogna innanzitutto cercare di ascoltare l’altra parte e provare a trovare il punto di incontro tra le due posizioni. Ma non quello che voglio io, quello di cui tutti abbiamo bisogno. È lì che l’io si trasforma in noi. Quando l’io si trasforma in noi è quando l’incoscio collettivo, attraverso il cuore della gente, può essere parte della soluzione.

Oggi il mondo combatte per i diritti d’autore e prende in ostaggio il popolo. La gente è stanca di ascoltare cose che poi non vengono messe in pratica. Sulla cordigliera eravamo tutti uguali, la società era solidale, gli obiettivi comuni. E oggi bisogna cercare obiettivi comuni. Gli obiettivi devono essere la convivenza, essere felici, riuscire a vivere in armonia.

Oggi nel mondo dobbiamo capire il rispetto, la disciplina, la separazione dei poteri. In Uruguay la Chiesa è separata dallo Stato. Credo che sia giusto, ma ci deve essere anche libertà di culto, si deve poter mettere l’immagine della Madonna della Rambla (un’antica polemica a Montevideo tra la Chiesa e il governo dipartimentale nel tentativo di collocare un’immagine della Madonna in una zona costiera in cui di solito a gennaio si tiene un rosario per le famiglie, n.d.e.). Lo Stato non deve avere una religione unica, altrimenti saremmo in un totalitarismo religioso.

Dobbiamo trovare una via di mezzo e che ci siano leadership con obiettivi comuni. Credo – sono ottimista – che l’uomo non possa più seguire questa strada facendo ampliare l’abisso. Per questo ammiro Madre Teresa, che ha detto: “Se mi invitano a una marcia contro l’aborto non vado, ma se mi invitano a marciare per la vita vado”. Bisogna essere coraggiosi, non si può combattere l’odio con l’odio. Bisogna dissolverlo con amore, empatia, tolleranza, pazienza. E con molta gioia, perché il sorriso è qualcosa che serve. E si deve essere presenti.

Oggi Gustavo Zerbino a 69 anni è contento e grato. Oltre a quella di figli e nipoti, gode anche della presenza di sua madre, che ha 100 anni.

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“La vita continua”, ha insistito, ricordando che ci sono tante realtà positive nate dopo la tragedia. Ad esempio, la Biblioteca Nuestros Hijos, un’iniziativa di madri che hanno perso i figli in montagna e che è servita a sublimare il dolore servendo altri figli.

“La cosa più importante è l’eredità della vicenda delle Ande, non quello che abbiamo vissuto. Perché tutto il mondo ha catene montuose”.

Questo giovedì 13 ottobre, nella parrocchia Stella Maris di Carrasco, era prevista una cerimonia religiosa per ricordare chi ha perso la vita sulla montagna. Gustavo, come ha detto ad Aleteia, ha scritto a Papa Francesco, che gli ha risposto.

La lettera del Papa verrà letta durante la cerimonia. È un messaggio carico di speranza, fede e gratitudine in cui il Pontefice riconosce che anche lui “ha avuto le sue cordigliere” e ha chiesto, come d’abitudine, di non dimenticare di pregare per lui.

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