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Quando lui mi ha proposto di andare a convivere e io gli ho detto di no

pareja en crisis

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Orfa Astorga - pubblicato il 24/06/22

A volte non è facile scegliere la via che rende vera giustizia all'amore... perché il matrimonio non è solo un "contratto"

Dopo due anni di fidanzamento, il mio ragazzo ha lasciato il Paese per completare degli studi post-lauream per poi sposarci al loro termine. Era l’amore della mia vita.

Dopo delle brevi vacanze è tornato e mi ha chiesto di andare all’estero a vivere con lui, senza sposarci, assicurandomi che era solo questione di alterare l’ordine dei progetti, e che in seguito lo avremmo fatto. Date le circostanze, era la cosa più conveniente.

Ha detto che nel frattempo avremmo avuto una forma di matrimonio, mancando solo il riconoscimento civile ed ecclesiastico, e di confidare nella sua “retta intenzione”.

Una forma di matrimonio? Retta intenzione?

Il suo sembrava un ragionamento molto logico, ma l’amore non mi ha accecata, perché ero certa che non fosse la cosa giusta, e quindi mi sono astenuta dal rispondere e ho chiesto consigli, per poter poi replicare con le argomentazioni corrette.

Poi ne abbiamo parlato di nuovo, cercando di superare una crisi di disaccordo.

Ricordo molto bene ogni parola della nostra conversazione, in cui, superando lo sconcerto iniziale, sono riuscita a rispondere con un “No” deciso al suo modo di vedere il matrimonio, come se si trattasse solo di un contratto, o di un semplice requisito di ordine convenzionale o legale.

Per mia sorpresa e tristezza, il mio fidanzato si riferiva al matrimonio come se fosse solo una costruzione sociale o religiosa.

Ovviamente non è così, visto che la verità è che il matrimonio è inscritto nella nostra natura, e non è quindi un’invenzione di nessuno. Ha la sua struttura propria, e un ordine collegato alla giustizia.

Il matrimonio segue la persona

Si tratta di un’unione nell’essere, attraverso un impegno davvero matrimoniale, e non consiste nella forma di una cerimonia o in un foglio firmato, e men che meno nel semplice vivere sotto lo stesso tetto o nell’unirsi per certe opere o obiettivi dell’esistenza.

Significa che mediante il consenso di uomo e donna il matrimonio unisce quello che è chiamato a unirsi, in un progetto di vita che, per la vocazione all’amore, assicura la continuità della società e dell’umanità stessa… nientemeno.

Da ciò deriva l’importanza di contrarlo davanti a Dio in base alla fede che si professa e alla società stessa.

È così che sognavo le cose per me e il mio fidanzato, dicendo “Sì”, acconsentendo a diventare sposi davanti a persone conosciute ed estranei, senza paura, né timore di contrarre un vincolo che ci avrebbe obbligato in giustizia a un amore per la vita. Un “Sì” orgoglioso e felice, unirci nell’essere in un impegno fedele e indissolubile. Un “Sì” a un progetto d’amore matrimoniale che avrebbe dovuto prevalere su ogni circostanza della vita.

Un “Sì” a vivere l’uno per l’altro

Per tutto quanto detto, ho spiegato al mio fidanzato, contrarre un vero matrimonio doveva essere il culmine del nostro amore, e non potevo passare a un piano in cui si sminuisse a favore di una presunta necessità pratica. Facendolo lo avremmo snaturato, e avremmo fatto lo stesso con il nostro essere personale, e quindi con la qualità del nostro amore.

E io non ero disposta a questo.

Non è stato il lieto fine che aspettavo, visto che il mio fidanzato, dopo aver insistito varie volte nel suo proposito e non ottenendo ciò che voleva, poco dopo ha posto fine alla relazione.

È stata un’esperienza triste, con la quale ho capito che il suo amore non era abbastanza maturo per un consenso valido che fondasse il matrimonio. E quindi sono single. Dio deciderà.

Spero di incontrare di nuovo l’amore e di essere felice, contraendo un vero matrimonio. Siamo fatti per questo.

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convivenzamatrimonio
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