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L’addetto alle pulizie che ripulisce la casa di chi è morto da solo

Mujer con una luz en la oscuridad

Sergey Nivens | Shutterstock

Francisco Vêneto - pubblicato il 17/05/22

“Quello che mi spezza di più il cuore è pensare che deve aver sopportato la solitudine fino all'ultimo respiro”

Il sudcoreano Kim Wan ha riferito di recente in un’intervista alla rete britannica BBC alcune delle esperienze che vive come addetto alle pulizie specializzato nel ripulire stanze o intere abitazioni dopo la morte dei loro abitanti – nella maggior parte dei casi persone che sono morte da sole e la cui solitudine lacerante è evidente nelle “tracce” che hanno lasciato nei luoghi in cui vivevano.

“Il luogo della morte è un vaso di Pandora. Non so cosa mi aspetta dietro la porta”, ha dichiarato.

Persone scartate

Colpisce constatare che la “cultura dello scarto”, denunciata spesso da Papa Francesco e caratteristica delle nostre società, si conferma sia nella vita che nella morte di tante persone dimenticate nelle “periferie dell’esistenza”, per usare un’altra espressione del Pontefice.

Quanto agli aspetti materiali, Wan rivela che spesso rimane colpito dalla quantità di spazzatura che trova in alcune delle case che va a pulire. La spazzatura in casa è in genere un indizio della trascuratezza e dell’abbandono che circondavano la persona. In casi estremi, ha riferito l’addetto alle pulizie, le montagne di spazzatura superavano la sua stessa altezza.

Solitudine fino all’ultimo respiro

Nella semplice casa di una donna solitaria, praticamente senza mobili e senza nulla che rivelasse un minimo di comfort, ha trovato una piccola tenda da campeggio rosa con spazio per una sola persona, montata in mezzo a una sala spoglia. Forse una forma di distrazione, un modo per simulare un’avventura o qualche ricordo nostalgico dell’infanzia nel vuoto dell’esistenza attuale. Nella casa c’erano così pochi oggetti che tutto è entrato in cinque scatole. “Guardando quella vita semplice, senza mobili confortevoli”, commenta Wan, “si sente la realtà della morte solitaria”.

“Quello che mi spezza di più il cuore è pensare che deve aver sopportato la solitudine fino

all’ultimo respiro”.

L’addetto alle pulizie dichiara che evita di trarre conclusioni facili sulla vita di queste persone: “La regola più importante che ho è non giudicarle in modo irresponsabile”.

Depressione

Gli indizi di sofferenza, però, spesso gridano nel silenzio.

“A volte ci sono farmaci psichiatrici prescritti per la depressione. Ogni volta che vedo questo tipo di cose mi si spezza il cuore. Quando riesco a dedurre la vita della persona dalle tracce in casa. Molte giovani donne si suicidano. Penso che ci siano molte persone stanche di affrontare i propri sentimenti”.

Wan menziona il caso di un appartamento in cui l’abitante defunta aveva tutto in coppia: tazze, pentole, padelle.

“Quando ho visto nel freezer un tipo di gelato che poteva essere diviso in due metà per essere condiviso con qualcuno, ho immaginato un tipo di rapporto prezioso che era appena terminato, e ho pensato che questo l’avesse addolorata profondamente. E credo che tutto sia sembrato ancor più solitario”.

Odore della morte

Wan non omette dettagli crudi che ricordano la fragilità umana anche nella nostra composizione biologica.

“Ogni volta che vado sul posto di una morte solitaria, vedo che non esiste morte pulita o elegante. L’importante è eliminare l’odore. Nei primi minuti non uso la maschera. Si riesce a progettare la pulizia solo se si sente l’odore. In un appartamento di 100 metri quadri, ad esempio, a volte devo togliere tutta la carta dalle pareti di casa. I tessuti umani imputridiscono e sono maleodoranti (…) Se

si resta sulla scena della morte per più di 10 minuti, i capelli si impregnano di un odore forte. Porto sempre i capelli corti”.

Suicidio

L’addetto alle pulizie registra anche molte morti solitarie di uomini tra i 40 e i 50 anni. In molti casi di questo tipo, “ci sono avvisi alla porta dicendo che il gas, la luce o l’acqua saranno tagliati”; “molte lettere di protesta per ritardo nei prestiti restano nelle cassette delle lettere. Molti defunti stavano attraversando difficoltà finanziarie”.

Questa situazione è così frequente e drammatica in Corea del Sud che è servita come base per la serie Squid Game. Con grande ripercussione mondiale, la serie presenta la storia scioccante di centinaia di persone che, insopportabilmente indebitate, accettano di partecipare a un gioco che si rivelerà mortale: se sbagliano nelle prove violente a cui sono sottoposte, moriranno senza possibilità di scampo.

Scioccante quanto il gioco in sé è il fatto che dopo una prima prova estremamente sanguinosa e durante la quale hanno assistito all’omicidio di decine e decine di concorrenti, i partecipanti sopravvissuti hanno l’opportunità di abbandonare il gioco – ma la maggior parte decide di riprendere le “partite”, perché ritengono che la crudele realtà della vita “fuori” sia ancor peggiore di un gioco in cui sanno che il rischio di morire in modo brutale è elevatissimo, ma hanno almeno una remota possibilità di guadagnare denaro per saldare il debito.

Nella vita reale, Wan ricorda la morte di un uomo che faceva il clown. Prima di uccidersi ha lasciato un biglietto:

“Il mercato dei clown è finito. Per me non c’è più lavoro. Proprietaria, lei è stata tanto gentile con me, e mi dispiace molto per il fatto di mettere fine alla mia vita in questo modo…”

Molte altre morti, aggiunge Wan, si verificano nei periodi dei concorsi pubblici in Corea del Sud. Il Paese è noto per l’immensa pressione sociale perché i cittadini ottengano risultati eccellenti in qualsiasi prova, fin dai primi anni di scuola. L’indice dei suicidi tra chi subisce il peso di questa pressione – e il trauma del fallimento – è allarmante.

Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Corea del Sud è al secondo posto per tasso di suicidi al mondo, superato solo dalla Guyana.

“Pulendo la casa dei morti”

Kim Wan ha raccolto le sue memorie e la sua esperienza nel libro “Ripulendo la casa dei morti”, in cui condivide in modo toccante il dramma di un Paese in cui la solitudine è sempre più diffusa.

In base a dati del 2019, il 29% di tutte le abitazioni della Corea del Sud ha un unico abitante, per un totale di 6 milioni di persone che abitano da sole, e che quindi rischiano di morire da sole.

Nel 2014, il Paese ha registrato 1.379 morti solitarie. Nel 2018 sono state 2.447, con un aumento del 77,4% in meno di 5 anni.

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