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Il Papa può aiutare l’Ucraina?

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i.Media per Aleteia - pubblicato il 07/03/22

Intervista a un giornalista specializzato in questioni legate al Vaticano e all'Est europeo

Fino a che punto il Papa può intervenire nell’offensiva russa contro l’Ucraina? Qual è il potere dell’influenza russa sulle azioni del Papa e sulla diplomazia del Vaticano? L’agenzia I.MEDIA ha intervistato il giornalista Bernard Lecomte, autore di vari reportages sull’Est europeo.

Lecomte è anche autore di una biografia di Giovanni Paolo II e del libro Le pape qui a vainçu le communisme (“Il Papa che ha vinto il comunismo”).

Il giornalista sottolinea che dal punto di vista di Mosca il Vaticano non può essere considerato un organo neutro, considerando l’importanza della Chiesa cattolica in Ucraina.

Di fronte all’offensiva russa in Ucraina, la Santa Sede si è trovata nello stesso stato di perplessità della diplomazia dei Paesi occidentali?

Lecomte: Penso di sì. Quando sono arrivato in Vaticano, mi ha sempre colpito il fatto che ci fossero poche persone che conoscevano bene l’URSS o che conoscono la Russia di oggi. Questo Paese affascina tutti i Papi, ma ci sono pochi esperti all’interno dell’apparato diplomatico della Santa Sede. Probabilmente sono rimasti scioccati da quello che sta accadendo.

La crisi ucraina è difficile da interpretare da Roma?

Lecomte: Il problema è che il cristianesimo in Ucraina presenta uno scenario estremamente complesso, con essenzialmente tre entità diverse, tra la Chiesa Ortodossa autonoma, la Chiesa Ortodossa che resta sotto la giurisdizione di Mosca e i Cattolici. Con la guerra, possiamo vedere che la Chiesa dipendente dal Patriarcato di Mosca cammina verso la secessione, un’evoluzione fondamentale.

Ma se l’Ucraina ha resistito fino a questo punto, è principalmente grazie ai Cattolici latini, che si sono sempre opposti radicalmente al comunism e che si oppongono anche al Patriarcato di Mosca, la “terza Roma” da cui si sono separati nel 1596.

È uno scenario molto complesso in cui la diplomazia vaticana ha difficoltà a muoversi, perché non può assumere una posizione neutrale. Il Papa vorrebbe stabilire contatti con Mosca, come prova la sua visita all’ambasciata russa, un gesto spettacolare, ma dal punto di vista russo non può essere considerato imparziale.

Parlando dei rapporti tra la Santa Sede e i Paesi dell’ex blocco sovietico, si usa spesso il termine “Ospolitik”. Come definisce questo concetto, e come si è sviluppata questa strategia?

Lecomte: È un termine tedesco che in primo luogo si riferisce alla politica della Germania Occidentale in relazione ai Paesi comunisti negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, ma si applica anche a Giovanni XXIII e a Paolo VI quando hanno ammorbidito l’approccio del Vaticano nei confronti di Mosca.

Uno dei simboli di quel cambiamento è stata la presenza di osservatori russi al Concilio Vaticano II. Oltre a questo, in occasione degli 80 anni di Giovanni XXIII nel 1961, il Papa ricevette un telegramma di auguri da Krusciov e la visita del genero del leader, Alexei Adjoubei, che era editore responsabile di Izvestia (uno dei quotidiani principali di Mosca), cosa del tutto inedita all’epoca.

Sotto il pontificato di Paolo VI, il Vaticano è avanzato con una “politica di piccoli passi”. Si trattava di inviare presuli perché incontrassero ufficialmente le autorità comuniste locali, per raggiungere alcuni compromessi, nella fattispecie per la nomina dei vescovi e per riapertura di alcune chiese.

Quanto tempo è durata questa strategia audace?

Lecomte: È stata una discussione con il nemico, in un contesto estremamente difficile per la Chiesa cattolica, segnato in particolare dalle persecuzione subite dai cardinali Mindszenty in Ungheria, Slipyj nell’Ucraina Sovietica e Wyszyński in Polonia.

La Ostpolitik è stata adottata dalla diplomazia papale, soprattutto in Ungheria e Cecoslovacchia, ma quando è stato eletto Giovanni Paolo II, ha posto fine a questa politica dicendo di non fare patti con il nemico, perché poteva essere solo negativo.

L’arcivescovo Casaroli dovette concordare nel cambiare la sua strategia. Giovanni Paolo II spiegò che lo aveva nominato Segretario di Stato per dare un segno di continuità, ma in realtà stava assumendo una posizione forte in relazione ai Paesi comunisti.

Dalla morte di Giovanni Paolo II, il declino della presenza slava nell’apparato diplomatico del Vaticano ha provocato una “deresponsabilizzazione” nei confronti di questa regione del mondo?

Lecomte: Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, tutti i corridoi del Vaticano erano pieni di presuli provenienti dall’Est. Era spettacolare. Poi, a partire da Benedetto XVI, c’è stata una riduzione, il che è normale.

Soprattutto dal 2013, capiamo che Francesco non ha la sensibilità europea che ha caratterizzato tutti i Pontefici precedenti. Non ha familiarità con le sottigliezze dell’Ucraina.

Anche se personalmente vuole astenersi dai contrasti, dal punto di vista russo è visto necessariamente come il leader degli Ucraini latini. La sua posizione non può essere fatta valere, perché se gioca la carta dei contatti con il Patriarcato di Mosca offende gli Ortodossi della Chiesa Autocefala.

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