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Gruppi pro-aborto chiedono denaro per “combattere i cambiamenti climatici” con gli aborti

ABORTION

STEKLO | Shutterstock

Francisco Vêneto - pubblicato il 29/10/21

Sempre “creativi” nella narrativa e negli artifizi ideologici, i gruppi abortisti sostengono che l'aborto contribuirà a ridurre il riscaldamento globale (!)

Sempre “creativi” nella narrativa e negli artifizi ideologici per forzare la realtà ad adattarsi alla loro visione impositiva del mondo, vari gruppi a favore dell’aborto vogliono denaro destinato alla cosiddetta “causa della lotta ai cambiamenti climatici”, sostenendo fondamentalmente che l’aborto contribuirà a ridurre il riscaldamento globale.

Che sia necessario prendere misure serie e obiettive per combattere le minacce climatiche è un fatto notorio, dimostrato e reiterato da ogni carestia, inondazione, aumento del rigore di inverno ed estate, proliferazione di incendi forestali, accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai a poli e sulle vette delle cordigliere e un lungo eccetera.

Da qui a collegare queste sfide con un’infinità di opportunismi, però, ce ne passa.

Gli opportunismi, come suggerisce il termine, sono deturpazioni delle opportunità. E l’opportunità del momento è che dal 1º al 12 novembre, la città scozzese di Glasgow ospiterà la COP26, conferenza annuale dell’ONU sulle alterazioni climatiche. Cosa ancor più “opportuna”, il Regno Unito vuole destinare circa 11,6 miliardi di sterline a iniziative che proteggano l’umanità dagli effetti dei cambiamenti climatici.

Con queste informazioni, un gruppo di circa 60 organizzazioni pro-aborto ha scritto a Alok Sharma, presidente della COP26, chiedendo che il Regno Unito modifichi i criteri di concessione dei finanziamenti climatici per inserire in questo “concetto” anche i progetti collegati alla cosiddetta “salute riproduttiva”, ovvero si vuole approfittare di parte del “denaro del clima” per finanziare l’aborto nel mondo.

Aborto e cambiamenti climatici

E qual è la logica di collegare le due cose?

La “logica” è la stessa che smentisce la biologia per mentire dicendo che un essere umano nei primi stadi del suo sviluppo non è un essere umano nei primi stadi del suo sviluppo.

È anche la stessa “logica” che promuove il sesso libero e senza impegno da un lato e dall’altro sostiene una “pianificazione familiare” basata non sul pianificare una famiglia, ma sullo sterminare un figlio che è stato già concepito grazie al sesso libero e senza impegno.

Insomma, non c’è da aspettarsi una grande “logica” da chi difende l’assassinio sistematico di esseri umani per… proteggere i diritti umani.

Le dichiarazioni dei difensori del “diritto all’aborto” al momento di collegarlo ai cambiamenti climatici sono generiche.

Bethan Cobley, dell’organizzazione pro-aborto MSI Reproductive Choices (ex Marie Stopes International), afferma ad esempio: “Quello che [le comunità colpite dai cambiamenti climatici] desiderano davvero è l’accesso alle cure di salute riproduttiva, per poter scegliere quando o se avere figli”.

Oltre a mettere in discussione da dove verrebbe l’informazione per cui è proprio questo che “desiderano davvero” le comunità in questione, bisogna anche chiedersi un’altra cosa: se l’obiettivo fosse garantire che le persone scelgano quando e se vogliono avere figli, non sarebbe più intelligente, sicuro, economico, efficace e risolutivo che ricevessero aiuto per compiere questa scelta PRIMA di concepirlo?

In una “logica” simile, Susannah Mayhew, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, aggiunge un’altra “argomentazione” generica: “Le persone che vengono colpite dai cambiamenti climatici e hanno scarso accesso a servizi sanitari di qualità comprendono questo legame molto più di noi”.

Certamente “noi” non comprendiamo quale sia il legame tra finanziare in modo massiccio l’aborto e risolvere la questione del riscaldamento globale. Se la “logica” è la stessa degli adepti del malthusianesimo catastrofista come presunta scienza per promuovere l’eugenetica e la riduzione selettiva della popolazione, bisogna chiedersi perché l’aborto di massa sarebbe una “soluzione” più educativa, sostenibile e raccomandabile a livello fisico e psicologico che investire ad esempio nell’istruzione primaria. Ad ogni modo, sarebbe il caso quantomeno di ascoltare direttamente “le persone che sono state colpite dai cambiamenti climatici” anziché i presunti “portavoce” che pretendono di parlare per loro.

Cosa dicono le persone veramente colpite dalla povertà in Africa?

Il problema per questi “portavoce” è che, quando il microfono si passa da loro ad esempio a un cittadino africano, può essere che la narrativa della militanza occidentale pro-aborto si trovi in difficoltà.

È quello che accade q uando ascoltiamo la nigeriana Obinuju Ekeocha, fondatrice e presidente della Culture of Life Africa:

“Se parliamo di aborto… Penso che nessun Paese occidentale abbia il diritto di finanziare aborti in un Paese africano, specialmente quando la maggior parte delle persone non vuole l’aborto. Sarebbe una forma di colonizzazione ideologica”.

La stessa Ekeocha ha osservato che quelli che vengono definiti “programmi di pianificazione familiare” di certe organizzazioni multinazionali inviano in Africa circa 2 miliardi di preservativi all’anno, spendendo a questo scopo 17 milioni di dollari. A suo avviso, quel denaro potrebbe essere destinato a dare accesso a cibo, acqua potabile, istruzione e… salute.

Obianuju Ekeocha, chiamata affettuosamente dagli amici Uju, è divetata nota a livello mondiale nel 2017 grazie a una giornalista della BBC che si è mostrata militante della causa pro-aborto sulla base di narrative false circa la presunta “necessità” delle donne africane di abortire per uscire dalla povertà. Uju ha smontato l’intervistatrice – che agiva come se fosse lei l’intervistata, visto che la lasciava a malapena rispondere alle sue domande pretestuose.

“Quello che ha salvato me dalla povertà è stata l’istruzione, non la contraccezione. E ci sono molte altre donne che hanno seguito il mio stesso percorso senza dover ricorrere alla contraccezione fornita dal Governo britannico o da quello statunitense”.

Uju ha continuato smascherando la manipolazione ideologica delle imposizioni generiche dell’“intervistatrice”, che con un atteggiamento unilaterale e impositivo affermava che fosse “un fatto” che “centinaia di migliaia di donne non abbiano accesso alla contraccezione e dovrebbero averla”. Uju ha risposto:

“Sta dicendo ‘dovrebbero’, ma chi è lei per decidere se a lei non importa quello che dico? Non esiste una domanda popolare. Sono nata in Africa, sono cresciuta in Africa e ci vado varie volte all’annno. Lei può parlare con qualsiasi donna africana. Penso che la contraccezione potrebbe essere la decima cosa che vorrebbe avere”.

Uju ha sottolineato anche il fatto che gli ideologi pro-aborto nascondono informazioni fondamentali quando tentano di imporre la loro agenda ad ogni costo:

“Durante tutta questa conversazione sulla contraccezione, l’unica cosa di cui non ho mai sentito parlare sono i suoi effetti collaterali. Nessuno lo dice alle donne africane quando promuove la contraccezione”.

Colei che difende i veri diritti delle donne africane ha riferito che lei stessa ha dovuto consolarne molte dopo che erano state indotte a usare dispositivi intrauterini senza informazioni sui loro effetti collaterali:

“Quelle donne piangevano. Nessuno aveva raccontato loro i terribili effetti collaterali degli anticoncezionali. Qualcuno di un’organizzazione occidentale è andato là, ha impiantato in loro un dispositivo intrauterino e ha dichiarato: ‘È di questo che hai bisogno per uscire dalla povertà’”.

La fallacia delle pseudoargomentazioni abortiste ha continuato ad essere smascherata dalla donna nigeriana, come potete verificare voi stessi:

Cambiamenti climatici come pretesto per promuovere l’aborto

Nonostante i fatti, anche il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) ha adottato i cambiamenti climatici come pretesto per giustificare l’aborto in tutto il mondo.

Nel tentativo di dare una base all’assurdità, il documento “Cinque modi in cui il cambiamento climatico danneggia donne e bambine” arriva a darsi la zappa sui piedi confessando ciò che è accaduto nel 2019 nel Malawi, Paese africano poverissimo devastato dal ciclone Idai. Il documento riporta la testimonianza del dottor Treazer Masauli, dell’Ospedale Distrettuale di Mangochi: “Abbiamo dovuto usare un elicottero per arrivare a zone inaccessibili via terra e fornire servizi di salute sessuale e riproduttiva, come preservativi, metodi di pianificazione familiare e prevenzione dell’Hiv e di malattie sessualmente trasmissibili”.

Ovvero: i soccorritori in elicottero sono andati a distribuire preservativi a persone che avevano appena subìto un ciclone devastante e che quindi erano senza un tetto, senza cibo, senz’acqua, ferite e con familiari morti. In quale pianeta la prima necessità di queste persone erano preservativi e pillole abortive?

Altri cavilli per forzare un vincolo tra cambiamenti climatici e “necessità” dell’aborto

Senza il minimo pudore, il documento dell’UNFPA prosegue: “Anche i raccolti perduti per via dei cambiamenti climatici possono influire sulla salute sessuale e riproduttiva. Uno studio ha registrato che dopo uno shock come l’insicurezza alimentare, le donne tanzaniane che lavoravano nel settore agricolo hanno fatto ricorso al commercio del sesso per sopravvivere, il che ha contribuito a tassi più elevati di infezione da Hiv/Aids”.

Secondo l’ONU, quindi, le donne che hanno perso tutto il raccolto per cause che secondo l’organizzazione dipendono soprattutto dai cambiamenti climatici diventeranno prostitute o schiave sessuali, e quindi non hanno bisogno di risorse intelligenti ed efficaci per tornare a lavorare, ma di aborto e contraccettivi per potersi prostituire ed essere trafficate con maggiore sicurezza.

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