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Ricominciamo da zero? No! Allora “da tre”?

Italian International Film

Padre Bruno Esposito, O.P - pubblicato il 20/09/21

Annotazione previa

Il genere ‘riflessioni’ da me scelto, postula non sono la proposta di uno o più argomenti, ma necessariamente anche un minimo di presentazioni argomentate sugli stessi, proprio al fine di suscitare un’attenzione pensosa da parte del lettore. Per questa ragione risulta inevitabile una certa lunghezza del testo (8 pp. la presente) della quale mi è sembrato giusto avvertire il potenziale lettore in vista della decisione di proseguire o meno nella lettura.

Introduzione

            La presente riflessione è debitrice di uno scritto inedito sul kerygma e la necessità, oggi come non mai, di un vero e proprio catecumenato, inviatomi da un anziano sacerdote, e da un dialogo con una coppia della quale ho assistito al matrimonio tanti anni fa, in una parrocchia di Firenze. Parlando con quest’ultimi dell’odierna situazione di caos e conseguente incertezza a tutti i livelli, sociale ed ecclesiale[1], che tocca proporzionalmente tutte le fasce d’età, i vari ambienti e livelli sociali, la moglie a un certo punto ha esclamato: “Dobbiamo ricominciare da zero!”. In modo immediato ho risposto: “Neanche per sogno!”, al che il marito, ricordando il famoso film del 1981 di Massimo Troisi, a mo’ di battuta e con la sagace del buon fiorentino disse: “Allora ricominciamo da tre!”[2]. Al di là questo scambio di battute, vorrei qui spiegare il senso della mia risposta e proporre alcune considerazioni con la sola finalità di ripensare per recuperare la fortuna, ma anche la responsabilità personale, di essere dei battezzati e quindi membra di quel Corpo che è la Chiesa. Un corpo vivo, non un cadavere, ma nella misura in cui questo corpo rimanga sempre unito al suo capo che è il Cristo risorto e vivo, e per questo tuttocambia[3]. Infatti, vorrei qui tentare di prospettare un’altra realistica possibilità, quindi né ricominciare da zero né da tre, o quattro o cinque che si voglia – ognuno ha o  i numeri che vuole – ma da Colui che è l’inizio ed il fine di tutti e di tutto: ricominciare da Cristo. Affermazione che, a seconda dei punti di vista, potrà risultare melensa, melliflua ovvero sensata, intelligente, ed è per questa ragione che cercherò d’indicare qui solo qualche pista da seguire, per arrivare a qualche punto fermo e ragionevole, non tentando, e tanto meno presumendo, neanche lontanamente di scrivere qualcosa di originale, ma semplicemente ricordare alcune verità oggettive che si possono ricavare dalla Rivelazione e che alcuni autori e il magistero hanno intelligentemente presentato, per cui io mi limito solo a riproporle.

Il Cristo figlio di Dio: inizio e fine di tutto (cf Ap 1, 8)

            Per la fede cristiana, che è prima di tutto ed essenzialmente un ‘avvenimento’ – Dio che incarnandosi si è fatto uomo, ha dato la propria vita per riconfermare il suo amore per noi, è morto e risorto regna alla destra del Padre – è per le donne e gli uomini che la professano, vivere la propria vita alla luce di questa verità, riassunta nel Credo che professiamo ogni domenica e nelle varie solennità, è una questione di vita o di morte, di senso o nichilismo non solo pensando nella prospettiva ultima della morte, ma soprattutto per quello che vogliamo essere e facciamo ogni giorno, per il significato che intendiamo dare a quanto fa parte del nostro quotidiano per non sprecarlo inesorabilmente per sempre, perché le lancette del tempo della vita non tornano mai indietro.  

            La nostra fede si basa su quanto ci hanno trasmesso gli Apostoli che sono stati veri testimoni di quell’avvenimento che ha cambiato per sempre la storia del mondo e le vite delle persone: la risurrezione alla vita dell’eterno (ζωή του αιώνιου – zoí tou aióniou) di Gesù il Cristo (non il ritorno alla vita terrena per essere stato rianimato come in qualche serie cinematografica sugli ospedali come E. R. The Good Doctor!). Di questo avvenimento – e solo in forza di esso e delle grazie loro concesse dello Spirito Santo – di cui sono stati testimoni, gli Apostoli si sono fatti annunciatori convinti e convincenti, coscienti che: “… se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15, 14). Su questo dato mi sembrano illuminanti per la loro stringente logicità, che rimangono una sfida ad eventuali dubbi, le parole di san Giovanni Crisostomo riguardo la morte in croce e la risurrezione di Cristo: “La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto non servendosi di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti. […] quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi giudei, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino soltanto pensarla? È evidente perciò che se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio”[4]. Conseguenza dell’aver partecipato a questi avvenimenti che sorpassano la sfera terrena e materiale, spiega anche la ricaduta della loro predicazione sugli ascoltatori: “Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1 Ts 2, 13).

Solo la forza della vera fede può spiegare la diffusione del messaggio di Cristo

            Gli Apostoli e i loro successori convertirono il cuore delle persone che incontravano in quanto toccavano con le loro parole e il loro esempio le loro esistenze che venivano attratte ed edificate da un ‘diverso modo’ di vivere le cose di ogni giorno, dal loro diverso spirito, dalla loro speranza di livello incomparabilmente superiore. Anche se questo non ha comportato sempre e comunque una risposta coerente data l’incapacità dei destinatari dell’annuncio, come nel caso degli abitanti di Corinto: “… perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia …” (1 Cor 3, 3) comportandosi in maniera meramente umana e non di fede[5]. Però in altri contesti e comunità le cose sono andate in modo completamente diverso. Al riguardo basta rileggere il libro degli Atti degli Apostoli, dove proprio il loro essere: “… un cuor solo e di un’anima sola” (At 4, 32) fu l’azione missionaria più efficiente (cf At 2, 41; 4, 4). Il fatto del modo di vivere nuovo dei cristiani e della sua incidenza a livello sociale è confermato da una un anonimo autore della seconda metà del II sec. d. C. il quale attesta: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. […] Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. Come tutti gli altri uomini si sposano ed hanno figli, ma non ripudiano i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. […] Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Anche se non sono conosciuti, vengono condannati; sono condannati a morte, e da essa vengono vivificati. Sono poveri e rendono ricchi molti; sono sprovvisti di tutto, e trovano abbondanza in tutto. Vengono disprezzati e nei disprezzi trovano la loro gloria; sono colpiti nella fama e intanto viene resa testimonianza alla loro giustizia. Sono ingiuriati, e benedicono; sono trattati in modo oltraggioso, e ricambiano con l’onore. Quando fanno dei bene vengono puniti come fossero malfattori; mentre sono puniti gioiscono come se si donasse loro la vita. I Giudei muovono a loro guerra come a gente straniera, e i pagani li perseguitano; ma coloro che li odiano non sanno dire la causa del loro odio”[6].

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