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“L’idea di limite è molto educativa: non possiamo autodeterminarci in tutto”

JORGE BUSTOS

jorgebustos.es

Vidal Arranz - pubblicato il 28/07/21

Intervista a Jorge Bustos, opinionista del quotidiano spagnolo “El Mundo” e scrittore

Jorge Bustos è opinionista del quotidiano El Mundo e uno degli autori di riferimento della stampa spagnola.

Dotato di uno sguardo poetico che spesso si vede costretto a sacrificare, o subordinare, alla cronaca politica, quest’anno si è preso il piacere di lasciar andare a briglia sciolta la sua vocazione più puramente letteraria con Asombro y desencanto, un libro molto singolare di viaggi per la Parigi illuminista e La Mancha di Don Chisciotte.

In passato ha scritto La granja humana, El hígado de Prometeo, Crónicas biliares e Vidas cipotudas, sempre ai margini del saggio e del letterario. Bustos non nasconde di essere cresciuto in una famiglia conservatrice cattolica, e questa eredità, mai negata, affiora qua e là nei suoi articoli e testi come strumento di interpretazione del mondo.

In questa intervista parla chiaramente di questa eredità e di altre questioni che riguardano il futuro dell’uomo nella nostra epoca, e in quasi qualsiasi altra.

Ha scritto Asombro y desencanto per fuggire dalla politica, che monopolizza la sua attività professionale. Al di là delle circostanze particolari, è vero che la politica invade sempre più tutto. C’è un senso crescente di asfissia.

Non so se non è anche colpa nostra. Non è che dei politici malvagi ci stiano obbligando a lasciare sempre più spazio alla loro voracità interventista. Il fatto è che siamo noi cittadini che stupidamente chiediamo sempre di più alla politica. Il vuoto morale, esistenziale, si definisca decadenza, fa sì che la gente abbia fame di soluzioni e le chieda alla politica.

E la politica ha la capacità di darle?

Le stiamo chiedendo quello che non può dare. Siamo in un momento di transizione che disorienta la gente, che cerca referenti nell’identitarismo e nel collettivo, e si cercano nemici leggendari storici contro cui giustificare la propria personalità.

È logico che nella misura in cui la gente chiede di più alla politica questa diventi sempre più demagogica e prometta cose che sa di non poter concedere. Suppongo che non sia una cosa nuova, e che sia accaduto molte volte in passato.

Ma non è sempre stato così…

Prima di questa ondata di politicizzazione che stiamo vivendo, e che forse trae spunto dallo scoppio della crisi immobiliare del 2008, chiedevamo alla politica di non creare problemi, di lasciar fare a ciascuno la propria vita. C’era un consenso liberale ampio, a sinistra e a destra.

C’era una sorta di tranquillità e ciascuno faceva la propria vita, e le cose più o meno funzionavano. Quando tutto è scoppiato, però, sono stati distrutti vecchi modelli e hanno iniziato a sorgerne di nuovi. E questo genera incertezza e disorientamento.

Abbiamo bisogno di custodire certi spazi della vita sociale e personale, di liberarli dal dibattito pubblico?

Senza dubbio. Quello che discuto è che questo sia un programma rivoluzionario. Credo che basti la volontà di ciascuno. È vero che si devono avere una vita e delle entrate, che venga permesso.

Se si è austeri e si riesce a vivere con poco, però, e se sono state risolte le necessità di base, la possibilità di spegnere il cellulare e superare le dipendenze digitali è alla portata di chiunque. Basta volere e cercare il proprio silenzio e raccoglimento nella quotidianità.

Per scrivere questo libro ho riservato le vacanze di Natale ed estive alla redazione. Ho alloggiato in una casa rurale a Gredos, ai piedi della vetta Almanzor, circondato da capre e avvoltoi, ho spento il cellulare per qualche settimana e mi sono messo a scrivere.

A volte, però, le intrusioni vengono da fuori, dal potere…

Se parliamo della battaglia contro le intromissioni dello Stato e contro la moralizzazione progressista della vita di ciascuno, è un’altra battaglia che si leva dai mezzi di comunicazione, dalla partecipazione politica e dalla difesa di valori in cui si crede contro altri che tentano di imporre una visione opposta alla propria.

Silenzio e raccoglimento, due grandi temi che emergono in questi tempi di eccesso di rumore. È una sfida del nostro tempo recuperare la capacità di guardarci dentro?

Di questo tempo e di qualsiasi altro. Anche a un rinascimentale che viveva nelle città del XV secolo

sembrava che il mondo andasse troppo rapidamente. Il senso dell’agitazione, o l’angoscia esistenziale, che si sono prodotti migliaia di volte nel corso della storia non sono nulla di nuovo. Jorge Freire ha scritto un libro su questo, Agitazione

I rinascimentali non avevano lo smartphone

È vero. È un vantaggio per loro. Noi siamo costantemente reclamati da un apparecchio meraviglioso e diabolico allo stesso tempo, che ci rende dipendenti e ci impedisce di sviluppare una personalità e una formazione proprie. 

Alla fine, però, chi vuole trovare un senso, nonostante la confusione regnante, ha formule tradizionali e antiche a cui tornare. Per questo, ad ogni modo, non servono grandi rivoluzioni. Le rivoluzioni veramente importanti cominciano da se stessi.

Una di quelle armi è la letteratura, un’oasi in cui si può accedere a una dimensione diversa della realtà, più vera.

La letteratura non è una forma di ozio o un gioco. Quando si legge, soprattutto i grandi maestri, si sviluppa empatia, quello di cui si parla con tanta leggerezza in politica. L’empatia richiede, come studio previo, immaginazione, che è un muscolo attualmente in disuso a causa dell’atrofia prodotta dall’ecosistema di schermi in cui viviamo.

Quando una persona va in palestra raffoza il corpo, quando legge rafforza i muscoli dell’intelligenza e l’immaginazione. E con quel corpo ben scolpito nel cervello, che è la cultura, si sviluppa la capacità di mettersi al posto dell’altro e di evitare il dogmatismo.

Come la saggezza per distruggere pregiudizi che si credevano verità e salta fuori che erano inganni che ci sono stati venduti. Per questo la letteratura non è un altro hobby, ma una medicina dello spirito. Si può scegliere di morire senza leggere, ma si sarà scelto di vivere una vita più simile a quella degli animali che a quella degli esseri umani.

In altre occasioni ha collegato la capacità degli scrittori più geniali allo sguardo compassionevole. Sorprende la necessità di tornare a parlare di pietà in un mondo apparentemente sensibile e dipendente dall’evitare sofferenze, reali o immaginarie, a tutti. Sembra paradossale.

La pietà ben intesa non si esercita con quelli della propria fazione, ma con l’avversario. E si esercita perché c’è qualcosa che è al di sopra dell’ideologia, che è l’umanità di base che condividiamo. Come figli di Dio, come direbbero i cattolici, o come figli della fraternità universale, come direbbero gli illuministi, alla fin fine sono valori che derivano dalla stessa origine occidentale. 

Quello che stiamo vivendo sono guerre di tribù ed esibizionismo morale, che non hanno nulla a che vedere con la pietà. La vera morale si esercita nella vita quotidiana, in privato, e non propagando ai quattro venti virtù delle quali poi si è privi nella quotidianità. L’elemosina si fa senza che la mano sinistra sappia quello che fa la destra.

Se si grida quanto si è bravi sostenendo cause facili non si è empatici con nessuno, perché sono atti gratuiti che non costano niente. Bisogna riconquistare le virtù davvero preziose.

A volte vediamo anche che le virtù vengono manipolate e messe al servizio di altri interessi…

Si vede nell’appello alla concordia del Presidente [del Governo spagnolo, n.d.t.] Pedro Sánchez riguardo agli indulti. Non c’è niente di tutto questo. Sta manipolando il concetto di concordia, pietà e magnanimità. È puro calcolo cinico di mantenimento al potere. Insisto: la vera empatia si esercita con l’avversario.

Il politologo Víctor Lapuente sostiene che la vera sfida morale sia lottare con se stessi, non l’esibizionismo morale.

Quello che vediamo sulla scena pubblica sono persone convinte della propria superiorità morale che combattono come cervi in amore prendendosi a cornate. Questo non è un compromesso morale.

La prima cosa che bisogna fare è guardarsi allo specchio e decidere che parti bisogna migliorare per cercare di essere una persona più onesta, che non viva nella farsa, né nell’ipocrisia perpetua a cui ci portano i profili digitali. Alberto Olmos afferma che l’unica rivoluzione che manca è quella dell’onestà e si riferisce a questo. E per raggiungerla bisogna essere meno ipocriti.

Aggiungiamo che viviamo in un mondo in cui le parole hanno smesso di essere territorio comune di intesa per diventare territorio di lotta e confronto.

Ma neanche questo è una novità. In realtà, questo fatto di giocare con le parole viene da lontano, da quando ci siamo resi conto che forse cambiando il nome delle cose riuscivamo a manipolare meglio gli altri. E da lì abbiamo continuato.

Già Platone avvertiva che le parole dovevano essere cucite sopra la verità e i fatti perché altrimenti si corrompeva la scena pubblica. E siamo in questa situazione. Sánchez è l’apoteosi del fossato tra fatti e parole. Ma se le parole non valgono niente, se gli impegni non valgono, se le sigle del proprio partito non valgono niente, è tutto cinismo e sopravvivenza, e ingannare i cittadini dicendo loro che si è i più solidali.

Combattere questo è la grande sfida del nostro tempo. Ma se non si legge, se non c’è una gestione sufficiente del linguaggio, si potrà essere manipolati più facilmente.

Forse questa messa in discussione dell’idea stessa della realtà è innovativa. C’è come un affanno di distruggere qualsiasi nozione di realtà per eliminare qualsiasi nozione di limite.

Il superamento dei propri limiti e l’utopia, intesa come affanno di andare oltre, hanno promosso il progresso delle persone. Sognare di infrangere i nostri limiti come specie è quello che ci rende grandi, e allo stesso tempo ciò che ci condanna ciclicamente a questa presunzione eccessiva che un cristiano descriverebbe come confondersi con Dio.

È vero, però, che devono esistere entrambi i poli. Un certo sguardo conservatore, prudente, che si rende conto del fatto che l’uomo avrà sempre dei limiti, e un’aspirazione a superare quei limiti. Se una persona vede solo i limiti si opporrà a qualsiasi progresso, e la società prima o poi avanzerà senza di lui, e se uno è entusiasta del progresso a qualsiasi prezzo commetterà qualsiasi tipo di crimine. Questo sono insegnamenti di base del XX secolo. 

La tecnologia non aiuta ad essere consapevoli di quei limiti…

Quella che abbiamo ora è una virtualità invasiva. Sembra che si possa ottenere tutto scorrendo il dito su un cellulare. L’essere umano del XXI secolo è abituato a una soddisfazione immediata dei suoi appetiti, e questa facilità con cui la tencologia soddisfa le nostre necessità ci sta allontanando dall’idea di limite, che mi sembra un’idea molto educativa. Non possiamo autodeterminarci in tutto.

Lei proviene da una famiglia cattolica conservatrice…

In Spagna siamo tutti cattolici. Un’altra cosa è che la gente vada in chiesa o mantenga la fede. Alla fine, il substrato culturale nel quale siamo stati cresciuti, almeno fino alla mia generazione, è quello del cattolicesimo. Se mi si chiede della mia vita personale, devo moltissimo a questa pedagogia delle virtù, che in una famiglia praticante come la mia si viveva con naturalezza.

Una persona che non ha vissuto questo e che poi vede uno dei film negativi del cinema spagnolo che fanno dell’educazione cattolica una caricatura o la immaginano come la negazione costante della vita e dei piaceri non può spiegarsi bene tutti i vantaggi che ha la vita vissuta con naturalezza in base alle norme evangeliche, senza castighi oscuri né bacchettate sulle mani.

Quali sarebbero questi vantaggi?

C’è un’edificazione, un’esemplarità, un’idea di virtù, di diligenza, di forza di volontà, di carattere… una montagna di virtù che emanano da quel substrato morale cattolico che personalmente mi hanno aiutato ad arrivare dove mi trovo.

Tutto ciò che mi è accaduto di buono nella vita e che ho lottato perché mi accadesse, l’ho potuto ottenere perché sono stato dotato di strumenti morali che ringrazio di aver ricevuto e che altri non hanno.

Cosa le è rimasto di quegli insegnamenti? 

Da molto tempo ho smesso di essere un cattolico esemplare, ma forse resta di fondo un substrato morale, un certo istinto etico, di saper distinguere il bene dal male, che non ci abbandona mai.

Quando si sbaglia, si sa che ci si è sbagliati, e quel senso di colpa aiuta anche a migliorare. Oltre agli strumenti che ho citato prima, è questo che mi resta di quell’educazione, per la quale sono enormemente grato.

Il senso di colpa e la pratica dell’autoesame sono due questioni rilevanti oggi piuttosto rare…

Assolutamente sì. Ed è molto affascinante quando si incontra qualcuno come Pedro Sánchez che non sembra umano nel senso che manca completamente della capacità di autoesaminarsi.

Non c’è alcun tipo di istanza morale dentro di lui che lo faccia vergognare, perché per lui la giustificazione della vita è la conquista e il mantenimento del potere a qualsiasi prezzo. Da quel punto di vista è affascinante trovare nella politica un esempio così puro di amoralità.

Percepisco in lei una tensione tra un affanno di elevazione e di miglioramento spirituale e professionale e il timore che quel buon proposito generi un eccesso di rigidità, freddezza e perfino disumanità. 

Il problema del vivere cattolico portato a una volontà di perfezionamento ossessiva è che probabilmente si finisce per esigere talmente tanto da se stessi che non si ottiene la pace interiore, anche se se ne è più ossessionati che mai, perché ci si vede sempre come peccatori.

E questo poi avvelena lo sguardo nei confronti degli altri, perché si vedono in loro le mancanze che si constatano in sé e indignano il doppio, trasformando in intolleranti. Chi agisce in questo modo dimostra di non aver capito molto il messaggio del Vangelo.

Alla fine, è molto facile che qualsiasi religione scivoli verso la politica, verso il controllo degli altri, facendosi scudo con bellissime parole. Spesso c’è un affanno di potere che avvelena e che a me, che ho una certa vena edonista e vitalista e che amo molto la libertà, ha portato a un liberalismo scettivo.

Ma è vero che poi c’è gente molto “luminosa” che riesce a conciliare perfettamente la sua fede con un profondo rispetto della libertà altrui. Non posso fare a meno, però, di essere prevenuto nei confronti di quelli che danno lezioni.

Come Greta Thunberg?

Il suo è un movimento religioso con una bambina resa fanatica che rende fanatici gli altri. Avendo una formazione religiosa piuttosto profonda, constato costantemente la degenerazione della religione nei movimenti ideologici del nostro tempo. Scopro subito i modelli. So che risorse psicologiche usano.

Tutti questi pericoli congiurano tenendo ben presenti le idee di pietà e compassione?

La carità è una parola che malversa la sinistra e si getta in faccia alla destra come se carità significasse dare l’elemosina ai poveri con un gesto altezzoso all’uscita dell’opera. No. La carità nel senso greco-cristiano delle origini è quell’amore superiore descritto molto bene da San Paolo in quella lettere che leggono tutti gli sposi del mondo nel giorno delle loro nozze: “La carità è paziente, è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto…”

Tutto questo spiega molto bene il principio della carità cristiana, che a mio giudizio è il concetto intorno al quale ruotano tutta la grandezza e tutta la novità del messaggio evangelico.

Forse queste cose sembrano stranissime, ma io, nello spazio di influenza che posso avere, non solo non rinnegherò gli insegnamenti che ho ricevuto, ma ne difenderò l’utilità per interpretare il mondo.

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