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Quando sei esausta e tuo figlio vuole giocare, immagina che sia Dio a chiedertelo

MOTHER, CHILD, READ

canovass | Shutterstock

Martha, Mary and Me - pubblicato il 05/10/20

È proprio nei momenti in cui prevale la fatica e la pesantezza degli sforzi che possiamo riscoprirci figli di Dio dentro la nostra famiglia.

Quando tua figlia ti chiede di costruire insieme a lei una torre alta alta o di leggerle per la centesima volta Il compleanno di Giulio Coniglio, tu immagina che sia Dio a chiedertelo.
Quando tuo marito ti chiede di alzarti alle due di notte per chiudere le persiane in cucina, in sala, in bagno e in ogni altra stanza di casa, tu immagina sia Dio a chiedertelo.
Quando tua moglie ti chiede di uscire alle 19:58 per andare di corsa a prendere il pane, immagina che sia Dio a chiedertelo.
Quando una tua cara amica ti chiede di trascorrere con lei un paio d’ore perché è molto triste e tu sei stanchissima, perché hai dormito pochissimo e non ne hai proprio le forze, immagina che sia Dio a chiedertelo.

Quando tua moglie ti fa un sorriso e capisci che vorrebbe un abbraccio, ma tu sei troppo orgoglioso e non vuoi dimenticare la vostra ultima discussione, immagina che di fronte a te ci sia Dio.




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Quando tuo figlio che non ti vede da ieri sera si rifiuta di mangiare i cavolfiori, butta per aria le costruzioni, piange senza un motivo apparente e vorrebbe solo che il suo papà lo guardasse con amore e giocasse con lui, ma tu sei esausto e non hai nessuna voglia di inginocchiarti sul tappeto, immagina che lì su quel tappeto ci sia Dio.
Vi è mai capitato di fermarvi a pensare: Dio, ti sono davvero grato, perché nonostante tutto, nonostante le difficoltà quotidiane, i sacrifici, le sofferenze, ho una bella famiglia e so, per certo, che non è merito mio, ma tuo, che mi hai sempre tenuto per mano, e mi hai fatto superare i burroni dentro i quali rischiavo costantemente di precipitare?
Ma non basta, non possono bastare i pensieri e i ringraziamenti di cuore, Dio ci ha dato una vigna e noi dobbiamo portargliene i frutti.

Siete mai stati a vedere come si vendemmia? Avete idea di quanto lavoro si celi dietro quelle bottiglie lucenti dalle etichette elaborate che ordinate al ristorante o acquistate al supermercato? Chi ha una vigna sa che il lavoro è tanto, tutto l’anno, bisogna potare, tagliare erbacce, raccogliere l’uva quando è matura, metterla nel torchio che va fatto girare, ci vogliono braccia forti e instancabili.

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Pexels | CC0
Ci vuole attesa, il vino non esce fuori subito, bisogna aspettare. Ciononostante, può non bastare. Tutto il lavoro, tutta la fatica possono non bastare. Può esserci stata una stagione troppo calda, troppo fredda, troppo piovosa, può esserci stata addirittura la grandine che ha colpito i chicchi appena sbocciati.
Non tutto dipende da noi, Dio ci dà una vigna e a noi spetta di fare la nostra parte, tutto il resto non ci compete, non possiamo controllarlo. A noi è chiesto solo il possibile, amare nostro marito e nostra moglie, amare e accogliere nostro figlio, essere buoni amici, lavoratori giusti e impegnati. Quante volte però ci comportiamo da ingrati, quante volte non diamo a Dio neanche un piccolo frutto del suo amore? Quante volte pur riconoscendo il suo volto nell’altro ci giriamo dall’altra parte perché “non ne abbiamo voglia”? Abbiamo bisogno di riscoprirci figli di Dio, di riscoprire il desiderio di compiacerlo, renderlo felice, di stupirlo con una cesta di ciambelle di mosto appena sfornate. E allora sapremo cogliere i segni, impareremo la gratitudine per le piccole cose e Dio farà per noi l’impossibile e trasformerà in vino buono anche l’uva più marcia.

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