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Tribunale spagnolo riconosce la responsabilità di militari per il massacro dei Gesuiti dell’UCA a El Salvador

EL SALVADOR

Johan Bergström-Allen-romerotrust.org.uk-(CC BY 2.0)

Alvaro Real - Jaime Septién - pubblicato il 14/09/20

Questi sei Gesuiti “odoravano come le pecore”, come direbbe Papa Francesco. Vivevano con i Salvadoregni, sentivano il loro dolore. Come sono stati i loro ultimi giorni? Avevano ricevuto delle minacce, sapevano cosa poteva succedere?

Sì, sì. Erano minacciati dagli anni Settanta. Dagli anni Settanta, dopo il Concilio e dopo la Congregazione Generale 32 della Compagnia di Gesù c’è stato un periodo in cui sono iniziate le persecuzioni, e non solo con insultati e minacce. Nel 1977 è stato ucciso il primo Gesuita, padre Rutilio Grande, che era salvadoregno e stava con i contadini nella parrocchia di Aguilares. Lo hanno ucciso a colpi di arma da fuoco mentre andava a celebrare la Messa.

Le persecuzioni venivano da lontano. C’erano stati vari attentati, bombe, sparatorie. L’UCA era stata colpita da alcune bombe poco prima. Dicevano scherzando che aveva l’aspetto più moderno d’America perché ogni pochi mesi glielo cambiavano. Con le donazioni che arrivavano si procedeva a un nuovo aspetto.

Denunciare queste atrocità non è fare politica, ma Vangelo…

Era puro Vangelo, ma il Vangelo ha conseguenze politiche inteso come conseguenze sulla vita pubblica. Quanto fatto di avere l’odore delle pecore, direi alcuni di più e altri meno. Ad esempio, Nacho Martín Baró non aveva solo il lavoro accademico, ma ogni fine settimana andava in un angolo sperduto chiamato “jayaque” con i contadini e la sua chitarra, e trascorreva lì il weekend. Era molto vicino al popolo.

Mi può parlare di Ignacio Ellacuría, che forse era il capo visibile di tutti? Com’era?

Ignacio Ellacuría era un uomo intelligente, con una mente prodigiosa, razionalmente tremendo e con una capacità di analisi e di giungere a conclusioni come non ho mai visto in vita mia. Era un genio. Aveva un carattere molto deciso e intraprendente. Ad esempio, diceva che non prendeva l’influenza perché aveva deciso di non prenderla e non la prendeva. Gli altri si ammalavano. Era un uomo spettacolare. Mi colpiva molto il fatto che deducesse cose invisibili a noi che vivevamo quelle situazioni. All’inizio degli anni Ottanta, quando è iniziata la guerra, è arrivato presto alla conclusione per la quale non poteva vincere nessuna delle due fazioni, e questo era impossibile da pensare in quel momento. Lo spiegava così: l’esercito ha la forza, ha il denaro degli Stati Uniti, ha il materiale ma non ha il sostegno popolare e viene corrotto col denaro. Ed è accaduto così. Il Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (FMLN), invece, ha il sostegno popolare, ma non accadrà (era quello che mi colpiva di più) come in Nicaragua, dove il popolo è insorto. Per pensare a questo per El Salvador bisognava essere molto intelligenti e avere una grande capacità di analisi.

Dopo l’assassinio, la società di El Salvador è cambiata?

Gli omicidi dell’UCA hanno cambiato molte cose. La prima è stata il fatto di rompere il silenzio dell’impunità. Per la prima volta i militari hanno processato un membro delle forze armate. In secondo luogo, hanno fatto cambiare il modo di vedere le due fazioni, e ha favorito i negoziati di pace, perché hanno avuto una grande proiezione internazionale, soprattutto negli Stati Uniti, dove al Congresso si è messo in discussione l’aiuto militare a un esercito che uccideva civili indifesi, cosa che accadeva da 10 anni, ma che quella volta ha ottenuto una rilevanza pubblica e ha rappresentato l’inizio della fine.

Come l’ha vissuto lei?

Molto da vicino e rimanendo molto colpito. Era la conferma di quello che noi Gesuiti avevamo visto che poteva accadere a tutti noi, soprattutto in Centroamerica, dove la situazione era tremenda. Era la conseguenza logica, sapevi di stare al tuo posto, e questo provocava una pace enorme.

La guerra civile che ha insanguinato El Salvador dal 15 ottobre 1979 al 16 gennaio 1992 è costata la vita a 75.000 persone, soprattutto civili. Tra le atrocità di maggior spicco c’è stato l’assassinio, mentre celebrava la Messa, dell’arcivescovo di San Salvador, Sant’Óscar Arnulfo Romero.

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el salvadorgesuitimartiri
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