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Tribunale spagnolo riconosce la responsabilità di militari per il massacro dei Gesuiti dell’UCA a El Salvador

EL SALVADOR
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Aleteia parla con chi ha indagato sull’assassinio di padre Ignacio Ellacuría e dei suoi compagni

L’11 settembre, i giudici della Audiencia Nacional de España hanno condannato l’ex colonnello salvadoregno Inocente Orlando Montano (77), all’epoca viceministro per la Sicurezza del suo Paese, a una pena di 133 anni, 4 mesi e 5 giorni di carcere per i fatti del 16 novembre 1989, quando dei soldati dell’Esercito salvadoregno hanno fatto irruzione nella residenza dei Gesuiti dell’Universidad de Centroamérica José Simón Cañas (UCA), a El Salvador, e hanno ucciso crudelmente chiunque si trovasse sul posto.

I cosiddetti “Martiri dell’UCA” sono stati i Gesuiti spagnoli Ignacio Ellacuría S. J., rettore; Ignacio Martín-Baró S. J., vicerettore accademico; Segundo Montes S. J., direttore dell’Istituto per i Diritti Umani dell’UCA; Juan Ramón Moreno S. J., direttore della biblioteca di Teologia; Amando López S. J., docente di Filosofia, e Joaquín López y López S. J., l’unico salvadoregno, fondatore dell’università e stretto collaboratore di Ellacuría.

Visto che l’ordine era di non lasciare testimoni, insieme a loro sono state uccise anche due donne, madre e figlia, che lavoravano in quella casa e che vi si erano rifugiate quella notte per sfuggire alla violenza della guerra civile. Si chiamavano Elba Ramos e Celina. Quest’ultima aveva appena 16 anni.

Montano ha negato varie volte di aver partecipato alla strage. Estradato nel 2017 dagli Stati Uniti, dove risiedeva, è comparso in sedia a rotelle davanti al tribunale spagnolo che gli ha inflitto 26 anni, 8 mesi e un giorno per ciascuno dei cinque Gesuiti spagnoli assassinati. Come in altre occasioni si è detto innocente, affermando di non avere nulla né contro i Gesuiti né contro la Chiesa cattolica, ma durante il processo, svoltosi nei mesi di giugno e luglio di quest’anno, vari testimoni hanno affermato che l’ex colonnello Montano considerava i Gesuiti dell’UCA dei “traditori”.

Secondo la sentenza della Audiencia Nacional de España, “è stato verifcato che i membri dell’alto comando delle forze armate salvadoregne, come nucleo decisionale collegiale, tra i cui membri c’era Montano, hanno deciso di giustiziare la persona che in modo più intenso ed efficace promuoveva, sviluppava e cercava di portare le due parti in conflitto [l’esercito salvadoregno e le forze ribelli del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (FMLN)] alla pace”, ovvero padre Ellacuría.

Il motivo degli omicidi è chiaro: “vedendo minacciata la loro condizione di potere e controllo nei progetti militare, politico, sociale ed economico del Paese”, gli alti comandi militari (tra cui Montano) hanno dato l’ordine di porre fine alla vita del rettore dell’UCA senza lasciare alcun testimone vivo. “È stato terrorismo di Stato”, ha sottolineato la sentenza.

“In definitiva, il ruolo della Chiesa come mediatrice per cercare di porre fine alla sanguinosa guerra civile le ha fatto guadagnare l’inimicizia dell’estrema destra, che temeva di essere privata nei negoziati dei suoi privilegi”.

Chi conosce bene tutta la storia è Pedro Armada Díez de Rivera, nominato dal provinciale del Centroamerica per raccogliere dei dati sulla strage. All’epoca viveva in Nicaragua, e pochi giorni dopo si è trasferito a El Salvador, dove ha lavorato con Martha Dogget, la persona nominata dal Lawyers Committe for Human Rights (al quale i Gesuiti nordamericani avevano affidato il caso) delle indagini. Entrambi hanno pubblicato un lungo rapporto sul caso. Aleteia lo ha interpellato.

Perché questo crimine, questo assassinio?

Perché nei luoghi in cui impera la menzogna dire la verità può costare la vita. Non è una novità. Succede.

Stiamo parlando di martiri morti perché avevano una voce profetica, perché denunciavano le atrocità, perché volevano una società migliore, perché lottavano per la libertà e la giustizia.

Tutto questo e molto altro. La voce di quei Gesuiti, e soprattutto quella di Ellacuría, che era il più visibile, suonava come la voce dei profeti quando si rivolgevano ai re di Israele e ai potenti dicendo “Questo dice il Signore”. Era molto forte perché dicevano la verità, e la gente lo sapeva.

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