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«Dio, perché mi mandi al reparto Covid?». La risposta nella profezia di un sacerdote

CELESTE MAGGIO

Celeste Maggio

Silvia Lucchetti - pubblicato il 08/04/20

Quando Celeste, operatrice socio-sanitaria, scopre di essere stata assegnata alla zona Covid pensa: "Mannaggia, doveva capitare proprio a me?". Ma poi le risuonano nel cuore le parole che le aveva detto don Osvaldo: "Tu andrai ad accarezzare i malati".

Celeste è una donna combattiva, con il piglio da ribelle di chi nella vita non accetta mai le cose facilmente. Capelli neri, occhi segnati ed espressivi che hanno visto l’amaro dell’esistenza forse troppo presto e l’hanno digerito a fatica. Rimane vedova all’età di trentacinque anni: due figli piccoli da crescere, una sofferenza ingiusta da mandar giù, una quotidianità da riprogrammare senza suo marito. Certi dolori restano sempre, sono danni permanenti, e solo la grazia di Dio può illuminarli e lenirli. E così Celeste si rimbocca le maniche, perché ha una famiglia da mandare avanti, e comincia un cammino di fede con dei fratelli che la accettano così com’è. Grazie alla sua comunità, piano piano, con fatica, anno dopo anno, tra cadute e risalite, fa pace con Dio.

Ho pensato di raccontarvi la storia di Celeste perché lei è un’operatrice socio-sanitaria che lavora da vent’anni presso il Policlinico Tor Vergata di Roma ed è in prima linea in questo momento di emergenza. Qualche giorno fa le ho telefonato per farmi raccontare come vive quest’esperienza e mi ha colpito il linguaggio che ha usato nel descrivermi le dinamiche in ospedale: chi lavora nell’ala del pronto soccorso non destinata ai pazienti Covid, si dice “sta al pulito”, mentre di conseguenza chi opera a contatto con i malati che hanno contratto il virus “sta nello sporco”.

CELESTE MAGGIO,
Celeste Maggio
Celeste insieme alle sue colleghe

Come tanti che svolgono lavori di questo tipo, Celeste era nella schiera di quelli che “sì, va bene lavorare ma correre troppi rischi no”. Dopo aver prestato servizio in diversi reparti è stata destinata 13 anni fa al Pronto Soccorso. “A-I-U-T-O! Non voglio andarci”, è stata la prima umana reazione. Non è difficile da comprendere il suo rifiuto: al Pronto Soccorso di un nosocomio di periferia di una grande città come Roma può accadere di tutto, ci si deve “sporcare le mani”, affrontando situazioni limite, complesse, brutte e pericolose. Celeste si sentiva dentro un uragano, voleva scappare. Ma poi si è ricordata di quello che le aveva detto un sacerdote poco tempo prima…

Lavoravo da anni in ortopedia poi un giorno andai a trovare don Osvaldo, un sacerdote eremita, che mi disse: “No bella mia, tu andrai ad accarezzare i malati”. Un paio di mesi più tardi… il finimondo! Mi assegnarono al Pronto Soccorso, ed io lì per lì non collegai le parole di don Osvaldo al cambiamento che stavo vivendo. Non capivo: ero avvelenata, arrabbiata, non accettavo questa nuova collocazione. Dissi a Dio: “Perché Signore?”. Poi capii e mi resi conto che la sua profezia si era realizzata. Sai quanti anziani vengono portati da noi e poi se li scordano? Abbandonati completamente!

Qual è la tua esperienza al reparto Covid?

Ieri abbiamo avuto una giornata dura, sono morte 5 persone durante il mio turno. Poi sono arrivati anche alcuni giovani positivi poco più che ventenni. Gli ho detto: “Ragazzi! Siete troppo giovani! Perché non state a casa?”. Noi stiamo cercando di proteggerci in tutti i modi ma corriamo comunque molti rischi. Abbiamo i camici doppi, uno solo per le 7/10 ore di turno, anche le mascherine sono una al giorno, ne indossiamo due: quella con il filtro e quella chirurgica che mettiamo sopra. Ci sono due tende allestite dalla Protezione Civile, nella prima arrivano i pazienti e si svolge la pratica iniziale, mentre nella seconda vengono spostati dopo. Poi li portano da noi, in una sala che viene chiamata “piazzetta”, dove aspettano il risultato dei tamponi. Se positivi vengono trasferiti a malattie infettive, se sono gravi in pneumologia, oppure se gravissimi in terapia intensiva. Io lavoro solitamente nella subintensiva dove vengono messi i caschi e nella sala rossa Covid.

Qual è la tua più grande preoccupazione e come la affronti?

All’inizio ero preoccupatissima, angosciata, piena di ansie. La prima cosa che ho pensato quando il caporeparto mi ha assegnata alla zona Covid è stata: “Mannaggia, doveva capitare proprio a me?”. Dopo essermi arrabbiata e aver brontolato con il Signore, gli ho detto: “Perché mi mandi lì?” e nuovamente le parole di di don Osvaldo mi sono risuonate nel cuore: “Tu andrai ad accarezzare gli ammalati”, aveva proprio ragione. Ho cominciato subito a pregare di più, mi sono avvicinata con ancora più forza a Dio e piano piano, a fatica, sono riuscita a comprendere che dovevo andare a lavoro, darmi da fare, mettere a disposizione la mia esperienza. Ho pensato che dovevo accettare quello che Dio mi donava, nel bene e nel male. Se mi trovo accanto a un paziente nel momento finale, quando il Signore lo chiama a Sé, gli faccio il segno della croce sulla fronte e gli stringo la mano. Sento una responsabilità nei confronti di quella persona che ho davanti: è un fratello che sta andando via anche se anziano. C’è una storia nella vita di ogni uomo, giovane o vecchio, è importante sempre onorarla.

Cosa ti colpisce di più di quest’esperienza?

Una cosa che mi ha sempre addolorato è l’atteggiamento dei familiari dei pazienti. Ci hanno sempre giudicati male, come fossimo inutili, nullafacenti, menefreghisti, incapaci di comprendere le loro situazioni, senza cuore. Oggi le cose sono cambiate: sono più rispettosi, non alzano la voce, non gridano contro di noi. Sai quante volte hanno spaccato il Pronto Soccorso e ci hanno aggrediti? Ora invece ci portano sugli altari, ci trattano da eroi ma non è così. Quando tutto sarà finito cosa accadrà? Io spero che questo atteggiamento rispettoso duri.




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Qual è la tua speranza?

Sono nonna di 4 nipotini ed è più di un mese che non li vedo. La mia speranza è che finisca presto ma che le cose cambino. In questa situazione che stiamo vivendo il Signore ci sta facendo capire che vivevamo come se tutto ci spettasse, come se tutto ci fosse dovuto. Troppa indifferenza, troppo male, troppo peccato. Rincorriamo sempre qualcosa ma dove andiamo? Tutto ci porta alla morte. L’inganno del demonio è terribile e sottilissimo.

Cosa ti sta aiutando ad affrontare questa situazione?

Prima a di andare in ospedale o quando rientro a casa vado in chiesa e prendo l’Eucaristia quasi tutti i giorni, sto un poco davanti al Santissimo e poi vado via. Così mi sostengo, con il lavoro che faccio non ce la farei altrimenti. Anche il cappellano dell’ospedale quando lo chiamiamo viene a portarci la Comunione. Come farei senza Eucaristia? Senza Cristo non vivo!

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coronavirustestimonianze di vita e di fede
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