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Venezuela: una storia di riscatto personale

RUBEN ANTONIO JUAREZ MELENDEZ

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Macky Arenas - pubblicato il 25/01/20

Mangiare la spazzatura

Le cose si sono complicate. Rubén ha cercato di ottenere un lavoro, ma non ci riusciva. “La strada ti intrappola. Mi sono dimenticato di cercare lavoro, vagavo e basta. Alejandra non si è mai sottoposta ad alcun controllo della gravidanza. Cercavamo il cibo tra la spazzatura. Non avevamo altra opzione. Hanno iniziato a darci fastidio nell’ospedale fuori al quale dormivamo, e abbiamo dovuto andarcene. Sono stati tre mesi di angoscia”.

“Ho pensato che dovevo fare qualcosa e mi sono messo alle uscite della metropolitana per riempire i bus, un lavoro che consiste nel gestire la gente che esce dai vagoni e deve completare il percorso in autobus. Guadagnavo qualcosa che mi permetteva di pagare un piccolo albergo per non rimanere in strada. Le cose, però, hanno continuato a complicarsi. Non era un lavoro stabile. Abbiamo conosciuto le mense delle chiese, dove almeno si può mangiare. Cercavamo comunque nella spazzatura tutto quello che riuscivamo a trovare”.

Un signore con una lunga esperienza di strada ha insegnato loro a riciclare, quella che oggi è un’arte per moltissimi venezuelani: come scegliere nella spazzatura quello che può servire, quello che è ancora buono o è andato a male. “Frugavo ovunque. Quello che mi sembrava buono lo davo ad Alejandra perché non facesse male né a lei né al bambino, e io mi arrangiavo con qualsiasi cosa”.

Hanno individuato “un punto”. Nella lingua della strada è un luogo in cui c’è molto cibo e si trovano ancora cose idonee per essere mangiate. Era una panetteria in un viale commerciale della zona centro-orientale di Caracas. “Buttavano la spazzatura alle dieci del mattino nel camion che la raccoglieva. Io ci salivo e me la davano due isolati più in là per non richiamare l’attenzione”.

RUBEN ANTONIO JUAREZ MELENDEZ
Gentileza

Il parto

“Dormivamo sotto il ponte del fiume nella zona di El Silencio – in pieno centro –, vicino a un cinema. Davanti c’era una porticina – oggi del tutto chiusa – dove dovevo scendere quattro metri dalla strada. Con lei incinta era un rischio, ma facevamo attenzione. Quando abbiamo visto che il parto si avvicinava siamo andati a Coche, dove lavoravo al mercato – uno dei più grandi di Caracas – vendendo sigarette. Non volevo che arrivasse il momento e che fossimo ancora lì”.

Quando il bambino stava per nascere sono corsi in un ospedale pubblico ma mancava il medico. Rubén non aveva un centesimo. Non avevano pannolini né vestitini. Alejandra non si era sottoposta ai controlli, la prima cosa che chiedeva un medico. “Siamo andati in un altro ospedale ed è successo lo stesso. Ho dovuto mentire, ho detto che ci avevano rubato i documenti, ma neanche lì ci hanno assistiti”.

“A lei hanno detto che il bambino aveva un battito cardiaco molto basso – qui Rubén si è quasi messo a piangere. Poi si è calmato e ha proseguito –. Poi, quando siamo usciti dall’ospedale, c’è stata una sparatoria. Io cercavo di difendere mia moglie e mio figlio che doveva nascere. Sono arrivati dei poliziotti che conoscevo. Uno di loro mi ha detto che mi avrebbe aiutato e ha fatto sì che una macchina della polizia ci portasse in un altro ospedale. Un angelo che mi è apparso in strada”, ha detto abbozzando un sorriso. “Nell’altro ospedale ci hanno chiesto gli stessi documenti e ho mentito di nuovo. 15 minuti dopo è nato mio figlio”.

Il bambino è nato sano alle tre del mattino. Un’ora dopo hanno chiesto loro i vestiti, ma non li avevano. “Sono andato di corsa in una grande piazza dove i venditori di strada vendevano il pane. Sono andato in varie panetterie, ho barattato il pane, l’ho venduto. Ho fatto lo stesso con le sigarette, sono andato al mercato del Coche e le rivendevo. Ho guadagnato qualcosa per comprare dei vestitini usati e tre pannolini. Sono volato in ospedale a portarli”.

Per il cibo, però, niente da fare, e quindi ha corso dietro i camion della spazzatura e ha trovato qualcosa da portare alla moglie. Tutto molto difficile, quasi eroico. Alejandra è rimasta in ospedale per un’infezione. Hanno ordinato di fare degli esami al bambino per scartare l’ipotesi che l’avesse anche lui.

Rubén era sempre senza un centesimo e non sapeva cosa fare. “Ricordo che entrando in ospedale c’era un’immagine del Nazareno de San Pablo – la principale devozione di Caracas -, e gli ho chiesto con tutte le mie forze che mio figlio stesse bene e che potessero fargli gli esami necessari. Mi sono ricordato di un posto in cui li facevano gratis e sono andato lì”.

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senzatettovenezuela
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