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O Cristo viene prima o nessuno può essere per me marito, figlio o fratello

FAMIGLIA RIFUGIATO
Silvia Tripodina e Bernd Pennisi
La famiglia di Silvia Tripodina e Bernd Pennisi con il ragazzo rifugiato che hanno accolto
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La testimonianza di una famiglia che ha accolto un ragazzo rifugiato e ha scoperto di essere essa per prima "ospitata" da Lui.

di Silvia Tripodina e Bernd Pennisi

La storia che vi raccontiamo ha per protagonista Lui e vorremmo che questa testimonianza vi giungesse quasi come un Magnificat, come il prorompere di una gioia incontenibile per la grande meraviglia che il Signore sta compiendo anche attraverso le nostre vite.

Tre anni fa siamo stati chiamati ad accogliere Yahaya, un ragazzo rifugiato, in seno al progetto Caritas “Progetto ProTetto – Un rifugiato a casa mia”. Ricordo benissimo ogni dettaglio della sera in cui ciò avvenne. Non fu la prima chiamata. Già. Perché a una prima chiamata che ci era parsa per tutti e per nessuno, diretta all’intera comunità parrocchiale della Bicocca, non abbiamo risposto. Non era “mirata” e, come purtroppo spesso lasciamo che accada, non l’abbiamo sentita per noi. Peggio: siamo stati indifferenti, così superbamente convinti di fare già abbastanza per gli altri. Ma il Signore non si scoraggia e certamente non desiste dal compiere ciò che desidera. Così, quella sera, ha bussato proprio a noi.

Che cosa ci ha chiesto? Forse di ospitare in casa nostra in pianta stabile Yahaya? No: non ci ha chiamati a farci appartamento, bensì radici per ridare ali a chi è stato colpito in volo. Diventare famiglia con Yahaya e intorno a lui.

Un progetto che si è tradotto in una realtà di grazia, ben oltre ogni immaginazione. E ancora oggi ci chiediamo chi sia l’accogliente e chi l’accolto (del resto persino la lingua italiana pare aver colto l’interrogativo e forse intuito la profonda verità a cui esso dischiude, utilizzando lo stesso termine per i due ruoli: è ospite tanto chi accoglie quanto chi è accolto).

Che cosa ci sta insegnando l’inclusione di Yahaya nella nostra famiglia o piuttosto l’estroflessione della nostra famiglia a Yahaya? Cosa ci sta insegnando Cristo giunto a noi attraverso questo splendido ragazzo? Essenzialmente a porci una buona domanda: chi viene prima?

Questo quesito ci risulta in qualche modo familiare, piuttosto inflazionato e, purtroppo, strumentalizzato. La domanda, però, resta non solo buona, bensì fondamentale: chi viene prima per me, per noi famiglia, per noi che siamo qui riuniti oggi? Forse noi stessi oppure i nostri familiari? Gli Italiani? Gli amici? I vicini? I lontani? Oppure gli affari? Magari le responsabilità? Chi detiene il primato assoluto nella nostra vita?

La buona risposta è una e una sola: a venire prima o è Cristo, oppure nulla è. Nessuna relazione. Nessuna attività. Nessuna speranza. Questo è il segreto della condizione felice a cui ogni Cristiano è squadernato: lasciarGli il centro assoluto, perché ogni cosa in Lui diventi ciò che davvero è. Diversamente viviamo un surrogato di vita inutile che ci verrà tolta come ci è stata data, senza che il talento unico affidatoci abbia portato frutto nella Sua vigna (Gv 21, 15-19). Togli il Sole dal centro del Sistema Solare e… nulla nel cosmo potrà essere ciò che è.

O per me Cristo viene prima o nessun altro può essere per me marito, figlio o fratello. Nessuno.

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo (Lc 14,26).

Dobbiamo abbracciare il nostro limite e con coraggio dire, con Pietro, al Risorto: “Sì, Signore, Tu sai che ti amo”. Prima di tutti, proprio per poter amare davvero tutti. Un prima che rende possibile il nostro amore fra noi. Si tratta di una questione di priorità, non di quantità di amore.

Se abbiamo il coraggio di fare nostra questa risposta, allora la grazia del Signore ci ridona la vista, ci schiude a scoprire ciò che non vedevamo, pur avendolo sotto gli occhi: Cristo è qui, in carne e ossa! Non è un pensiero romantico o un’ideologia auteoreferenziale: è realtà, è una persona! Un altro da me che continua a provocare la mia libertà in ogni volto che incrocio, in ogni relazione che coltivo. È solo nell’incontro con Lui nell’Eucarestia e in ogni mio fratello che posso fare esperienza dell’Emmanuel, Dio-con-noi. L’incontro con l’inedito! Del resto l’incontro con Yahaya è ciò che ha fatto breccia nelle convinzioni ideologiche di chi rifiutava i migranti: dopo un timido tentativo di negare la realtà (“Ma lui è diverso”), il dubbio ha iniziato a far sgretolare il pregiudizio. Davvero la realtà dell’amore non conosce ostacoli: e, in questo, è la nostra certa speranza!

Cristo è qui e l’incontro con Lui ci trasforma. Sempre. Ci rende nuovi e ci apre all’inedito di ciò che è.

Noi ci siamo sentiti trasformare in questo: avvertiamo ora l’urgenza di guardarci intorno. Sentiamo che tutto ci riguardi. Perché se Cristo per me viene prima, allora lo scorgo in ogni altro e guardo all’intera famiglia umana come alla Sua, al Suo sogno sull’intera umanità come a ciò in cui il Suo stesso sogno su di me si compone.

Inoltre, scopriamo che non siamo chiamati a scegliere chi amare! Tutti sono coloro a cui siamo dati! Del resto se Dio davvero non fa preferenze di persone (At 10,34), possiamo forse farle noi? Noi stessi siamo non ci siamo scelti, bensì siamo stati scelti: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!” (Gv 15,16). È Dio a scegliere e ci sceglie tutti! Siamo tutti i prediletti del Padre! Inoltre, chiunque faccia la Sua volontà, è in relazione intima con Cristo: è per lui fratello, sorella e madre (Mt 12, 46-50). Questo sconfessa i nostri alibi miopi che ci portano a mettere i “nostri” (di chiunque si tratti) avanti agli altri. Resta d’altro canto inteso che amare tutti implichi anche il fatto che non dobbiamo nemmeno distogliere gli occhi “da quelli della nostra carne”, come ci ricorda Isaia (Is 58,7): lo dico per noi, attivisti cristiani, che a volte rischiamo persino di trascurare i familiari in favore delle necessità comunitarie. 😊

Ecco quanto di meraviglioso in noi il Signore sta operando. E ci sembra persino di percepire in modo distinto la Sua mano che concretamente, nella nostra vita di giorno in giorno, opera la Sua salvezza attraverso questo dialogo di amore plurale. AprirGli la porta è concederGli di amarci pienamente e lasciarci portare con Sé dove Lui solo sa (Gv 10,9; Ap 3,10; Lc 12, 35-40). Nell’aprire la porta all’altro, siamo in realtà noi a entrare in Casa Sua! Una meravigliosa doppia inclusione che solo la comunione con Lui incarna. Nell’aprire al fratello, entriamo in comunione con Lui.

Chi entra nella nostra vita ci porta in dote la Vita, anche quando ci scomoda dalle nostre certezza e abitudini! Non abbiamo, quindi, paura del mistero dell’altro! Poiché in ogni altro è il Signore che dimora e che ripete a noi le parole che ha rivolto ai Suoi: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,22).

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