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Perché un missionario è considerato il padre della fede britannica

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Ci è voluto non solo un mandato del Papa, ma anche qualche pungolo ulteriore perché Agostino di Canterbury operasse tra gli anglosassoni

Sant’Agostino di Canterbury è famoso per la sua missione in Gran Bretagna. Come San Bonifacio è ricordato come l’“Apostolo dei Germani” e i Santi Cirillo e Metodio come gli “Apostoli degli Slavi”, Sant’Agostino è chiamato “Apostolo degli Inglesi”, fondatore della fede cristiana in Inghilterra, anche se il cristianesimo è arrivato in Gran Bretagna secoli prima di lui. La sua missione, e il modo in cui è ricordata, ci dice qualcosa di importante sulla natura dell’attività missionaria.

Le isole britanniche hanno una lunga storia come terra cristiana. I vescovi britannici partecipavano ai concili ecclesiali nel IV secolo, e l’isola produsse anche una delle peggiori eresie della storia della Chiesa, quella di Pelagio. Dopo il ritiro dei Romani all’inizio del V secolo, però, l’isola fu invasa dagli angli e dai sassoni, pagani. Se alcune comunità cristiane sopravvissero nella zona occidentale della Britannia, nelle zone a dominazione anglosassone la fede venne quasi spazzata via.

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Alla fine del VI secolo, Gregorio Magno venne eletto Papa. Anche se prima della sua elezione viveva come un monaco, aveva un grande zelo per l’opera missionaria. Alcune storie antiche riferiscono che egli stesso aveva voluto compiere un viaggio missionario in Britannia.

Da Pontefice decise di inviare una missione in Britannia, dove secondo Beda il Venerabile, storico ecclesiastico e dottore della Chiesa (ed egli stesso britannico), Papa Gregorio incontrò un gruppo di schiavi nella piazza del mercato romano. Avevano i capelli biondi e la pelle chiara, cosa insolita nel Mediterraneo. Il Papa chiese loro chi fossero e gli venne detto: “Sono angli”. Si dice che il Pontefice abbia risposto: “No, non sono angli, sono angeli (Non Angli, sed angeli)”.

Per intraprendere il viaggio missionario, Papa Gregorio scelse un membro del suo antico monastero, un monaco chiamato Agostino. Insieme a una manciata di altri monaci partì per il Regno del Kent, nell’Inghilterra sud-orientale, dove il re Etelberto aveva sposato di recente una principessa cristiana franca, Bertha, e permetteva una maggiore libertà di pratica del cristianesimo.

Dopo la partenza, Agostino e il suo gruppo di missionari si persero d’animo, intimoriti dal loro compito, e cercarono di tornare a Roma, ma il Papa li incoraggiò e li convinse a svolgere il loro lavoro. Arrivarono nel Kent nel 597 e si recarono nella capitale, Canterbury, dove predicarono e celebrarono i sacramenti. Convertirono molte persone, e alla fine lo stesso re Etelberto venne battezzato e divenne cristiano.

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Qualche elemento della storia di Sant’Agostino è particolarmente istruttivo per noi oggi. In primo luogo, il dettaglio per cui i missionari stavano quasi per abbandonare la loro missione prima ancora di iniziarla ci ricorda che l’opera missionaria richiede molta fede e fiducia – e anche quando queste vengono meno per un po’, ciò non impedisce di raggiungere il nostro obiettivo. A volte hanno paura perfino i santi.

In secondo luogo, questa storia mostra che la chiamata di Papa Francesco ad “andare nelle periferie” non è nuova, ma un impulso evangelico presente fin dall’inizio e in tutta la storia della Chiesa. Gli apostoli si sono recati in luoghi come l’Armenia, l’India e l’Etiopia. Sant’Agostino si recò in una terra una volta cristiana che era stata quasi abbandonata e dimenticata dalla Chiesa in generale. Oggi ci viene ricordato di servire e predicare a quanti vengono ancora trascurati dalla socità: i poveri, i gli emarginati, gli abbandonati, gli anziani, i non nati.

Una decisione fondamentale di Sant’Agostino ha simboleggiato questo impulso. Dopo essere stato nominato arcivescovo, Sant’Agostino doveva trasferire la sua sede cattedrale a Londra, ma lo spostamento non ebbe mai luogo, e così Canterbury, una piccola città lontana dai centri principali dell’ex territorio romano, divenne il centro del cristianesimo inglese.

Le missioni sono rivolte non solo ai non convertiti, ma anche a quanti sono dimenticati e trascurati e hanno bisogno di nuovo entusiasmo. Possono soffiare sulle braci di una fede cristiana che si è indebolita e ha perso il suo potere in una persona o in una società. La persona o la Chiesa locale può poi rinascere, e il missionario può essere considerato davvero un “padre nella fede”.

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