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Attentato nello Sri Lanka: Ramesh Raju, il martire-eroe che ha salvato 600 persone

sri lanka afp

LAKRUWAN WANNIARACHCHI / AFP

Ramesh Raju, l'uomo che ha salvato 600 persone negli attentati in Sri Lanka del 21 aprile 2019.

Giovanni Marcotullio - Domitille Farret d'Astiès - pubblicato il 30/04/19

Un’onda di attentati che miravano a tre chiese nelle quali si celebrava la Pasqua cristiana, nonché ad alberghi di lusso, ha duramente toccato lo Sri Lanka domenica 21 aprile. Tra le vittime, Ramesh Raju, un padre di famiglia che ha salvato molte vite a prezzo della sua.

Dopo gli atti terroristici che lo scorso 21 aprile hanno sconvolto il Paese, lo Sri Lanka, in lutto, rende omaggio alle sue vittime. Fra queste c’è Ramesh Raju, un eroe discreto. A prezzo della propria vita, questo quarantenne padre di due figli ha impedito a un kamikaze di entrare in una chiesa il giorno degli attentati. Membro della chiesa evangelica di Zion, situata a Batticaloa, sulla costa del Paese, era incaricato di gestire il flusso dei fedeli in ragione dell’importante affluenza, e ha visto arrivare uno sconosciuto con due zaini. Avendo dei sospetti, si è fatto avanti e gli ha chiesto di lasciarli all’esterno. La bomba è esplosa dopo il breve alterco, uccidendo 29 persone – fra cui 14 bambini. Le 600 persone presenti all’interno dell’edificio – fra cui numerosi bambini che uscivano dal catechismo – non sono stati toccati.

La colonna della sua famiglia

Descritto come “un uomo dabbene” da suo padre, Ramesh Raju era la “colonna” della loro grande famiglia. «Era il principale sostegno della nostra famiglia, delle tre giovani sorelle e del giovane fratello», dice non senza emozione il 63enne nonno di famiglia, che ha appreso del decesso del figlio dalla bocca di un parrocchiano. Avendo pure perso una delle sue figlie, un genero e un nipotino di 20 mesi, l’operaio ha dichiarato con emozione di essere fiero di suo figlio e del suo atto, che traspira eroismo e generosità: «Sono così fiero che mio figlio abbia salvato così tanti bambini, e che altre famiglie non stiano vivendo ciò che viviamo noi».

«L’ecumenismo del sangue»

Anzitutto due cose colpiscono, in queste succinte e discrete dichiarazioni: parlano di gratitudine e mai di vendetta, non si perdono in recriminazioni socio-politiche (che pure nei loro panni sarebbero non solo ammissibili, ma sensatissime – eppure non potrebbero colmare il dolore e la perdita); e poi fanno dimenticare all’improvviso lo scandalo storico della divisione fra cristiani, il cui peso specifico – poiché avviene e perdura tra persone destinate all’unità dal Figlio di Dio morituro – è perfino più grave di quello del terrorismo.




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Ramesh Raju apparteneva a una comunità ecclesiale priva di tanti mezzi di salvezza, eppure al Salvatore è stato conformato in quel modo sublime per il quale non poche Chiese antiche riconoscevano a quanti eventualmente vi fossero sopravvissuti (i cosiddetti “confessori”) la capacità di presiedere la sinassi eucaristica! Ramesh Raju apparteneva a una comunità ecclesiale relativamente giovane, tra i cui valori la Tradizione non ha un gran posto… eppure vi svolgeva un ministero così antico e importante, fortemente radicato nella Tradizione cristiana, che desta stupore come esso sia praticamente dimenticato nelle grandi e antiche Chiese, a cominciare da quella cattolica.




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Egli era un ostiario, perché “stava alla porta” ad accogliere i fedeli e a proteggerne la riunione; con l’umiltà e il fiuto del pastore, che riconosce il lupo anche laddove si fosse travestito da pecora. In lui «il Pastore grande delle pecore» (Eb 13, 20) ha glorificato le proprie parole, quelle pronunciate poche ore prima di offrirsi al Lupo infernale per lavare le colpe delle pecore e neutralizzare la forza del loro Accusatore:

In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. […] In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio.

Gv 10, 1-5.7-18

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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