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Quali sono le «feste di precetto»?

The Mass commemorating the instituting of the Eucharist, by Christ.
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Tutto restò invariato fino a quando la legge dello stato italiano del marzo 1977 stabilì che alcune feste di precetto non fossero più riconosciute quali feste anche civili: «Disposizioni in materia di giorni festivi pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 7 marzo 1977, n. 63. 1. I seguenti giorni cessano di essere considerati festivi agli effetti civili: Epifania; S. Giuseppe; Ascensione; Corpus Domini; SS. Apostoli Pietro e Paolo. A decorrere dal 1977 la celebrazione della festa nazionale della Repubblica e quella della festa dell’Unità nazionale hanno luogo rispettivamente nella prima domenica di giugno e nella prima domenica di novembre. Cessano pertanto di essere considerati festivi i giorni 2 giugno e 4 novembre. 2. Le solennità civili previste dalla legge 27 maggio 1949, n. 260, e dalla legge 4 marzo 1958, n. 132, non determinano riduzioni dell’orario di lavoro negli uffici pubblici. È fatto divieto di consentire negli uffici pubblici riduzioni dell’orario di lavoro che non siano autorizzate da norme di legge».

Papa Paolo VI, sulle orme dei suoi predecessori e con lo stesso spirito che da Urbano VIII aveva spinto a ridurre i giorni di obbligo, accettò le disposizioni dello stato italiano e spostò alla domenica tra il 2 e l’8 gennaio la solennità dell’Epifania, poi ricollocata il 6 gennaio per favorire l’inveterata tradizione popolare; l’Ascensione del Signore e il Corpus Domini furono spostati alla domenica successiva. Ne consegue che oggi in Italia, per disposizione della Sede Apostolica le feste di precetto sono: Immacolata Concezione, Natale, Maria SS. Madre di Dio (1 gennaio), Epifania, Assunzione e Tutti i Santi, celebrando ancora di domenica l’Ascensione e il Corpus Domini.

Le altre feste soppresse, cioè san Giuseppe e i santi Apostoli Pietro e Paolo, pur restando in grandissima considerazione nel popolo di Dio, non obbligano più all’osservanza festiva. Pastoralmente, proprio per educare le nuove generazioni che non hanno conosciuto il precetto, si deve dare rilievo a questi momenti particolarmente significativi per la comunità cristiana, ma non si deve porre un obbligo che la conferenza episcopale su indicazione della Sede Apostolica non riconosce più.

Di questo non c’è neppure da scandalizzarsi come se la Chiesa del dopo Concilio si fosse posta nell’intenzione di distruggere la tradizione, perché come detto sopra, grandi papi, accogliendo le istanze dei vescovi, hanno volutamente soppresso molte celebrazioni festive, avendo a cuore non solo la festa ma anche il lavoro del popolo di Dio.

Aggiungo poi un’ultima osservazione ancora una volta di tipo pastorale. Forse dovremmo cercare di offrire motivazioni più forti dell’«obbligo» per la partecipazione all’Eucaristia, tenendo conto che questa è il culmine e la fonte della vita cristiana secondo l’indicazione di Sacrosanctum Concilium 9 e 10.

Qui l’articolo apparso su Toscana Oggi

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