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Papa Francesco e i baci schivati: una riflessione

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Papa Francesco e il baciamano dei fedeli a Loreto, 25 marzo 2019.

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 26/03/19

Ieri mattina a Loreto alcune persone sono state presentate al Santo Padre: ha fatto il giro del mondo il video di quegli istanti, nei quali si vede chiaramente che il Romano Pontefice ha cercato di sottrarre l'anello del Pescatore all'omaggio di quanti cercavano di baciarlo. Stravolgimento delle sane usanze cattoliche? Proviamo a ragionarne a mente fredda.

A causa delle particolari condizioni del nostro tempo, che complesse mutazioni e insidie rendono ogni giorno più grave e difficile, e che è nondimeno degno di somma considerazione e somma cura quanto al conseguimento di quei traguardi a cui molti oggi si protendono con una certa nobile inquietudine, ho sempre ritenuto opportuno e connaturale al compito della mia coscienza di corrispondere a quei moniti che di là promanano: così è il caso che tutti – e specialmente gli uomini insigniti degli Ordini sacri – siano esortati a uno stile di vita più sobrio, moderato e austero.

Per questo motivo, e per quanto mi riguarda, ho voluto dare l’esempio in queste cose: ho voluto cioè moderare un pochino i riti esteriori inerenti all’adempimento del munus proprio del mio ufficio apostolico, cioè redigere un cerimoniale di forma più semplice e più breve per le sacre cerimonie; e quindi mi riempio di gioia al vedere che tutti gli uomini assennati – sia nelle abitudini private sia negli atti della vita pubblica, anche in quanto concerne il clero – ammirano e stimano più la forte sollecitudine riguardo alle necessità dell’umano consorzio che il fasto.

Si direbbe che stamane Papa Francesco abbia voluto diramare una breve nota per calmare le polemiche che da ieri – dopo la diffusione del breve video in cui lo si vede quasi evitare il “baciamano” (in realtà si bacia l’anello) a Loreto – serpeggiano sui social. E invece no: queste parole furono sottoscritte in Vaticano il 30 novembre 1952 da Pio XII. Così cominciava infatti il motu proprioValde solliciti, col quale Papa Pacelli “tagliava la coda” ai cardinali: gli eminentissimi principi solevano infatti fino ad allora indossare uno strascico purpureo lungo circa dodici metri, e avevano al proprio seguito dei chierici incaricati di tenerlo lievemente sollevato acciocché non si sciupasse (dal loro ufficio costoro ricevevano il nome di “caudatarii”, ossia “addetti alla coda”).

L’“aggiornamento” delle forme prima di Papa Roncalli

Pio XII intervenne drasticamente eliminando la figura del caudatario: d’ora in poi la coda sarebbe dovuta essere sempre tenuta avvolta al braccio del cardinale; anche per rendere meno improba l’impresa impose che la stessa coda fosse previamente dimezzata. Analoghi ritocchi furono imposti ad altri aspetti del vestiario e del cerimoniale. Si narra che qualcuno degli “uomini assennati” fosse andato da Papa Pacelli a congratularsi e a dirgli: «Santità, ma già che c’era non la poteva abolire del tutto, questa carnevalata?». Al che Pio XII avrebbe risposto: «Mi creda, Eccellenza, è stata dura già scorciarla, quella coda».

“Il Papa taglia la coda ai cardinali”, ulularono allora alcuni giornali (e sì, c’erano anche prima del Concilio, i “kattolici” autoarruolati contro le insidie moderniste!): così l’incipit di quel motu proprio mi è tornato in mente al sentire gli ululati odierni.

La sequenza con Papa Francesco che sembra schermirsi dai baci sull’anello del Pescatore invoca comunque qualche spiegazione, che può tornare utile per richiamare alcuni principî di gestione protocollare. Giustamente infatti osservava Francis X. Rocca:

Neanche a Papa Benedetto piaceva il bacio dell’anello, e qualche volta scostava la mano per evitarlo, mentre in altre circostanze la dava – proprio come di quando in quando fa Papa Francesco. Forse qualcuno potrebbe semplicemente istruire la gente sul protocollo prima di mandarla a salutare il Papa?

Le insidie del (mutevole) protocollo

Difficile dargli torto, ma uno dei problemi è proprio la non facile reperibilità del protocollo. Ne parlavo con un amico liturgista che mi confessava di non essere mai riuscito a mettere le mani sulla versione autentica e integrale del protocollo pontificio attuale. Mi diceva però – ma sul punto saremmo felici di essere corretti entrambi – che lo snellimento sul punto del bacio all’anello (si conserva l’indicazione del bacio all’anello in linea di principio, ma si ammettono flessibilità e deroghe) avviene proprio, formalmente, negli anni del pontificato di Francesco. E per quei medesimi principî enunciati da Pacelli nella Valde Solliciti.

Dal punto di vista storico va ricordato che le prime attestazioni specifiche di particolari riverenze in relazione ad alti prelati e al Romano Pontefice sono documentate a partire dai secoli V-VII, cioè nell’arco temporale in cui vennero composti i primi testi del Pontificale Romano, che all’indomani del Concilio di Trento – ossia nove secoli dopo – sarebbero stati raccolti ed emendati in un testo autentico. L’autenticità del rituale tridentino non toglie che molto, in questi testi, dipende dall’assimilazione dei vescovi ai prefetti cittadini (di origine costantiniana), nonché al collocamento del Romano Pontefice nell’aura imperiale – ormai sempre più vacillante in Occidente.

Così la tiara, la portantina, i flabelli, sono andati in disuso; il fanone si vede sempre più raramente, rituali come il bacio della sacra pantofola sembrerebbero impensabili al giorno d’oggi… e oltre alla chiassosa minoranza dei cattolici radicalizzati ci sono anche alcuni bravi, buoni, semplici e poveri cattolici che oggi si stanno chiedendo se davvero il bacio dell’anello del Pescatore sia un gesto capace di disturbare la comunicazione, di frapporre fra gli uomini e il successore di Pietro una distanza indebita perché non promanante dalla natura del suo ufficio.

La semantica dei gesti: oltre la storia e attraverso la comunicazione

Ecco, su questo punto entriamo nella semantica dei gesti, e nel farlo non dobbiamo trascurare l’amplificazione che ad essa conferisce l’esposizione mediatica. Provo a spiegarmi: alle volte dopo la confessione mi viene da esprimere umana gratitudine al sacerdote che mi ha assolto baciandone la mano che ha tracciato su di me il segno della redenzione. È un gesto di figliolanza, spontaneo e segreto: mi ricorda mia madre che diede a mio nonno l’estremo saluto proprio baciandone le già rigide mani. Una mano che ci nutre fin da quando eravamo incoscienti… chi non la bacerebbe con tutto il trasporto del cuore? E quando si bacia un episcopale non si bacia una mano, bensì il segno (certo di diritto positivo) della tradizione apostolica e della genealogia dei vescovi, si bacia la stessa Tradizione della Chiesa! Quando poi si bacia l’anello del Pescatore possiamo sicuramente significare nel nostro gesto la venerazione per quella Chiesa «che presiede nella carità la comunione di tutte le Chiese» (Ignazio di Antiochia), la Chiesa «consacrata dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo» (Ireneo di Lione) e retta dal Primo degli apostoli, nel quale Cristo stesso assicurò ai suoi discepoli che «le porte degli inferi non sarebbero prevalse contro di lei» (cf. Mt 16, 18). Io personalmente ho fatto così, le volte in cui mi è capitato di farlo. E tuttavia non possiamo negare a noi stessi che le origini di quest’uso sembrano dovute a una conformazione del potere ecclesiastico a quello puramente secolare; non possiamo dimenticare che – anche sul mero piano della storia ecclesiastica – abbiamo notizie di anelli del pescatore solo a partire dal XIII secolo. Diamo beneficio d’inventario, ma neppure questo basta a vagheggiare di un’istituzione apostolica per certe tradizioni. Le quali sono invece la traccia di una certa semantica gestuale che per secoli ha beneficiato di alcune intersezioni simboliche fra sacro e profano. Non c’è da darsi a una facile iconoclastia – difatti neppure il Santo Padre lo fa –, ma i segni di un linguaggio (tanto più se non verbale) vanno rivalutati con attenzione e prudenza non appena corrano il rischio di essere fraintesi, magari con il rimando a gesti simili appartenenti a universi semantici incompatibili con quello della Chiesa (per esempio gli ambienti mafiosi).

Mi pare sensato ricordare che l’ultima celebrazione di questa sfarzosa semantica la fece non un pontefice, bensì un regista ateo, Paolo Sorrentino. Nella sesta puntata del suo The Young Pope, si assiste infatti a una tremenda scena di intronizzazione, per la quale torna utile la lucida analisi che Giuseppe Lorizio scrisse su Famiglia Cristiana:

Nonostante l’innegabile suggestione che può suscitare, la spietata posizione, peraltro estemporanea ed anacronistica, del giovane papa finisce col rinnegare un punto di non ritorno, che il credente oggi non può ritenere alla stregua di una parentesi o di una deriva. Il look, accuratamente scelto per questa occasione e il bacio della pantofola, sembrerebbero elementi di folklore, ma rivelano un’immagine di chiesa, ispirata al senso del mistero ed estremamente esigente, perché il nuovo papa non vuole amici o simpatizzanti, ma solo innamorati. Allorché si sono riempite le piazze di folle plaudenti, i cuori sono rimasti vuoti di Dio. L’immagine della porta piccola e stretta, nonché chiusa, rappresenta simbolicamente l’ecclesiologia di Pio XIII. E il perdono non potrà mai più essere concesso ad libitum.

La riflessione dunque non va fatta unicamente sul piano storico/filologico o su quello dell’impressione personale: la semantica vive di comunicazione e di condivisione di messaggi. Un messaggio, in particolare, è la ragion d’essere della Chiesa, e se qualche mezzo che in altri contesti fu utile a trasmetterlo risulta essere diventato d’impaccio essa farà bene – con le debite cautele e senza imprudenze furiose – a rinunciarvi. Anche un papà che accompagna la figlia tredicenne a scuola può rinunciare a chiederle un bacio per non metterla in imbarazzo con le amichette preadolescenti. È la vita, i padri lo sanno.

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