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Padre Raniero Cantalamessa: riconosciamo l’ipocrisia dietro le nostre azioni

FATHER RANIERO CANTALAMESSA
Antoine Mekary | ALETEIA
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Il testo della prima predica di Quaresima alla Curia Romana

All’inizio significava semplicemente recitare, rappresentare sulla scena. Agli antichi non sfuggiva l’intrinseco elemento di menzogna che c’è in ogni rappresentazione scenica, nonostante l’alto valore morale e artistico che le viene riconosciuto. Di qui il giudizio negativo che si portava sul mestiere dell’attore, riservato, in certi periodi, agli schiavi e proibito addirittura dagli apologisti cristiani. Il dolore e la gioia ivi rappresentati ed enfatizzati non sono vero dolore e vera gioia, ma parvenza, affettazione. Alle parole e agli atteggiamenti esteriori non corrisponde l’intima realtà dei sentimenti. Quello che è sulla faccia non è quello che c’è nel cuore.

Noi usiamo la parola fiction in senso neutrale o addirittura positivo (è un genere letterario e di spettacolo molto in voga ai nostri giorni!); gli antichi le davano il senso che essa ha in realtà: quello di finzione. Ciò che di negativo c’era nella finzione scenica è passato nella parola ipocrisia. Da parola originariamente neutra, essa è diventata parola esclusivamente negativa, una delle poche parole con significati tutti e solo negativi. C’è chi si vanta di essere orgoglioso o libertino, nessuno di essere ipocrita.

L’origine del termine ci mette sulle tracce per scoprire la natura dell’ipocrisia. Essa è fare della vita un teatro in cui si recita per un pubblico; è indossare una maschera, cessare di essere persona per diventare personaggio. Il personaggio non è altro che la corruzione della persona. La persona è un volto, il personaggio una maschera. La persona è nudità radicale, il personaggio è tutto abbigliamento. La persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzione e di artifici. La persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio ubbidisce a un copione. La persona è, umile e leggera, il personaggio è pesante ed ingombrante.

Questa tendenza innata dell’uomo è accresciuta enormemente dalla cultura attuale dominata dall’immagine. Film, televisione, internet: tutto si basa ormai prevalentemente sull’immagine, Cartesio ha detto: “Cogito ergo sum”, penso dunque sono; ma oggi si tende a sostituirlo con “appaio, dunque sono”. Un famoso moralista ha definito l’ipocrisia “il tributo che il vizio paga alla virtù” [2]. Essa insidia soprattutto le persone pie e religiose. Un rabbino del tempo di Cristo diceva che il 90% dell’ipocrisia del mondo si trovava a Gerusalemme [3]. Il motivo è semplice: dove più forte è la stima dei valori dello spirito, della pietà e della virtù, lì è più forte anche la tentazione di affettarle per non sembrarne privi.

Un pericolo viene anche dalla moltitudine dei riti che le persone pie sono solite compiere e delle prescrizioni che sono impegnate a osservare. Se non sono accompagnati da un continuo sforzo di immettere in essi un’anima, mediante l’amore per Dio e per il prossimo, essi diventano gusci vuoti. “Queste cose –dice san Paolo parlando di certi riti e prescrizioni esteriori- hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne” (Col 2, 23). In questo caso, le persone conservano, dice l’Apostolo, “la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore” (2 Tm 3,5).

Quando l’ipocrisia diventa cronica crea, nel matrimonio e nella vita consacrata, la situazione di “doppia vita”: una pubblica, palese, l’altra nascosta; spesso una diurna, l’altra notturna. È lo stato spirituale più pericoloso per l’anima, dal quale diventa difficilissimo uscire, a meno che non intervenga qualcosa dall’esterno a infrangere il muro dentro cui ci si è chiusi. È lo stadio che Gesù descrive con l’immagine dei sepolcri imbiancati:

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Mt 23, 27-28).

Se ci domandiamo perché l’ipocrisia è tanto in abominio davanti a Dio”, la risposta è chiara. L’ipocrisia è menzogna. È occultare la verità. Inoltre nell’ipocrisia l’uomo declassa Dio, lo mette al secondo posto, collocando al primo posto le creature, il pubblico. È come se in presenza del re, uno gli voltasse le spalle per rivolgere la sua attenzione unicamente ai servi. “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 7): coltivare l’apparenza più che il cuore, significa automaticamente dare più importanza all’uomo che a Dio.

L’ipocrisia è dunque essenzialmente mancanza di fede, una forma di idolatria in quanto mette le creature al posto del Creatore. Gesù fa derivare da essa l’incapacità dei suoi nemici di credere in lui: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 44). L’ipocrisia manca anche di carità verso il prossimo, perché tende a ridurre gli altri ad ammiratori. Non riconosce loro una dignità propria, ma li vede solo in funzione della propria immagine. Numeri della audience e nulla più.

Una forma derivata di ipocrisia è la doppiezza o l’insincerità. Con l’ipocrisia si cerca di mentire a Dio; con la doppiezza nel pensare e nel parlare si cerca di mentire agli uomini. Doppiezza è dire una cosa e pensarne un’altra; dire bene di una persona in sua presenza e dirne male appena ha voltato le spalle.
Il giudizio di Cristo sull’ipocrisia è come una spada fiammeggiante: “Receperunt mercedem suam”: “hanno ricevuto la loro ricompensa”. Hanno firmato una quietanza, non possono attendersi altro. Una ricompensa, oltretutto, illusoria e controproducente anche sul piano umano, perché è verissimo il detto che “la gloria fugge chi la insegue e insegue chi la fugge”.

È chiaro che la nostra vittoria sull’ipocrisia non sarà mai una vittoria di primo acchito. A meno di essere giunti a un livello altissimo di perfezione, non possiamo evitare di sentire d’istinto il desiderio di apparire in buona luce, di fare bella figura, di piacere agli altri. La nostra arma è la rettificazione dell’intenzione. Alla retta intenzione si giunge mediante la rettificazione costante, giornaliera, della nostra intenzione. L’intenzione della volontà, non il sentimento naturale, è ciò che fa la differenza agli occhi di Dio
Se l’ipocrisia consiste nel mostrare anche il bene che non si fa, un rimedio efficace per contrastare questa tendenza è nascondere anche il bene che si fa. Privilegiare quei gesti nascosti che non saranno sciupati da nessuno sguardo terreno e conserveranno tutto il loro profumo per Dio. “A Dio, dice san Giovanni della croce, piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini”. E ancora: “Un’azione fatta interamente e puramente per Dio, con cuore puro, crea tutto un regno per chi la fa” [4].

Gesù raccomanda con insistenza questo esercizio: “Prega nel segreto, digiuna nel segreto, fa’ l’elemosina in segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (cf. Mt 6, 4-18).

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