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Padre Raniero Cantalamessa: riconosciamo l’ipocrisia dietro le nostre azioni

FATHER RANIERO CANTALAMESSA

Antoine Mekary | ALETEIA

padre Raniero Cantalamessa - pubblicato il 15/03/19

Il testo della prima predica di Quaresima alla Curia Romana

Pubblichiamo il testo integrale della predica tenuta da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, di fronte alla Curia Romana la prima delle cinque prediche di Quaresima sul tema “Rientra in te stesso”,  una frase di Sant’Agostino che invita ad allontanarsi dalle occupazioni quotidiane e dalle distrazioni del mondo per ritrovare Dio nel proprio cuore.

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Continuando la riflessione iniziata in Avvento sul versetto del salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2), in questa prima predica quaresimale vorrei meditare con voi sulla condizione essenziale per “vedere” Dio. Secondo Gesù, essa è la purezza di cuore: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8), dice in una delle sue beatitudini.

Sappiamo che puro e purezza hanno nella Bibbia, come del resto nel linguaggio comune, una gamma vastissima di significati. Il Vangelo insiste su due ambiti in particolare: la rettitudine delle intenzioni e la purezza dei costumi. Alla purezza delle intenzioni si oppone l’ipocrisia, alla purezza dei costumi l’abuso della sessualità.

Nell’ambito morale, con la parola “purezza” si designa comunemente un certo comportamento nella sfera della sessualità, improntato al rispetto della volontà del Creatore e della finalità intrinseca della stessa sessualità. Non possiamo entrare in contatto con Dio, che è spirito, altrimenti che mediante il nostro spirito. Ma il disordine o, peggio, le aberrazioni in questo campo hanno l’effetto costatato da tutti di ottenebrare la mente. È come quando si agitano i piedi in uno stagno: il fango, dal fondo, si solleva e intorbida tutta l’acqua. Dio è luce e una tale persona “odia la luce”.

Il peccato impuro non fa vedere il volto di Dio, o, se lo fa vedere, lo fa vedere tutto deformato. Fa di lui, non l’amico, l’alleato e il padre, ma l’antagonista, il nemico. L’uomo carnale è pieno di concupiscenze, desidera la roba d’altri e la donna d’altri. In questa situazione Dio gli appare come colui che sbarra la strada ai suoi desideri cattivi con quei suoi perentori “Tu devi!”, “Tu non devi!” Il peccato suscita nel cuore dell’uomo, un sordo rancore contro Dio, al punto che, se dipendesse da lui, egli vorrebbe che Dio non esistesse affatto.

In questa occasione, tuttavia, più che sulla purezza dei costumi, vorrei insistere sull’altro significato dell’espressione “puri di cuore”, e cioè sulla purezza o rettitudine delle intenzioni, in pratica sulla virtù contraria all’ipocrisia. Ci orienta in questo senso anche il tempo liturgico che stiamo vivendo. Abbiamo iniziato la Quaresima, il Mercoledì delle ceneri, riascoltando le ammonizioni martellanti di Gesú:
“Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate non siate simili agli ipocriti…E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6, 1-18)
È sorprendente quanto il peccato d’ipocrisia – il più denunciato da Gesù nei vangeli-, entri poco nei nostri ordinari esami di coscienza. Non avendo trovato in nessuno di essi la domanda: “Sono stato ipocrita?”, io ho dovuto mettercela per conto mio, e raramente ho potuto passare indenne alla domanda successiva. Il più grande atto di ipocrisia sarebbe nascondere la propria ipocrisia. Nasconderla a se stessi e agli altri, perché a Dio non è possibile. L’ipocrisia è in gran parte vinta, nel momento che è riconosciuta. Ed è quello che ci proponiamo di fare in questa meditazione: riconoscere la parte di ipocrisia, più o meno cosciente, che c’è nelle nostre azioni.

L’uomo – ha scritto Pascal – ha due vite: una è la vita vera, l’altra quella immaginaria che vive nell’opinione, sua o della gente. Noi lavoriamo senza posa ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo qualche virtù o merito, ci diamo premura di farlo sapere, in un modo o in un altro, per arricchire di tale virtù o merito il nostro essere immaginario, disposti perfino a farne a meno noi, per aggiungere qualcosa a lui, fino a consentire, talvolta, a essere vigliacchi, pur di sembrare valorosi e a dare anche la vita, purché la gente ne parli [1].

Cerchiamo di scoprire l’origine e il significato del termine ipocrisia. La parola deriva dal linguaggio teatrale.

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