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L’eroe gesuita della Grande Guerra che diede la vita per i peccati dei sacerdoti

FATHER WILLIAM DOYLE
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Credo che Nostro Signore stia chiedendo vittime disposte a soffrire molto in riparazione dei peccati, soprattutto quelli dei sacerdoti

Quando è stata l’ultima volta che vi siete detti “Se solo ci fosse un gesuita a dirci cosa fare!” Mentre scrivo questo, so che non posso chiedervi un’alzata di mano, ma posso indicarvi un gesuita, di cui penso che purtroppo non avrete probabilmente sentito parlare – un gesuita che a mio avviso dovrebbe dire a tutti noi cosa fare.

Ho il piacere di presentarvi padre Willie Doyle, gesuita irlandese ucciso in battaglia in Francia durante la I Guerra Mondiale. Aveva tutte le caratteristiche che Sant’Ignazio di Loyola aveva in mente per i membri della Compagnia di Gesù: un profondo amore per Cristo radicato negli Esercizi Spirituali, un’acuta consapevolezza del proprio peccato, una fiducia radicale nella Divina Provvidenza, una profonda reverenza nei confronti del sacerdozio, lo zelo per le anime, la disponibilità a offrire la propria vita per il Regno di Dio.

Ho avuto il privilegio di conscere padre Doyle molto recentemente. Preparandomi per un’intervista a un editor, ho letto To Raise the Fallen: A Selection of the War Letters, Prayers and Spiritual Writings of Father Willie Doyle, S.J. (Rialzare chi è caduto: una selezione delle lettere di guerra, le preghiere e gli scritti spirituali di padre William Doyle, S.J.) L’editor, il dottor Patrick Kenny, ha un sito web per tener viva la memoria di padre Doyle. Ho organizzato un’intervista live con il dottor Kenny la scorsa settimana (l’audio e una lista delle risorse posso essere trovati qui).

In apparenza, padre Doyle non era il tipo di uomo che ci si sarebbe aspettati di vedere in prima linea in battaglia. La sua salute fragile fu sul punto di allontanarlo dalla vita religiosa, ma il desiderio di provare la sua gratitudine per la grazia e la sua fiducia nella Divina Provvidenza lo spinsero a fare proprio questo. Anche se i commilitoni testimoniarono in seguito che aveva paura come qualsiasi uomo, si affrettava a soccorrere i caduti in battaglia, salvare i feriti e confortare i morenti. Nulla poteva impedirgli di realizzare quella missione, e la sua determinazione ad essere fedele a quella chiamata finì per costargli la vita. Lasciando il campo di addestramento per la carneficina che aveva luogo in Francia, scrisse al padre:

Parto per affrontare il futuro con una certa trepidazione… Strano a dirsi, non provo la minima ansia per i possibili pericoli della guerra, per me non tanto grandi come per gli altri, ma temo gli orrori del campo di battaglia che tutti dicono nessuno possa descrivere a parole. È una consolazione sapere quale conforto offra la semplice presenza di un sacerdote sia agli ufficiali che ai soldati. Affrontano tutti il loro dovere con la gioia che deriva da una coscienza limpida; molti di loro non si confessano da più di vent’anni.

Sapeva, come dovrebbe sapere ogni sacerdote, che un presbitero può offrire alle anime qualcosa che nessun altro uomo può dare – la grazia dell’assoluzione. Per i giovani la cui vita è stata strappata nella carneficina della guerra dev’essere stata una grande consolazione sapere che Dio aveva inviato un messaggero e un guaritore per i loro ultimi istanti.

Che tipo di uomo avrebbe intrapreso una missione così impegnativa? Possiamo iniziare a trovare una risposta sapendo che (dopo aver consultato il suo superiore provinciale, il suo confessore e il suo direttore spirituale) padre Doyle fece questo voto qualche anno dopo la sua ordinazione:

Faccio deliberatamente voto, e mi impegno, sotto pena di peccato mortale, di non rifiutare a Gesù alcun sacrificio, che vedo chiaramente che mi sta chiedendo. Amen.

Padre Doyle sapeva bene che tutti i sacerdoti sono chiamati a vivere nel sacrificio, a imitazione e in unione con Cristo, Eterno Sommo Sacerdote. Purtroppo, sapeva all’epoca (come noi sappiamo oggi) che non tutti i sacerdoti vivono all’altezza di questa chiamata:

Credo che Nostro Signore stia chiedendo vittime disponibili a soffrire molto in riparazione dei peccati, soprattutto quelli dei sacerdoti… La grande luce di questo ritiro, chiara e persistente, è stata che Dio mi ha scelto, nel suo grande amore e con compassione nei confronti della mia debolezza e della mia miseria, per essere una vittima di riparazione particolarmente per i peccati dei sacerdoti; dal punto di vista della penitenza, della negazione di sé e della preghiera la mia vita dev’essere quindi diversa da quella di coloro a cui non è stata offerta questa grazia speciale.

Come gesuita e sacerdote, devo esaminare la mia vita alla luce della vita eroica nella morte del mio fratello Willie Doyle. Per favore, regalate una copia del libro del dottor Kenny a ogni sacerdote che conoscete.

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