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Notizie dal mondo: lunedì 18 febbraio 2019

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Conferenza sulla Sicurezza di Monaco: un mondo sempre più insicuro

«L’era del controllo delle armi volge al termine» e «il mondo diventa sempre più insicuro». Questo è secondo la Neue Zürcher Zeitung il risultato (o il monito) dell’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco («Munich Security Conference»), che si è svolta da venerdì 15 a domenica 17 febbraio nel capoluogo della Baviera. Infatti, la «fitta rete» di trattati sul disarmo nucleare si sta sgretolando – l’ultimo grande trattato, «New START» (la sigla sta per «New Strategic Arms Reduction Treaty»), scade nel febbraio 2021 –, ma questo non importa né agli USA, né a Russia e Cina. Gli unici ad essere preoccupati sono gli europei, che però sono impotenti, così constata il quotidiano svizzero.

Una «standing ovation» c’è stata per la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha tenuto un discorso a braccio, durante il quale ha chiamato la fine del trattato nucleare INF (l’acronimo sta per «Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty») «una cattiva notizia», così ricorda La Repubblica. La Merkel, che nell’ottobre scorso ha annunciato che non si ricandiderà alle prossime elezioni federali del 2021, ha definito la NATO «un’àncora di stabilità in un mare in tempesta» e ha messo inoltre in questione il ritiro rapido degli USA dalla Siria e dall’Afghanistan, come ricorda la Deutsche Welle.

Albania: assalto alla sede di governo

Momenti di forte tensione si sono verificati sabato 16 febbraio nella capitale dell’Albania, Tirana, quando un gruppo di manifestanti che partecipavano ad una protesta organizzata dall’opposizione contro il governo del premier socialista Edi Rama ha cercato di sfondare l’entrata principale della sede dell’esecutivo. Il premier 54enne, che è stato eletto nel 2013 e rieletto nel 2017 con la promessa di ridurre le disuguaglianze nel piccolo Paese (conta infatti meno di tre milioni di abitanti) e di lottare contro la corruzione, «non è riuscito a ripristinare la fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni» e il suo partito è accusato dall’opposizione di collusione con il «crimine organizzato», scrive Libération.

In un’intervista con il quotidiano romano Il Messaggero, lo storico leader del Partito Democratico, Sali Berisha, spiega il perché della protesta contro il governo di Edi Rama. «Anzitutto è una protesta contro il narco-Stato che comanda in Albania, che non segue alcuna regola di diritto e nel quale trafficanti e traffici di droga decidono su tutto e per tutti», così dichiara Berisha. Secondo l’ex presidente dell’Albania (1992-1997) ed ex primo ministro (2005-2013), «la ragione di fondo è la violazione massiccia delle regole elettorali denunciata dalla comunità internazionale nel rapporto dell’OSCE [Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ndr.] per il quale nel 20 per cento dei casi il voto è stato comprato». Il 30 giugno prossimo si svolgeranno elezioni locali in Albania.

Cina: il «sistema di credito sociale» «mostra i suoi denti»

In Cina, il sistema di credito sociale «mostra i suoi denti», così scrive il South China Morning Post. Secondo l’ultimo rapporto annuale diffuso dal «National Public Credit Information Centre»,  più di 3,59 milioni di ditte sono state aggiunte nell’arco del 2018 alla lista nera ufficiale di società «inaffidabili». Inoltre a 17,46 milioni di cittadini cinesi «screditati» (vale a dire con un basso conteggio sociale) è stato negato l’acquisto di biglietti aerei e a 5,47 milioni l’acquisto di biglietti per i treni ad alta velocità, così segnala il giornale di Hong Kong. Con il suo sistema Pechino vuole spingere (cioè costringere) i suoi circa 1,4 miliardi di abitanti a comportarsi bene, ma secondo i difensori dei diritti umani il meccanismo non tiene conto delle singole circostanze e spesso etichetta persone e ditte «ingiustamente» come inaffidabili.

Che la Cina faccia molto sul serio con il suo sistema di controllo sulle persone lo dimostra la notizia che una ditta di Shenzhen, specializzata nel riconoscimento facciale, SenseNets Technology Ltd, sta monitorando i movimenti e i dati personali di più di 2,5 milioni di persone che abitano nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’estremo ovest del Paese. A rivelare il sistema di monitoraggio sistematico è stata una fuga di dati segnalata da un esperto olandese, Victor Gevers, dell’organizzazione non-profit GDI.Foundation, così riporta l’agenzia di stampa Reuters. Secondo le autorità cinesi, che sono state duramente criticate di recente dalla Turchia per la loro stretta sulla minoranza turcofona dello Xinjiang, gli uiguri, il sistema è necessario per fermare il terrorismo da parte di gruppi islamici radicali che sostengono l’indipendenza della regione, scrive El País.

Save the Children: quasi un bambino su cinque vive in zone di conflitto

Nel 2017, 420 milioni di bambini nel mondo, ossia quasi un bambino su cinque, vivevano in zone di conflitto. Lo rivela un rapporto della nota ONG Save the Children, «Stop the War on Children: Protecting Children in 21st Century Conflict», reso pubblico la settimana scorsa in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Si tratta non solo di un aumento di 30 milioni rispetto al 2016 ma anche della cifra più alta in oltre 20 anni, così si legge in un comunicato stampa dell’ONG. I dieci Paesi del pianeta in cui i bambini sono più esposti e colpiti dalla violenza sono (in ordine alfabetico): Afghanistan, Iraq, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

Dal documento emerge inoltre che ben 142 milioni di bambini vivevano in zone di conflitto dette «ad alta intensità», vale a dire in zone di conflitto dove si contano almeno mille morti all’anno a causa dell’attività bellica. Mentre le «violazioni gravi» dei diritti dei bambini verificate dalle Nazioni Unite nelle zone di conflitto sono quasi triplicate nel periodo 2010-2017, cioè da quasi 10.000 a oltre 25.000, sono 10.677 i bambini uccisi o mutilati nell’arco del 2017 nelle aree di guerra, di cui 3.179 nel solo Afghanistan. L’Asia del resto è il continente in cui   vive il maggior numero di bambini in aree di conflitto (195 milioni), mentre in termini percentuali il «triste primato» spetta al Medio Oriente: circa 35 milioni, ossia il 40% dei bambini.

OMS: «epidemia» mondiale dell’obesità infantile

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO in acronimo inglese) non esita a definire l’obesità infantile una vera e propria «epidemia», anzi «uno dei problemi di sanità pubblica più gravi del XXI secolo», così ricorda il quotidiano ABC. Dal 1990 al 2016, il numero di bambini obesi o in sovrappeso della fascia 0-5 anni è aumentato da 32 a 41 milioni. E se la tendenza continua, nel 2025 il numero potrebbe raggiungere quota 70 milioni.

Per quanto riguarda la fascia 5-9 anni, le percentuali più elevate di bambini obesi si registrano nelle isole del Pacífico. Sull’isola di Nauru, il fenomeno colpisce quasi 4 bambini su 10, ossia il 36,3%, seguito dalle Isole Cook (il 36,1%), Palau (il 35,5%), Niue (il 33,3%), le Isole Marshall (il 31,2%), Tuvalu (il 31,1%) e Tonga (il 30,2%). In Europa, i Paesi con le percentuali più alte di bambini obesi sono Grecia e Italia (entrambi il 17,8%), poi Spagna (il 14,9%), mentre i Paesi con i bambini meno obesi sono Svezia (l’8,3%), Estonia (l’8,5%) e Belgio (l’8,7%).

Nella fascia dei bambini e giovani adolescenti dai 10 ai 19 anni, continua il quotidiano, i Paesi più colpiti sono sempre le isole del Pacifico, come nel caso dell’isola Nauru, dove il 31,7% dei giovani è obeso. A guidare il «ranking» europeo sono Malta (l’11,8%) e Grecia (l’11,7%). La gioventù più snella si trova sempre in Estonia (il 5%), Svezia (il 5,8%) e Belgio (il 6,1%).

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