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Perché secondo San Paolo c’è un legame tra donne e angeli?

Shutterstock
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L'apostolo delle genti ne parla nella Lettera ai Corinzi. Ma per puntare l'indice contro vanità e gloria personale

Una questione interessante, a lungo dibattuta in sede esegetica, riguarda il modo in cui intendere l’espressione «a motivo degli angeli» della Lettera di San Paolo ai Corinzi (1 Cor 11, 10):

“Perciò la donna deve, a causa degli angeli, avere sul capo un segno di autorità”.

Secondo Pasquale Basta in Non fare come gli ipocriti” (Edizioni Città Nuove), per San Paolo c’è un nesso tra donne e angeli in quanto a splendore e bellezza.

Public Domain
San Paolo

Nella chioma delle donne abita la loro parte di gloria. La bellezza dei capelli è da sempre motivo di vanto. Le inorgoglisce. Bisogna però che esse si coprano quando nella preghiera o nella profezia si relazionano con l’uomo, con Gesù e con Dio. A motivo degli angeli. Perché la chioma, e qui il confronto si fa intenso, ha a che fare esattamente con l’atteggiamento degli angeli nei riguardi di Dio.

La vanità

Gli spiriti celesti sono le entità più vicine a Dio, dimorando nella sua corte, ma mai essi si presentano al cospetto dell’Altissimo con la vanità della loro gloria. Se lo facessero, commetterebbero un enorme peccato di vanità rispetto a Dio. Ed essi, si badi bene, hanno molta più gloria dell’essere umano, dal momento che dimorano molto più vicino al trono della presenza.

Alcuni angeli si sono vantati della loro luce, Lucifero su tutti, il cui peccato consiste proprio in questa sua considerazione della propria gloria in contrapposizione a quella di Dio.

La “copertura” della chioma

Allora qual è la considerazione che qui Paolo sta offrendo? La donna, portatrice di una grande gloria che trova sede nei suoi capelli, non deve farne un motivo di vanto o di contestazione, ma coprirsi quando si trovi in contesto orante o profetico accanto all’uomo, che non ha la sua stessa bellezza, ma che può avere altro.

Non è spiritualmente corretto utilizzare la preghiera per emanciparsi o per provocare l’uomo in ambiti sacrali, rivendicando una parità o addirittura una superiorità. Perché la relazione uomo-donna deve piuttosto basarsi sullo scambio mutualistico delle qualità, e non su un’asimmetria in base alla quale uno ha di più, l’altro di meno.

Quello che non deve fare l’uomo

Quello di Paolo può sembrare maschilismo. Ma non lo è. L’apostolo delle genti sostiene che anche l’uomo non può “riempirsi troppo”, perché deve sempre riconoscere che tutto ciò che ha proviene da ciò che il Signore gli ha dato. Del resto anche Cristo riconosce l’aspetto fondamentale che Dio è il suo capo. La conclusione è a questo punto semplice.

Si tratta di non approcciarsi in maniera spocchiosa, rivendicativa, autogloriosa davanti a Dio e all’interno della comunità, ma scambiare in maniera tale da valorizzare quel che ognuno ha.

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