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Le offerte per le Messe: esistono tariffe fisse?

MODLITWA NA PRZYSTANKU JEZUS
Kamil Szumotalski/ALETEIA
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Il quesito al teologo parte questa settimana da uno dei tanti «tariffari» che girano in rete sui «costi dei sacramenti»

Sono incappato in una immagine che gira su internet: la foto di un tariffario affisso in una parrocchia con i costi per sacramenti e «prestazioni». Ci sono tutti i prezzi, dal battesimo al funerale alla messa di suffragio. Alcune voci buffe fanno pensare che l’immagine sia un falso. Mi ha fatto riflettere però sull’uso di chiedere offerte «fisse» per alcune celebrazioni: il mio parroco per fortuna non lo fa, ma credo che in alcune chiese sia consuetudine. Non rientra anche questo in quella «dogana pastorale» contro cui si batte Papa Francesco, che allontana le persone dalla fede invece di avvicinarle?

Enzo Lamioni

 

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Quanto il nostro lettore ha trovato nel web sui tariffari per le celebrazioni sacramentali e per  «prestazioni» richieste non mi meraviglia e non lo riterrei un falso, date le polemiche sorte negli ultimi tempi. Ora indipendentemente dalle mie opinioni personali cercherò di individuare alcuni punti della tradizione che aiutino e riscoprire il senso di questi contributi liberi, che i cristiani hanno offerto alla comunità e al presbitero chiamato a guidarle.

Credo di poter facilmente indicare due casi per il nostro interesse. Il primo è l’offerta donata ai luoghi battesimali, cattedrali o pievi, dove si amministrava l’iniziazione cristiana. I registri redatti servivano anche a determinare coloro che costituivano le diverse comunità, chiamati così a sostenere, sia pure nelle diversità dei tempi, le diverse necessità della Chiesa.

L’altro caso, più complesso e delicato, comporta quello che la tradizione ha poi definito coll’espressione «pagare la messa». Si tratta di offerte donate al presbitero per la celebrazione delle messe per i defunti oppure i cosiddetti lasciti fatti a chiese particolari o monasteri e definiti «pro remedio animae», per la salvezza dell’anima in stretta connessione alla dottrina del Purgatorio. Questo ha causato interventi magisteriali per conseguenti abusi.

Si tenga, però, conto che da tempi antichi, comunque, al di là delle offerte date, le Chiese hanno sempre celebrato ricordando i fedeli defunti all’interno della preghiera eucaristica. Il volume sulla Messa della storia liturgica del Righetti offre indicazioni significative.

Nel secondo millennio si verranno a determinare i cosiddetti «diritti di stola», contributi offerti per le diverse prestazioni specie ai parroci, in relazione al pensiero paolino, molto legato all’ambito ebraico, che chi serve l’altare dell’altare viva, anche se l’Apostolo ha mostrato come quasi sempre egli si è guadagnato la vita col proprio lavoro. In tal senso non posso allargare l’analisi sui dati storici. La storia dimostra però che questi «tariffari» che lasciano turbati sono in continuità con una tradizione sviluppatasi durante il secondo millennio.

Questo ha contribuito a quelle espressioni comuni fino ad oggi da parte dei fedeli che rendono spesso la Chiesa simile ad un supermercato: «Quanto costa una messa?» oppure per esempio «Questa messa è mia, perché l’ho pagata!», che sono il risultato di un secolare percorso di svilimento del mistero eucaristico a cui ancora oggi talvolta si fa difficoltà a rimediare.

La riflessione, però, è più complessa e non si può semplicemente legare a questi tariffari che snaturano la natura stessa della Chiesa, tema sui cui più volte si è espresso con sapiente carità il papa Francesco, perché sicuramente i sacramenti, esperienza della gratuita grazia di Dio non si vendono né si comprano. Una tale certezza, ne sono convinto, è anche in chi propone le tariffe in questione.

 

 

Anche qui credo che bisogna ancora una volta volgere lo sguardo alla storia. La tradizione antica mostra con certezza che i contributi dei fedeli erano legati al sostentamento del proprio clero e alle necessità della chiesa stessa cui si afferiva per l’iniziazione cristiana ricevuta, che sempre nel secondo millennio è stato espresso nel precetto: «pagare le decime» quale ripresa del comando stabilito nel libro dei Numeri sull’obbligo per gli Israeliti del mantenimento dei sacerdoti e dei leviti, che legati al servizio del tempio non avevano né territorio né alcunché di proprio.

Nel Nuovo Testamento non abbiamo più riferimento alle decime, ma sappiamo dagli Atti degli Apostoli che liberamente chi possedeva vendeva e poneva il ricavato ai piedi degli Apostoli per le necessità della comunità. Tristemente famosa è la narrazione della morte di Anania e Saffira (cf Atti 5,1-11). Così Paolo (2ª Corinti) raccomanda alla comunità di offrire con generosità secondo le possibilità di ciascuno l’offerta a favore della comunità madre di Gerusalemme, la più povera della Chiese. In greco Paolo definisce quest’opera come vera liturgia.

L’uso sinagogale della raccolta delle offerte al termine della celebrazione sabbatica si diffuse nelle Chiese ed ovviamente le offerte erano spesso in alimenti portati per i poveri, per i forestieri e in ultimo per il Vescovo e il clero.

Sovvenire alle necessità della Chiesa pertanto è espressione di quella carità testimoniata dal Signore e che lega con gioia tutti i cristiani.

Le mutate condizioni sociali, culturali ed economiche, unite alla reale situazione di essere ormai quasi un «resto», dovrebbero portare le comunità cristiane a rivedere queste scelte medievali, che spesso oggi scandalizzano non solo all’esterno, ma anche all’interno della Chiesa e dovrebbero ricordare anche al clero quella caratteristica fondante della Chiesa sempre in missione, che è la povertà, secondo il precetto del Signore tipico ai tre Evangeli sinottici.

Oggi la parola del Papa è chiara, ma a questa dobbiamo unire la stessa voce dei Vescovi delle nostre Chiese italiane, i quali sono intervenuti più volte sul  problema. Nel novembre del 1988 l’Episcopato italiano pubblicava il documento Sovvenire alle necessità della Chiesa. Corresponsabilità e partecipazione dei fedeli. Il testo offriva un’ampia riflessione sulle nuove forme di sostentamento della Chiesa cattolica, così come scaturivano dalla revisione del Concordato. È più che mai evidente che una comunità «umana» – sia pure comunità del Cristo – vive all’interno di una storia che poco guarda alla spiritualità e che nei governi – sempre meno favorevoli ai cristiani – grava le Chiese di tasse, cui si uniscono le manutenzioni varie, i pagamenti dei vari servizi dalla luce, al gas e quant’altro. Ecco allora il dovere di una corresponsabilità di tutti i membri, fondata sulla libertà e la possibilità di ciascun membro, secondo l’insegnamento del Nuovo Testamento, coscienti che l’obolo della vedova è quanto mai apprezzato dal Signore, perché libero e totale.

Poco più di un mese fa, a trent’anni dal primo documento, i Vescovi riuniti in Assemblea Generale (Roma, 12-15 novembre 2018) hanno riaffermato i valori che fondano un tale sistema di finanziamento; valori che, muovendo dalla comunione ecclesiale (cf 2 Corinzi), chiamano in gioco l’impegno di corresponsabilità – che rende viva la carità quale precetto evangelico – e di partecipazione alla costruzione concreta della comunità.

Eccoci allora al nocciolo della questione. Il tradizionale uso delle offerte raccolte durante la celebrazione dell’Eucaristia, di quelle donate per un «servizio» gratuitamente offerto sono primariamente legati a questa coscienza cui la Conferenza Episcopale richiama. Possiamo cambiare i modi ma gli effetti devono restare gli stessi. Questo credo in sé comporti due elementi essenziali. Il primo, l’autocoscienza della comunità di essere lei la responsabile della vita ecclesiale a qualunque livello. L’altro, legato alla cristallinità dell’amministrazione dei beni.

Qui l’articolo originale tratto da “Toscana Oggi”

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