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Il “medico di Hiroshima” sulla via della santità

ARRUPE
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Ad appena 500 metri dal luogo, miracolosamente illesi, i Gesuiti sotto la sua direzione salvarono centinaia di vite

Quella di Nagatsuka era la seconda casa che la missione gesuita aveva in Giappone, erede di quella fondata da San Francesco Saverio un altro 15 agosto, stavolta del 1549, quando era arrivato a Kagoshima, all’epoca capitale del fiorente Regno del Sud. Da lì padre Arrupe ascoltò quel giorno come l’imperatore, dopo gli effetti devastanti delle bombe atomiche gettate su Hiroshima e Nagasaki, oltre all’attacco con armamenti incendiari su Kumagaya il 14 agosto, accettava la resa incondizionata. La sconfitta non avrebbe potuto essere più evidente, osservò Arrupe, quando il 1° gennaio 1946 l’imperatore riconobbe che era un’“idea immaginaria” che egli fosse un dio sulla Terra.

Lo storico francese Jean Lacouture testimonia che il dolore umano a cui assistette padre Arrupe è qualcosa che schiaccia un essere umano. “Era formato nella carità, ma quello che vide a Hiroshima lo trasformò”.

Arrupe intraprese la marcia verso Hiroshima alla ricerca di altri membri dell’ordine, e racconta quello che vide: “La città rasa al suolo, mutilati moribondi, il fiume pieno di disperati che erano rimasti intrappolati nel fango mentre saliva la marea, le grida dei bambini, il silenzio dei cadaveri inceneriti, la gente arsa ma senza fuoco”… e qualcosa che non avrebbe mai dimenticato: un gruppo di giovani sui vent’anni, una delle quali “aveva una vescica che le occupava tutto il petto. Aveva anche la metà del volto bruciata e un taglio provocato dalla caduta di una tegola che, avendole lacerato il cuoio capelluto, lasciava vedere l’osso, mentre una gran quantità di sangue le inondava il volto”. Un olocausto. Era circondato da un vero inferno.

Il libro autobiografico di Arrupe ha visto la luce molto dopo l’intervista che concesse nel 1955 a Gabriel García Márquez, che all’epoca aveva 22 anni e che 27 anni dopo avrebbe ricevuto il Nobel della Letteratura. “L’esplosione della prima bomba atomica – gli disse all’epoca – si può considerare un evento al di sopra della storia. Non è un ricordo, è un’esperienza perpetua che non cessa con il tic-tac dell’orologio (…) Hiroshima non ha rapporto con il tempo: appartiene all’eternità”.

Padre Arrupe è rimasto altri vent’anni in Giappone, prima come maestro dei novizi e poi come primo Provinciale del Paese. In quel periodo ha viaggiato per tutto il mondo raccogliendo aiuti per Hiroshima e Nagasaki. Si è immerso completamente nella cultura giapponese, facendola propria.

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