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San Martino de Porres e gli angeli

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Tra le immagini più diffuse di S. Martino de Porres che si festeggia il 3 novembre ve ne è una che ce lo presenta inginocchiato su una nube sopra le Ande peruviane tra due graziosi angeli. L’angelo alla sua destra è raffigurato reggente con una mano un grosso giglio e con l’altra riversante da un vaso acqua sulla terra, simbolo delle grazie che Dio dà al mondo per intercessione di questo santo. L’angelo alla sinistra di S. Martino invece accarezza con entrambe le mani una fiamma di fuoco simbolo della sua ardente carità.

Non è un’immagine “di maniera” perché leggendo le biografie di S. Martino (molte purtroppo sono in spagnolo o in inglese) si nota che durante la sua vita quest’umile frate domenicano ebbe intensi rapporti con gli angeli. Devotissimo soprattutto al suo angelo custode, quando di notte per soccorrere poveri si aggirava per le strade senza luce di Lima, da lui era guidato e grazie a lui ritornava senza problemi attraverso il buio al suo convento. Nella biografia scritta da J.C. Kearns: “ The Life of Blessed Martin de Porres: Saintly American Negro and Patron of Social Justice” troviamo che la Vergine Maria spesso gli inviava altri Angeli in aiuto.

“Questi gli si presentavano sempre sotto l’aspetto di giovani ragazzi con in mano delle candele accese per accompagnarlo dal dormitorio al coro e poi sparivano. Questo privilegio fu visto e testimoniato da molti confratelli del Santo. In un’altra occasione i preti e i fratelli della sua comunità domenicana videro un giorno S.Martino in compagnia di due Angeli che lo assistevano durante la recita dell’Officio della Vergine. Un’altra volta il Santo fu visto camminare nel chiostro del convento in compagnia di quattro Angeli che portavano delle torce illuminate nelle loro mani. Martino subì però anche assalti del demonio. Una volta il diavolo gli incendiò la cella. Un fitto fumo nero cominciò a fuoriuscire dalla sua camera. Due suoi confratelli che si trovavano a passare nel corridoio, si precipitarono subito nella cella per aiutarlo. Appena aprirono la porta si trovarono di fronte a delle fiamme spaventose e tutto sembrava ormai perso quando improvvisamente scorsero S. Martino che pregava in ginocchio completamente illeso. Il santo allora con calma rassicurò i suoi confratelli facendo loro notare che nonostante le fiamme danzassero intorno ai mobili, non era stato distrutto niente. Spiegò loro che era un’illusione creata dal demonio per terrorizzarlo e fargli perdere la fiducia in Dio”.

In occasione della sua canonizzazione avvenuta nel 1962 i domenicani di Milano gli consacrarono una cappella nella chiesa di S. Maria delle Grazie (è la chiesa in cui è L’ultima Cena di Leonardo da Vinci). A Salerno c’è, invece, nella chiesa di S.Benedetto, nel centro storico, la grande tela dipinta da F. Conti esposta in piazza S. Pietro il 6 maggio 1962 in occasione della canonizzazione di Martino. Al termine della celebrazione, non sappiamo perché, fu affidata ai domenicani di Salerno che da alcuni anni non ci sono più ma che l’hanno lasciata ai salernitani perché non dimentichino S.Martino. Figlio illegittimo di un cavaliere spagnolo e di una schiava nera panamegna, Martino de Porres nato nel 1579 e morto nel 1639 è colui che riceve e consiglia il vicerè di Spagna, ma lo fa attendere fuori dalla porta se sta curando un povero. Questo è il ritratto più immediato di un Santo simbolo del Sud America, che seppe andare oltre le differenze dell’epoca e insegnare che tutti gli uomini sono fratelli, e i diversi colori della pelle o la varietà delle etnie non rappresentano un’imperfezione, ma una grande ricchezza.

Il piccolo mulatto era figlio di un alto funzionario della corte spagnola, che accettò di riconoscerlo, insieme alla sorella, solo a condizione di farlo crescere lontano dalla madre. Una separazione dolorosa che durò molti anni, sino a quando Martino, tornato nella casa materna, per guadagnarsi da vivere iniziò a studiare da barbiere e chirurgo (due attività all’epoca spesso abbinate) legando il proprio nome anche alla diffusione del chinino, da lui prescritto per combattere la febbre e la malaria. La polvere della china che Martino imparò a confezionare da due farmacisti dei quali apprese tanti segreti della medicina, venne presto diffusa in tutta Europa dai frati cappuccini tanto che venne chiamata anche “polvere dei Cappuccini”. Sulla spinta di questo e di altri successi, Martino avrebbe potuto accumulare una grande fortuna, ma egli non era avido di denaro. Le esperienze sedimentate nel corso dell’infanzia gli fecero comprendere che la sua strada era quella di aiutare coloro che soffrono. Fin da ragazzo venne accettato come fratello laico tra i domenicani del convento della Madonna del Rosario dove lo irridevano perché mulatto. Un giorno vedendo che il convento versava in difficoltà economiche e rischiava la chiusura, con gravi conseguenze per i poveri indios e i neri, Martino, per saldare i debiti, propose seriamente ai superiori di essere venduto come schiavo. Era dotato di grande intelligenza tanto che approfondì come autodidatta la “Somma Teologica” di San Tommaso e la citava con una tale precisione da stupire i grandi maestri e i dotti teologici che cominciarono a sottoporgli i loro quesiti e a chiedergli consigli. I compiti di Martino erano perlopiù di inserviente e spazzino incaricato dei lavori più umili, tanto da essere soprannominato “frate scopa”. Un appellativo che rimarrà collegato alla sua figura anche quando l’eco della sua santità iniziò a diffondersi nel Paese; e quando poi, superate le diffidenze dei confratelli, iniziò a porre la sua arte medica al servizio dei diseredati, contribuendo all’apertura di un ospedale che accoglieva i pazienti senza distinzione della pelle, di una mensa per i bisognosi e di una scuola, il Collegio Santa Cruz, la prima in America latina, per fanciulli poveri. Durante la peste si prese cura da solo di oltre sessanta suoi confratelli alla porta del suo convento in cerca di conforto e di sostegno; le sue cure e attenzioni verso tutti accrebbero l’amore della gente per Martino al quale vennero attribuiti doni soprannaturali. E quando i locali del convento adibiti ad ospedale non bastarono più, Martino trasformò in ospedale la casa di sua sorella. Nella sua semplicità era capace di trattare anche gli affari più delicati: risolse le difficoltà del matrimonio di sua sorella e fu consultato su faccende private da importanti persone di Lima.

Mistico, dotato di straordinari carismi come estasi, profezie, miracoli, guarigioni, preveggenza, Martino aveva anche il dono della bilocazione tanto che, pur non essendosi mai allontanato da Lima, venne visto in Africa, in Giappone e in Cina a confortare missionari in difficoltà. Martino amava gli uomini, li stimava sinceramente come figli di Dio e fratelli suoi, anzi li amava più di se stesso, poiché con l’umiltà che aveva, riteneva tutti più onesti e migliori di sé. E amava tutti gli animali, cani, gatti, buoi e anche quelli nocivi, cosa della quale si raccontano storie curiose. A fratel Martino obbedivano persino i topi: se entravano in cucina, lui li riconduceva passo passo nella loro tana in giardino dove dava loro da mangiare evitando così che essi facessero dei danni alla gente. Per questo è anche invocato contro le infestazioni dei ratti.

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